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    In questa pagina sono raccolti alcuni articoli pubblicati sul web negli ultimi anni, la maggior parte tratta di problemi sociali spesso visti con l'occhio di uno che crede ancora che l'economia possa essere  quella strana semplicissima scienza esatta che deve essere usata per migliorare la qualità della vita, in un periodo in cui viene sempre più mischiata e confusa con interessi di bottega e  finanza. 
    In altri articoli si parla della lingua e delle parole nobili che vengono usate impropriamente per esprimere concetti diversi da quelli che si millantano, per ingannare più facilmente chi è attento ai particolari ma che si lascia affascinare e perde di vista il disegno di cui il particolare è solo la punta che si lascia intravedere.   
    Tutto qui, qualche riflessione personale e poco altro. Qui di seguito elenco alcuni dei siti che hanno pubblicato oltre agli articoli anche parte delle traduzioni di articoli di vari autori :

Ringrazio tutti per l'attenzione. Buona lettura.




  Indice




      ***** 
      La Memoria Ogni Giorno più Corta

(parte 1)

Il cassetto

Troppo spesso ultimamente prendo certi atteggiamenti che, da sempre, ho considerato tipici delle persone di una certa età. Forse credevo di essere capace di prendere le distanze da certi stereotipi, o più semplicemente,  credevo di saper controllare il mio modo di fare e di essere. 

Peccato, che abbia sempre voglia di prendermi troppo sul serio e che, anche nelle piccole riflessioni, pretenda di essere “differente” nel dire quel che penso. Il fatto è che certe cose che capitano in questo periodo, mi lasciano pensare che in fondo, qualche responsabilità in quello che sta succedendo dovrei assumerla anch'io: cominciamo dall'inizio.

Io non ho mai avuto una buona memoria, anzi potrei dire che ho sempre avuto una pessima memoria, ricordo ancora mia madre che, per riuscire a farmi imparare le tabelline, me le cantava, o meglio, dava ai numeri un ritmo per farli diventare un ritornello facile da ricordare. Poi però cominciarono a farmi esercitare la memoria con le domandine di religione alle quali si doveva rispondere con delle parole precise, con delle citazioni – da recitare, come i versetti - i sure - del Corano che non ammettono interpretazioni – e qui il gioco fu facile, perché ai preti dissi subito: “Ho capito, posso rispondere a parole mie, però a memoria non me la ricordo”. I due preti, quello di religione e un altro, si guardarono in faccia e dissero chiaro: “Questo alla gara sulle domandine, non ce lo mandiamo.”

Più complicato cominciò ad essere con le poesie, i grandi classici, che ai tempi della scuola dovevamo imparare a memoria, io ci provai tante volte, insistevo e perdevo pomeriggi a cercare di mettere in fila quelle bellissime, indimenticabili parole, quei sentimenti che mi entravano dentro, che per fortuna ci sono rimasti, ma che non riuscivo a esprimere con le parole che avrei dovuto ricordare, anzi meglio sarebbe stato recitare. Divenni uno che per esprimere un concetto ha sempre cercato parole sue, spesso troppo difficili da trovare, così ... tante idee sono rimaste nell'aria, perse, passate, troppo vecchie da raccontare ormai, quando le parole giuste – finalmente – le trovavo.

E dovetti così cercarmi un metodo che mi permettesse di convivere con un sistema che ha sempre avuto alla sua base una “memoria” da cui partire per ogni ragionamento ed ogni comportamento, sia nella vita di tutti i giorni che, soprattutto, nel quotidiano lavorativo. Imparai che il ragionamento ha un suo modo di essere ed una sua spontanea progressione, quindi un concetto, un fatto, un qualsiasi argomento, da cui prende origine il ragionamento, entra in contatto con altri concetti, con certi altri fatti e si trasforma man mano, fino ad assume una nuova identità che però, continua a cambiare ogni volta che entra in contatto con altri concetti astratti o altri fatti reali che influenzano e riorientano ancora, fino a portare al punto di arrivo del ragionamento stesso: Ora, chi ha buona memoria ha sempre potuto seguire il filo del ragionamento poggiandolo, semplicemente, su dei cardini frutto della propria conoscenza, della propria esperienza, della propria cultura.

Molto semplice quindi per chi riesce a trovare sempre dove sta quel cassettino della mente in cui si trova quel pezzetto di memoria da cui deve partire un ragionamento, meno semplice per chi ha i cassetti in disordine. Infatti, anche se le conoscenze acquisite con lo studio, non vanno mai (completamente) perse, il lavoro da fare per ritrovarle è molto faticoso. Bisognerebbe tenere in ordine anche la mente, infatti quando si cerca un concetto che si sa di conoscere, ma non si trova, in genere non è un vero vuoto mentale quello che si prova, ma un disagio che si può paragonare solo alla ricerca disperata del calzino scomparso. C'è, non ci sono dubbi, la sensazione è chiara: I calzini erano indiscutibilmente due – ne sono sicuro - ma il secondo calzino, come il concetto che sfugge, resta nascosto e serve solo pazienza per ritrovarlo, per farlo tornare in mente.

Manca un pezzettino, un filo leggerissimo che dovrebbe collegare il pensiero manifesto con il lampo che ci illumina la mente e appare ai nostri occhi ma che non si concretizza e non ci permette di fare quel riferimento, quella citazione che può far comprendere a tutti e facilmente, su cosa poggiamo la nostra riflessione o il nostro ragionamento che poi, siamo sicuri potrà filare via leggero e scorrevole. Di questo mio difetto, ho dovuto farmi carico, ho dovuto accettarne i limiti e, per evitare che potesse far danni seri, ho dovuto cercare una mia strategia, rinunciando così a parlare a braccio su molti argomenti su cui, esprimersi nell'impeto dell'istinto, sarebbe staro di sicuro effetto. Meglio prendermi qualche minuto ed esseri sicuro di raggiungere l'obiettivo senza sbagliare strada, anzi evitando anche di prendere qualche scorciatoia come suggerisce, qualche volta, l'eccesso di fiducia nei propri mezzi che, però, può “trarre in inganno”.

Alle risposte istintive ho sostituito un lavoro di preparazione, ho cercato sul vocabolario, sulle enciclopedie, sui libri di scuola, conferma ai concetti che servivano a infiocchettare il ragionamento, poi – improvvisamente - tutto è diventato più facile: Internet, ha messo a portata di mano vocabolari, enciclopedie e libri, sempre aperti alla pagina giusta, con un click-ovunque-in-qualsiasi-momento.


Però, c'è un problema, però.

Io fino a ieri le fonti delle informazioni a cui volevo far riferimento me le andavo a cercare dove sapevo che le avrei ritrovate, cercavo esattamente in una certa pagina di un certo libro, dove ricordavo di aver letto qualcosa, anche se in quel momento non me la stavo ricordando, oppure sapevo dove avevo scritto una mia nota (anche se non ricordavo esattamente le parole che cercavo o cosa avessi scritto in quella nota) perché quella nozione letta ed imparata - anche se dimenticata – per me era un cardine che aveva una evidente importanza formale, oltre che sostanziale, sia che io fossi d'accordo, sia che non lo fossi.

Oggi, ogni volta che chiunque faccia una qualsiasi affermazione anche irrilevante, oppure abbia un dubbio, vediamo subito qualcuno muovere velocemente i pollici su un qualsiasi telefonino e assentire con la testa, oppure correggere le affermazioni appena fatte - di impeto - forse anche con una certa approssimazione, da chi si fida della propria cultura, delle proprie convinzioni, della memoria.

Quindi vogliamo dire che “la memoria, in fondo in fondo, è una reliquia di un passato ormai superato” ?  Vogliamo dire che non serve più?  Che serve meno?  Vogliamo dire che quelli come me - che non hanno mai avuto una buona memoria - si stanno prendendo una bella rivincita?

Vogliamo dire che tutto quel tempo perso sui libri potrebbe essere stato speso in modo più produttivo, magari studiando anziché dei testi antichi (antiquati?) qualcosa di più attuale, come l'uso di nuove tecnologie, come cercare evoluzioni e applicazioni di internet per dare soluzione a tante piccole necessità di tutti i giorni?

Certo che possiamo dirlo, basta credere. Basta avere fede. Basta non mette in discussione quelli che ci vengono indicati come “assunti” come dati assoluti, sicuri, di cui ci si deve fidareDare, cioè, a certi dati il valore di "TABU' " e partire da li, per andare oltre. 

Senza fare domande o chiedersi perché.


Diciamo che anziché andarmi a cercare le mie conferme – da usare come punto di partenza o solo per rinfrescare la memoria - tra le mie note a margine di un testo scritto da una di quelle menti di cui “io avevo deciso di potermi fidare”, dopo aver compreso il significato e le ragioni  delle parole che aveva scritto quel certo autore, dopo aver deciso che quelle erano proprio le parole giuste a cui  “io” volevo riferirmi, decido che da oggi, non  cerco più  “quella certa pagina” di quel certo libro, ma aspetto che Internet me la trovi.

Che internet mi dia la risposta che mi faccia ricordare quel “pensiero o quel fatto” che in altri tempi avrei ricordato solo dopo aver perso tutto il tempo necessario a sfogliare libri e cercare note; quelle stesse che sono parte della mia conoscenza, dei miei studi, del mio pensiero. Oggi, posso saltare un passaggio, posso tranquillamente non ricordare ma CREDERE in quello che leggo.

Basta credere, basta non mettere in discussione gli “assunti”: quello che “sta scritto”, in fondo è molto simile a quello che io avrei ricordato, se io potessi fidarmi della mia memoria.

E così dando fiducia a quanto andiamo a leggere, andiamo avanti più speditamente con il nostro ragionamento e siamo sereni con la nostra coscienza, perché diciamo cose giuste, elaborate su premesse che sono alla base del nostro modo di pensare.

Accettando le premesse che ci suggerisce Internet (a cui abbiamo chiesto di ricordarcele) il ragionamento filerebbe via tranquillo e la nostra vita potrebbe scorrere sicuramente in modo molto più leggero, come la nostra mente che non avrebbe bisogno di affaticarsi troppo per trattenere tutta quella gran quantità di parole, di concetti, di numeri, di fatti, di date che ci rendono la testa tanto pesante e che, qualche grattacapo - a chi di memoria ne ha sempre avuta poca - ci hanno sempre procurato.

Basta credere. Basta credere che le parole che ci vengono dette siano utilizzate nel contesto di frasi e concetti che rispondono, in perfetta buona fede alle nostre domande.
Basta credere che non siano state svuotate del proprio significato reale, che non vengano usate come tabù incontestabili – un Tabù non ammette replica - e che possano essere i cardini (quelli che cerchiamo nella nostra memoria) che orientano e decidono la direzione che deve seguire il ragionamento: “Il nostro ragionamento”.

Certo c'è qualche possibilità che il risultato di un ragionamento elaborato sugli stessi cardini  – messi a disposizione di tutti e utilizzati da tutti - per formarsi una idea, sia in linea o confermi le tesi che chiunque altro partendo dalle stesse premesse, gli stessi dati, può (o deve) raggiungere.

In fondo

In fondo la vita è tanto frenetica e c'è tanto poco tempo per fare qualsiasi cosa. C'è tanto poco tempo anche per godersi un raggio di sole, o per guardare con attenzione la bellezza, la natura, la sensualità, l'arte. Quanto è più facile fare una bella foto a tutto quello che vediamo e convincerci di essercene imbevuti a sufficienza e di aver catturato il suo sapore o la sensazione dell'attimo. Senza soffermarci - senza perder tempo -  e correre subito a catturare altre sensazioni, che gusteremo dopo, con comodo.

E passare oltre, fare altre cose e poi altre più cose. Poi chissà, forse un domani troveremo un momento per riguardarci quel bel raggio di sole, o per ricordare quella bellezza che avevamo intravisto un certo giorno …. ma vedremo e potremo ricordarci solo di un riflesso rubato, di una immagine, di una riproduzione , di una finzione di quel raggio di sole o di quella bellezza che stiamo cercando: l'originale, la vera bellezza, le sue sfumature, i suoi difetti, restano nascosti, non sono gli stessi di quel momento in cui l'abbiamo vista con i nostri occhi – senza guardarla e senza bearci della vera emozione propria di quel solo momento – perché allora non ne abbiamo avuto il tempo. 

Così abbiamo perso l'attimo giusto, quello in cui la vita ci aveva concesso di osservarla, di comprenderla, di farcela entrare dentro e farla diventare parte della nostra conoscenza, della nostra esperienza, della vita vissuta. Abbiamo bloccato il piacere del sentimento in un semplice scatto fotografico, soddisfatti per averlo fatto diventare un TABU', sicuri che domani avremmo potuto goderci, nel nostro intimo, le stesse sensazioni. Con la sicurezza di aver fermato il tempo dell'attimo rubato.

Siamo ormai abituati a guardare tutto con superficialità, ad essere sicuri di poter aver una seconda opportunità, di poter contare su una memoria più forte e capace della nostra. Da accendere e spegnere a comando.
E questo modo di fare ci è entrato dentro e ci illudiamo di replicare l'attimo, di moltiplicare il tempo. Un tempo-che-non-abbiamo-perso e che ci fa sembrare di essere più ricchi, ci fa sembrare di poter possedere anche quello che non è ricchezza reale. Crediamo di aver a disposizione sempre e ovunque un momento del nostro spirito, della nostra vita, ci sembra che tutto sia possibile e rintracciabile in qualche posto dell'etere che noi saremo sempre capaci di ritrovare.

Ma torniamo per un momento alle nostre belle foto:  E se andassero perse?

Beh, allora, potremmo sempre andare a cercare qualcosa di simile che ci faccia ripensare al nostro bel raggio di sole o alla bellezza di cui conserviamo un vago ricordo, ma non la sensazione di benessere, di piacere, di amore o di rabbia. Su Internet troveremo tante immagini che possono ricordarci le nostre, molto simili a quelle che ricordiamo e che mostrano oggetti, persone, suoni, parole di qualcosa di simile, anche se preso in un momento diverso. Sono immagini però che hanno un sapore differente, che ci appaiono piatte, meno profonde, che non sanno esprimere la sensazione del nostro momento di contatto con la nostra realtà che guardava lo stesso oggetto, o persone simili, o suoni, o odori, o parole che raccontano le stesse storie. Sono immagini di un giorno qualsiasi, non del giorno che abbiamo vissuto noi.

In fondo: sono queste le risposte che troviamo in rete quando cerchiamo una data, un fatto, un pensiero: ci appare una lista di siti dalla quale possiamo scegliere qual è la miglior risposta alla nostra domanda. Tanti siti, più o meno uguali, che dicono tutti più o meno le stesse cose e tra i quali noi possiamo scegliere, in base ad una priorità di scelta che ci offre la tendina con i titoli, oppure ispirati dalla simpatia delle prime parole scritte nel testo.

Più o meno: uno qualsiasi dei siti tra cui possiamo scegliere dice le stesse cose, le dice con parole simili, con una consecutio simile, citando gli eventi e citando gli stessi concetti. Forse qualcuno o qualcosa verrà dimenticato da un sito e ricordato da un altro, forse qualcuno metterà più enfasi o meno enfasi su un momento del pensiero o del fatto, Forse qualche sito darà, velatamente, una propria interpretazione – più o meno, alla fine avremo una conferma che ci permetterà di andare avanti nel nostro ragionamento, più o meno, in linea con il nostro pensiero.

Più o meno rifletterà qualcosa dei nostri ricordi, della nostra formazione culturale. Poi ci abitueremo a non fidarci più della nostra memoria, che a volte ci tradisce, anzi bisognerebbe esercitarla regolarmente per farla funzionare bene. 
Ma vale la pena perdere tanto tempo per imparare a memoria tante cose ? Vale la pena di sforzare il cervello per farsi una propria cultura? 
E' tanto comodo fidarsi di una banca dati sempre aggiornata, facilmente consultabile e più sicura della nostra "cultura personale". Lasciamolo ad altri l'onere di trascrivere le informazioni che ci serve ricordare, quelle che ci servono per poter ragionare con il nostro cervello, evitiamo di perdere tempo, anche perché - in questo modo - gli amici che la pensano come noi sono sempre di più. 


(fine parte 1)



Fa parte della nostra memoria anche quella parte del cervello che non deve essere addestrata, che non ha bisogno di studiare e di apprendere, ma che esiste e si sviluppa solo per un incondizionato rispetto degli esempi ricevuti, dell'ambiente che frequentiamo, dell'esempio e dell'emulazione del comportamento del prossimo e dei genitori.
Un qualcosa che ognuno ha dentro di sé, una innata conoscenza. Che ne so, diciamo che qualcuno ha uno spirito di orientamento migliore rispetto a qualcun altro, chiamiamolo istinto, chiamiamolo facoltà di riconoscere da alcuni elementi - spesso irriconoscibili per altri - da che parte sorge il sole o qual è la strada più facile per tornare a casa. Ecco proprio di questi istinti, di questi naturali modi di essere, la natura dell'uomo sta abituandosi a farne a meno. 

Intendo dire che fino a pochissimi anni fa la qualità della vita – direi quasi la capacità di sopravvivere – era affidata a certi comportamenti che permettevano di vivere in sincronia con la natura e di apprezzarne, goderne e usufruire dei suoi frutti, di convivere e vivere meglio.  

Non posso certo lamentarmi del fatto che la vita - per gran parte degli esseri umani - sia diventata molto più semplice, comoda ed agevole di quanto sia mai stata negli ultimi millenni, però dobbiamo onestamente riconoscere che pochissimi di noi riuscirebbero a mettere in tavola un buon piatto di insalata, se non dopo averla comprata in un supermercato – i più primitivi di noi potrebbero comprarla da un ortolano – e veramente pochi avrebbero l'ardire di cercare qualcosa di commestibile tra le tante erbe sconosciute che nascono spontanee nei prati.  Oltretutto non ci sarebbe il tempo, quindi perché perder una parte del nostro prezioso tempo per imparare nozioni che sono superflue in questo sistema sociale?

Infatti ormai il nome di un vegetale non ci evoca più la sua forma e non ci permette di riconoscerlo, per mancanza di esperienza e, soprattutto per mancanza di fiducia in noi stessi – e se mi sbagliassi? Siamo abituati a riconoscere le cose dalle etichette, insomma, ci fidiamo più di quello che sentiamo dirci da fonti che si qualificano attendibili o che leggiamo su un qualsiasi pagina di internet, piuttosto che fidarci dei nostri sopiti istinti, delle nostre blande esperienze o di approssimative conoscenze dell'ambiente in cui viviamo. 

Certo motivi per non mangiare le erbe dei prati ne abbiamo abbastanza, a cominciare dall'inquinamento dell'aria e delle falde acquifere, dei pesticidi e dei rifiuti tossici interrati un po' ovunque. Ma il motivo principale per cui non siamo più abituati a sceglierci le erbe, i vegetali e le radici che crescono, come natura vuole, in terra è che sono veramente pochi, tra di noi, quelli che riescono ancora a riconoscere un'erba commestibile da un'erba dannosa per la nostra salute. 

A parte il fatto che poche erbe sono veramente dannose, quello che trovo estremamente preoccupante è l'incapacità - che a volte ostentiamo come un vanto – di riconoscere che questa nostra ignoranza sia un vero limite, che deriva da una scarsa frequentazione dei luoghi dove la natura non sia ancora stata invasa e contaminata dalle esigenze dell'uomo e del progresso. 

Luoghi che avrebbero dovuto insegnare a conoscere e riconoscere quel qualcosa di cui noi oggi – per abitudine, comodità e disponibilità di mezzi – nemmeno sentiamo più la mancanza. Quelle poche volte che facciamo una passeggiata fuori porta e ci allontaniamo dal traffico, parcheggiamo la macchina in qualche parcheggio ai lati di un bosco e, di solito, paghiamo un biglietto di entrata, come al cinema. Poi  cominciamo la nostra avventura nella natura: i sentieri sono normalmente tracciati e segnalati da cartelli con percorsi consigliati, con il tempo di percorrenza, il livello di difficoltà, che tipo di scarpe metterci ..... così non rischiamo di poterci perdere o di dover ricorrere al nostro navigatore satellitare. Quell'affare che ci segue ( o che ci controlla?) in qualsiasi momento ma con cui viviamo più sicuri di essere sempre in contatto con i nostri amici e di contenere ogni rischio, così ci sentiamo più forti, almeno finché non perdiamo il telefonino. 

La memoria, i ricordi, l'esperienza del vissuto ormai ci sembrano qualcosa di “antico”, di polveroso, qualcosa che ci lega ad un passato che confondiamo con il precario, l'inaffidabile, il “vecchio”.

Ma vecchio inteso con un senso dispregiativo, cioè incapace di aggiornarsi e incapace di apprezzare quello che il “progresso e la tecnologia” ci offrono ogni giorno in modo sempre più sofisticato, sempre più accessibile, a portata di mano, già pensato per noi, da un sistema capace di prevedere e di guidare i nostri desiderata: quei pensieri tanto reconditi che, se non ce li facesse notare qualcuno, nemmeno avremmo mai conosciuto

Ecco forse la memoria sta passando di moda per il fatto che ci fidiamo meno della nostra cultura, della nostra mente - forse per convenienza, per risparmiare tempo, per indolenza o per poter citare delle fonti che confermano e rafforzano quello che stiamo pensando o dicendo. Forse è proprio questa insicurezza, questo sentirsi nudi in un mondo troppo grande per poterne conoscere abbastanza, che la nostra ignoranza pressoché COMPLETA in molte materie di cui – per vivere – non è più necessario sapere come funzionano e se funzionano bene.

Così succede che qualsiasi idea che si propone come differente, come nuova, viene sistematicamente considerata migliore di quella che vorrebbe rimpiazzare, perché - non sapendo - si crede che potrebbe aiutare a crescere, a migliorare, a realizzare un processo più rapido, più efficiente, meno faticoso e coinvolgente per l'uomo. Anche se non si è ancora avvertito - per insensibilità? - un vero bisogno di cambiare.  In effetti il nuovo è, per definizione,  una “evoluzione del passato” e deve, o dovrebbe, essere un miglioramento di quanto già esiste. 

È chiaro che il termine progresso è una definizione positiva, migliorativa, che permette di godere di tutto quanto è esistito prima di noi e di mettere, sopra alla glassa di una torta già cucinata, una bella ciliegina rossa. 
Il dubbio che sorge a volte è se la bella ciliegina rossa sia sempre compatibile con il sapore e i colori della torta che abbiamo sempre mangiato con piacere o se sia troppo appariscente per quella torta, che forse non ne aveva nessun bisogno per sembrare più bella e forse il nuovo gusto della ciliegina stona con il sapore della ricetta originale. 

Esiste il rischio che, col passare del tempo, si parli sempre più della nuova bella ciliegina e che il tanto parlarne ci faccia dimenticare il sapore antico della buona torta che ora con le ciliegine è decorata più riccamente, più sfarzosamente, è artificiosamente truccata meglio. Anzi se qualcuno sotto le belle ciliegine ci mettesse un'altra torta della stessa forma, ma con un sapore differente, forse nessuno se ne accorgerebbe, tanto è ammaliante la bella ciliegina che calamita su di sé le attenzioni di tutti. 
Anche le attenzioni di chi il sapore antico della torta - quella buona anche senza le ciliegine - non l'ha mai conosciuto e che non riconosce la differenza. 

E si continua a mangiare la torta con le belle ciliegine, perché è facile lasciarsi sedurre dalle apparenze e ....  le abitudini cambiano, senza che ce ne accorgiamo: La nostra percezione del tempo - quella del momento distratto che viviamo - ci aiuta a non percepire i piccoli cambiamenti, quasi impercettibili e veloci che avvengono continuamente sotto i nostri occhi. Ci siamo dimenticati che sapore aveva la torta, quando ancora sopra non aveva le ciliegine.  

Tanto tempo fa  


A scuola c'era una piccola biblioteca, dove tutti i ragazzini potevano lasciare un libro che avevano già letto e prenderne in prestito uno nuovo, così i titoli cambiavano sempre e ogni settimana c'era modo di leggerne uno nuovo. Forse il termine biblioteca  è esagerato per una piccola iniziativa di qualche professore che aveva trovato il modo di far sentire importanti dei ragazzini che si erano presi la responsabilità di scegliere quali libri portare a scuola e che si erano impegnati a leggerli senza sporcarli e senza fare troppe orecchie sulle pagine. Perchè i libri sono importanti e meritano rispetto, anche quando dopo averli letti non ci sono piaciuti.  
Avrò avuto undici, dodici anni quando mi capitò di leggere "I Tre Moschettieri".   Per un ragazzino degli anni sessanta - quando la televisione era in bianco e nero e le trasmissioni cominciavano alle cinque del pomeriggio con la TV dei ragazzi che durava un'ora e poi si dovevano fare i compiti - i libri di cappa e spada o quelli dei pirati o i racconti sul far west, erano un'avventura della fantasia. Leggendo quelle pagine si usciva del mondo reale e ci si immergeva completamente in un'altra epoca, ci si immedesimava con quei personaggi che parlavano di onore e di rispetto con un re o con un capobanda che aveva appena ammazzato con le sue mani quello che era stato il cattivo di turno.  
Ma quel libro fu importante per me, non  solo per come raccontava i colori di una epopea lontana e affascinante ma perché alla fine del libro, la mia curiosità non era stata appagata ma stimolata, anzi mi aveva fatto sperare che le pagine non finissero mai e ogni storia narrata finiva come un feuilleton a cui mancava la parola "continua la settimana prossima". Ma quando riportai a malincuore il libro a scuola scoprii che la mia sensazione non era dovuta al fatto che non avessi compreso qualche parte della storia o che la mia fantasia non si fosse spinta fin dove doveva arrivare. No, anche l'autore del libro aveva compreso che un libro solo, per quella storia non bastava. Trovai dello stesso autore un altro libro, con la copertina molto simile e che si chiamava "Vent'anni dopo".
Non mi ricordo se lessi il secondo libro con lo stesso entusiasmo del primo e nemmeno ricordo bene quali sono le storie raccontate prima e quelle che venivano dopo, ma quello che mi colpì maggiormente fu il valore che io a dodici anni davo al tempo. Vent'anni per me erano tanti, erano una generazione, era come aprire una finestra sul futuro, e il futuro - a quell'età - è lontano, arriverà quando si sarà diventati grandi e il tempo non passa, e si aspetta con ansia di potersi mettere in gioco, sicuri che il mondo per noi sarà migliore di quello che vediamo intorno a noi, perché noi siamo di più. Noi siamo più istruiti, capiamo prima dei nostri genitori, siamo giovani e abbiamo la forza per fare quelle cose che i nostri eroi di carta riescono a fare con tanta normalità.
Poi improvvisamente il tempo comincia a correre e non ci si accorge che non siamo riusciti a fare tante cose, perché eravamo troppo piccoli, perché erano cose da grandi, perché non eravamo pronti o perché semplicemente non avevamo abbastanza soldi e nemmeno gli amici e la famiglia giusta per diventare protagonisti in un mondo che avevano solo sognato. 
Oggi vent'anni però bastano per entrare in un'altra epoca.    

Per parecchi anni ho lavorato lontano da casa, dove tornavo un paio di volte l'anno. All'arrivo in aeroporto solita stanchezza, fila al controllo passaporti, attesa del bagaglio, odori da far voltare lo stomaco, altra fila in dogana, baci, abbracci, parenti, tassisti abusivi, tutto come sempre.  Poi una mattina arrivato all'aeroporto di Roma, saranno state le sei, era molto presto, c'era ancora poca gente, ma notai qualcosa che non riuscivo a percepire bene. Qualcosa di strano nell'aria, come un senso di indifferenza, anzi di alienazione. Tutti camminavano e parlavano. Da soli, cioè parlavano a  un ingombrante telefonino, e camminavano in fretta, ignorando completamente chi gli stava accanto e -infervorati in discussioni che sembravano determinanti per tutto il genere umano - sembravano tutte “persone importanti”. 


Senza che io ne avessi ancora avuta una minima percezione, si era creata una nuova élite, che si riconosceva da quel nuovo status symbol. 
Improvvisamente ci eravamo messi a correre più veloci e le generazioni cominciarono a succedersi a tempi sempre più brevi, a diventare più corte. Le invenzioni, le scoperte e le abitudini cominciarono a cambiare giorno dopo giorno.
I "Vent'anni dopo" di quando ero ragazzino io, erano diventati come venti secoli di vita di questi giorni.

Il teatro, come il caminetto delle vecchie case di pochi anni fa, per esempio, aveva sempre rappresentato la vita, raccontato, mantenuto vivo il ricordo ed esaltato i sentimenti e i guitti spiegavano senza dire quello che non poteva e non doveva essere raccontato e tramandavano le tradizioni, le paure, la bellezza. Come i nonni che raccontavano le favole e le loro storie di guerra ai nipoti. 

Poi la gente non ha avuto più il tempo di ascoltare. In mezzo secolo prima abbiamo cominciato a correre e poi a volare  trasformando completamente il nostro modo di vedere le cose, di pensare, di apprezzare la bellezza, di perdere tempo e di sforzarci a pensare. Non abbiamo più tempo per pensare con la nostra testa, abbiamo tutto sott'occhio, ci fanno vedere le cose, non serve più immaginarle,  non serve nemmeno avere dubbi, perché subito ci presentano qualcosa che rafforza quello che abbiamo appena visto e spiega come non serva avere dubbi. Ormai bisogna saper credere. Ma con cautela e, meglio, se ci si affida a quello che conviene di più. 

Stanchi dallo stress – più che dalla fatica fisica – del lavoro e del traffico, in casa non abbiamo più il caminetto, ma abbiamo un telecomando. Ci togliamo le scarpe e ci possiamo abbandonare a uno qualsiasi dei tanti programmi della televisione dove - in mezzo a tanti accattivanti spot pubblicitari – sfilano belle donnine scollacciate che lasciano più vedere che pensare, che lasciano parlare i soliti nomi che hanno una parola competente su qualsiasi argomento, che emettono suoni non sgradevoli ma assolutamente inutili, attenti a non parlare di teorie, di principi sociali o morali o di argomenti reali e soluzioni concrete, ma assolutamente pronti a usare tecniche di coinvolgimento del pubblico con una dialettica da attori consumati.  

Un reality o un salotto televisivo di oggi ha un taglio molto più veloce, acuto e avvincente di uno di quei vecchi, lenti, noiosi monologhi dei primi teleromanzi trasmessi dalla televisione a un solo canale in bianco e nero, che provava a far conoscere a grandi masse di pubblico i drammi, le commedie e le forse di un teatro della vita che è diventato ormai, troppo piccolo per uno schermo tanto grande.

Non voglio arrivare al chiacchiericcio, a quel parlare che confonde e fa sembrare tutto negativo - tipico per un signore di mezza-età inoltrata - anche se non sto molto accento nel non cadere in quella deliziosa espressione: “ai miei tempi!”, che ho tanto odiato sentir dire dai vecchi dei miei tempi.  Però il senso critico ha il dovere di far riflettere, di evitare di sentirsi costretti ad accettare tutto quello che viene definito nuovo – a detta di tutti - come unico modo di vedere le cose, unica alternativa, unica possibilità senza alternativa. 

Pena: essere additato come differente, come persona che si arrampica su principi morali superati, su valori immateriali,  come una persona che non vuol rendersi conto dell'evoluzione dei tempi e che, visto che non accetta con entusiasmo le nuove regole, si mette quasi spontaneamente a lato, esce dal campo e diventa facile oggetto di un mobbing sociale giocoso, di una emarginazione tacita e condivisibile da tutti. 
Condannato ad essere considerato inutilmente incompreso e incapace di comprendere.

Temibile e terribile sovversivo. Anzi no: complottista, è questa la parola inventata - mistificandone il significato - per definire chiunque abbia ancora voglia di una qualsiasi reazione a un “confortevolissimo appiattimento” a quello che sapienti scelte di mercato stanno riuscendo ad imporre. 
C'è poco da dire, sono stati e sono veramente bravi, sanno veramente riconoscere, nei gangli del nostro cervello, quello che a noi farebbe piacere pensare, quali idee, quali oggetti, quali desideri sono nascosti nelle nostre pigre menti, o meglio quali sono quelle sollecitazioni che non sono state ancora sollecitate.

Quali sono gli interessi che hanno ancora un potenziale da sfruttare, creando nel nostro profondo io, altri bisogni che nemmeno immaginavamo di poter desiderare, magari per sentirci più partecipi, più uguali a un modello di mondo che ci viene presentato, come se fosse vero, offrendoci la sensazione di scoprire una realtà che ci era sfuggita. 
Una realtà a colori e truccata. come qualcosa di verosimilmente bello e che ci viene propinata come verità. 

È il piacere della fiction, dove tutti i colori sono pastello, dove tutti gli eroi sono belli, dove le donne si svegliano ogni mattina e sono già impeccabilmente eleganti, truccate e in forma, dove gli uomini non hanno né pancia, né mal-di-schiena e dove esiste anche un terzo sesso che ha un suo ruolo chiaro e forte in una società normale, senza forzature, senza ricchi e senza poveri, una società che accetta il piacere del diversamente più intelligente. E tutto quello che non si vede non esiste.


Divagazioni? 

Certo come dicevamo prima, certi discorsi, sembra di stare al bar! 

Ma forse no, forse ho semplicemente allargato un po' troppo il discorso, il fatto è che a tutti ci piace sentirci parlare e ci crediamo di sapere molto più di quello che realmente conosciamo e poi, le parole altisonanti ci fanno sentire importanti. Lasciatemele godere per qualche riga, lasciatemi divagare, anche se sono sicuro che serve solo a me stesso.

Il pensiero dell'uomo ha un percorso lungo – se vogliamo stare alla storia scritta sui libri e quindi ufficiale – sette, otto, diecimila anni e in tutto questo tempo ha avuto una sua lenta ma progressiva “evoluzione” senza mai mettere in dubbio il significato del termine “evoluzione”, senza voler mai ricominciare da un punto qualsiasi senza tener conto, senza riconoscere, che è esistito un passato, una storia.
Questa prassi antica ha fatto sì che qualcosa, almeno l'essenziale, del pensiero dell'Uomo sia rimasto nel retro-cranio dell'uomo di domani, ha permesso che sia rimasta la capacità di riconoscere una specie dannosa da una specie innocua, ha permesso di orientarsi in base alle stelle del cielo, ha permesso che un uomo spontaneamente fosse capace di legare insieme qualche tronco d'albero per costruirsi un riparo. 

Banalità-certo-però con questi esempi primitivi cerco di dire che, fino a ieri per andare da casa al lavoro, a piedi, a cavallo o in auto, nessuno aveva mai pensato di consultare un navigatore satellitare, da che parte andare o quale sia la strada più breve. Nessuno si era mai preoccupato di avere troppo pochi amici virtuali, o di ricevere pochi “like”, nessuno aveva  mai guardato sul telefonino per sapere se fuori piove. 

Però ormai certi modio di fare non sembrano nemmeno più tanto stravaganti. Anzi chi non è assuefatto rischia di diventare un estraneo in una collettività, che non chiede perché, ma che semplicemente ignora ed esclude
Qui, volevo arrivare. 

Al fatto che certi nostri comportamenti, certe nostre esigenze, certi nostri “bisogni” fino ad un ieri, nemmeno tanto remoto, nessuno avrebbe mai potuto pensare che fossero comportamenti leciti, normali, che non fossero delle assurde stramberie inventate da chi avesse solo voglia di giocare con una fantasia estremamente ricca. 

Sarebbe meglio avere “la botte piena e la moglie ubriaca”, dicevano "i vecchi dei miei tempi" però la botte mi pare che sia piena di miseri e inutili bisogni che non possiamo nemmeno pagarci, mentre la moglie si è ubriacata, sì, ma dopo aver bevuto un po' da ogni botte che ha trovato sulla sua strada. Con tutto il rispetto per la  moglie della metafora.




Un barlume di memoria    (parte 3 )


Certe volte, nel sogno, viviamo nelle situazioni che ci sembrano reali,   ma proprio in quei momenti fuori dalla realtà temporale, il nostro “io”, la nostra coscienza profonda, tutte le nozioni, le impressioni, le esperienze che abbiamo vissuto o di cui abbiamo solo avuto una percezione, ci appaiono assolutamente limpide, ovvie ed evidenti in tutti i loro dettagli.

In quei momenti che di solito dimentichiamo al momento del risveglio, ci possiamo permettere di ragionare senza limiti e di esprimerci compiutamente su argomenti ben noti - ma anche su argomenti che solo riteniamo che ci siano ben noti. E ci troviamo a sentirci disquisire nella nostra lingua madre o in altre lingue con termini e perifrasi raffinate, attingendo informazioni, probabilmente, nascoste in qualche angolo del nostro cervello, dove da svegli, non si riesce mai a scavare, nella memoria più profonda o tra cognizioni che non sono ancora nostro vero patrimonio culturale. Scaviamo tra nozioni allo stato larvale, poco studiate e poco digerite, in un posto dove – forse - si sono insabbiati momenti e pensieri di un certo tempo della nostra vita, in cui abbiamo riflettuto, studiato o imparato a memoria, qualcosa che è stato presto superato da altre riflessioni, da altri studi.
Oppure ci sembra di vivere di persona esperienze antiche, troppo antiche per essere parte della nostra storia e ci sembra di percepire sensazioni, gioie, dolori, bisogni o sentimenti reali ma improbabili, forse elaborati per effetto di qualche sentito dire, letto distrattamente o ascoltato in famiglia, nella primissima infanzia. Non oso pensare a una memoria ancestrale, innata e residuo della progenie, perché mi sbilancerei verso argomenti, per me, troppo oscuri.

Stiamo parlando di stati d'animo, di nozioni e di lampi che se abbiamo conosciuto in qualche momento della nostra vita, poi abbiamo rimosso dal nostro patrimonio quotidiano fino a che, certe cose che credevamo di aver imparato o di averne assimilato il significato, ci sono diventate estranee, sconosciute, quasi nuove.
Potrei dire le stesse cose – forse – usando una definizione differente e cioè che le situazioni che viviamo nel sogno sono semplici sragionamenti, e l'impressione e il ricordo della raffinata, colta e profonda esposizione della “nostra scienza acquisita”, che ci restano dopo il risveglio, è semplicemente frutto di uno stato di esaltazione del nostro io addormentato, senza essere oggetto di nessuna critica, senza nessun controllo, senza nessuna prova contraria.
Un momento di Fantasia pura e assoluta che vuol rappresentare la nostra vita ideale in un mondo che desidereremmo esistesse, ma che è purtroppo incompatibile con la realtà della natura e dell'Uomo.
Infatti nella quotidianità, qualche volta ci mancano le parole per esprimere un concetto nel modo e nella forma che sappiamo potremmo dare al nostro pensiero, è allora che sentiamo che la nostra mente è attraversata da un barlume – come un lampo, che acceca ma si spegne subito - che ci lascia intravedere solo qualcosa di quanto sappiamo di aver saputo, ma che – nel momento in cui ci serve veramente - ci sfugge e, come per un lampo non facciamo in tempo a godere di tutta la sua luce.
Ci resta solo un'ombra, un fantasma che percepiamo intorno a noi ma che non possiamo toccare, anche se ne sentiamo la presenza. Non abbiamo le prove, gli elementi e il coraggio per dirlo ad alta voce: è una situazione che ci lascia confusi, una situazione che ci toglie la certezza dei nostri mezzi, lasciandoci sentire più piccoli e con un fastidio per quel senso di disorientamento che si confonde con la vergogna di non sentirsi adeguati alla situazione che abbiamo cercato: “non ci sentiamo alla nostra altezza”.

Allora cerchiamo di rimuginare nella memoria di trovare qualche riferimento, qualche immagine, qualche data, e quando troviamo un gancio, un qualche riferimento che ci accompagni verso quel posto nella mente dove credevamo di aver riposto il suggerimento di cui proprio ora abbiamo bisogno, troviamo solo uno spazio vuoto e ci prende lo sconforto.

Restiamo, letteralmente, senza parola, mentre una rabbia blanda ci sale su dal petto, una sorta di malessere, di fastidio per non essere all'altezza di una situazione che credevamo di saper ben gestire, per non essere quella persona brillante che avevamo creduto di essere, per non ricordare qualcosa che credevamo fosse ormai nostro patrimonio da sempre e una volta per tutta la vita.
È uno stato di confusione mentale molto simile a quello che si verifica quando, rientrando in casa, troviamo la porta aperta e una grande confusione e allora ci sentiamo violati, perché qualcuno ha messo le mani tra le nostre cose. Anche se poi alla fine quello che manca è ben poca cosa. Ma ci ha dato la dimostrazione che di nostro nella vita non c'è nulla, di tutto quello che abbiamo accumulato possiamo disporne solo fino a quando siamo in condizioni di controllarlo. E' il momento del caos quello che ci fa sentire quanto siamo veramente vulnerabili sia nella vita sociale, sia in quella intellettuale o affettiva.

Ci lasciamo prendere da questi ragionamenti e ci estraniamo dal mondo che ci circonda per qualche attimo, solo qualche attimo.
Poi suona il telefono, una macchina è parcheggiata in seconda fila, una ragazza ci chiede che ora è .... e già ci scordiamo di non aver ricordato. E torniamo con i piedi per terra, nel mondo reale dove si ricomincia a correre per mettere in fila le tante piccole cose che riempiono le giornate e che non ci lasciano mai il tempo per restarcene in silenzio, a pensare da soli.

Quel tempo che ci farebbe tanto comodo per rimettere a posto le cose, per fare ordine nei famosi cassetti in cui nascondiamo le nostre idee, per ritrovare quelle parole che non abbiamo trovato quando avremmo dovuto, per guardarci dentro e cercare meglio, magari per ritrovarci qualche pensiero antico o qualche cognizione appresa a scuola, o qualche bella parola letta su un libro che, alla fine, nemmeno ci era piaciuto tanto.
Certo le abitudini sono un brutto vizio e quando ci siamo abituati a comprare sempre e tutto quello che ci serve ora, a comprare cose nuove, cose che spesso abbiamo dimenticato in fondo a qualche cassetto chiuso da anni, nemmeno vale la pena di cercare in cantina - o di cercare nella nostra mente - e controllare se, veramente, quello che stiamo comprando è qualcosa che ancora non possediamo, o se semplicemente ci viene più comodo “non perdere tempo”.

E' il tempo il vero problema che ci allontana dal mondo reale, e la mancanza di tempo – perché siamo troppo occupati nelle tante piccole inutili faccende quotidiane – è il motivo per cui anziché guardarci dietro e cercare in cantina o nella memoria, quel qualcosa che dovremmo già avere in casa, ci siamo abituati ad usare solo le cose o le parole, che abbiamo a portata di mano e quel che ci manca lo compriamo – perché chi vende pensieri o merci sa bene cosa cerchiamo – e guardiamo avanti, verso un futuro che non ci farà sentire vecchi, anche se il futuro ormai ha poco di nuovo da raccontare.

Il Passato è passato e quello che è già stato fatto ormai non serve più, non serve ricordare che la storia gira, che ogni giorno ricomincia come quello che è appena finito e che gli errori fatti ieri li ripeteremo, anche noi, gli eroi-di-domani.   Se la storia insegnasse veramente, se gli uomini ricordassero e se i figli imparassero dagli errori dei padri, non sarebbero sempre gli stessi a vincere.
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Che delizia l'artra sera ar Campidojo,
quanno sott'ar cavallo de Marc'Aurejo,
n'orchestina de pifferi e tromboni
nun stonava in mezzo tanti capoccioni.

A mette' nzieme storia e sentimento
se risveja l'anima der monumento,
der marmo, der bronzo, der cimiero
e er tempo, che guarda tutti sacro e fiero.

L'omo senza tempo se riconosce
ne lo spirito, ner coraggio e ne l'angosce
de 'n momento che nun c'ha futuro, né passato.

E mentre te perdi tra 'ste note moderne,
senti ch'er pensiero nun è mai cambiato
e un soffio de vita eterna esce da l'urne.

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«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero.
Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale».


Pier Paolo Pasolini - Scritti corsari anno 1975







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Il Diavolo Esiste

Ogni cinquant'anni il mondo improvvisamente impazzisce e c'è bisogno di una guerra clamorosa, violenta, sconvolgente, di quelle che coinvolgono qualsiasi essere umano sia raggiungibile, per tornare poi a rinsavire a ricominciare a lasciare un po' di spazio alle persone “normali”.

Quelle che pensano come poter mangiare tutti i giorni senza rischiare di essere ammazzate, quelle che vedono nei loro figli la speranza per un domani che sarà. Quelle che credono nella giustizia e che vorrebbero che le leggi fossero solo un mezzo per stabilire la giustizia … e il rispetto, non delle regole, ma del prossimo, dell'Uomo stesso, della sua dignità.

Quelle che vorrebbero il rispetto del significato delle parole che vengono pronunciate, non per trascinare la gente verso una fazione, verso una idea di parte, verso un interesse personale, ma semplicemente per esprimere un concetto, un pensiero oggettivo e lasciare, a chi deve intendere, la “Libertà” di esprimersi.

In questi ultimi settant'anni, chi è uscito vincitore dall'ultima catastrofe mondiale è stato tanto forte e capace da far sfogare gli istinti brutali di sopraffazione - e gli interessi economici - dell'essere umano in tante enormi tragedie che hanno annientato popoli e dato il via a esodi di massa, che li hanno mischiati e che hanno cambiato la forma del mondo, la cultura degli uomini e la loro lingua.

Ma hanno lasciato che tutto fosse visto dall'occidente come un film, come se la verità di gente che muore e si vede morire, dentro e fuori, fosse solo uno spettacolo messo in scena per ispirare i nostri alti sentimenti, il nostro sdegno, la nostra partecipazione.  

Come un funerale, dove la nostra presenza è d'obbligo, ma ormai assolutamente inutile.

Il coinvolgimento di tutti ci deve essere ma solo emotivo e non deve essere violento, perché potrebbe creare reazioni non desiderate e una ribellione non prevista, se non orientata, potrebbe scattare troppo in anticipo e il morto potrebbe anche non morire.

Oggi stiamo vivendo il funerale di una Umanità che abbiamo conosciuto come “benigna” verso gli esseri umani, di una civiltà che - almeno crediamo - ha seguito una strada in salita ma che ha sempre premiato gli sforzi di chi avrebbe voluto proiettare nei figli le proprie speranze non realizzate per lasciar loro tutto il necessario, oltre agli insegnamenti e all'esperienza di vite che pur se non vissute serenamente e felici, dovevano essere dei tasselli di qualcosa molto più grande e senza confini.

Oggi anche chi non crede in Dio e negli Dei, vede che il diavolo esiste. Esiste dentro le coscienze dell'uomo e si materializza con i falsi idoli. L'idolo del Denaro, l'idolo del Progresso, l'idolo della Libertà e della Democrazia. 
Il falso rispetto di certi concetti assoluti che oltre al significato proprio della parola che li rappresenta, non hanno niente. Dietro le belle parole nobili c'è il vuoto o peggio il loro contrario.

In fondo “uomo” merita di essere scritto con lettere minuscole, per la propria povertà e la propria dabbenaggine, per la svogliatezza con cui affronta la vita e si lascia manipolare. Per la debolezza con cui si lascia guidare da una forza trainante, da un capo, da un duce, da un dio, ma anche da una intelligenza che riconosce superiore e che non accetta di essere contraddetta. 

Quest'uomo che accetta che una macchina possa sostituirsi a lui, per semplificare i suoi processi manuali e mentali, una macchina che ogni giorno prende più spazio e lo rende meno intelligente, meno capace comprendere e di controllare quale strada sta percorrendo.

L'Uomo deve avere paura - non dei politicanti, che governano o che governeranno, asserviti a certe idee-sbagliate sulla politica e sull'economia, o di certe macchine che “tolgono il lavoro” - ma deve avere Paura di se stesso e dei Tabù che limitano la sua mente e non gli consentono di essere libero di pensare, che non gli permettono di capire quale sia il suo ruolo nella storia e quanto, della sua povertà e delle sue miserie, resterà dopo di lui.


9 Feb. 2017


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Tra le bancarelle


Quando mamma era ancora giovane la mattina era una sua abitudine andarsene al mercato,  faceva sempre un giro tra le bancarelle, sorrideva a chi la invitava a comprare mentre gridava per esaltare la bontà  e la freschezza della sua merce, ma lei guardava solo. E non comprava  niente. Prima voleva vedere tutto,  voleva vedere cosa c’era sui banchi oggi  e  poi  guardava anche  nelle cassette poggiate per terra una sull’altra, accanto ai banchi, voleva essere sicura di poter scegliere e voleva fare la scelta migliore.


Voleva sapere quanto costava la frutta, quali erano le verdure di stagione arrivate oggi,  se le uova erano fresche e poi cercava di farsi un rapido conto per capire se le sarebbero bastati i soldi per comprare anche il pollo o il formaggio.
Altri tempi, quaranta o cinquanta anni ormai sembrano un’eternità per quanto sono cambiate le cose da allora,  per quanto il mondo si è trasformato in un  tempo breve ma che ha cominciato a correre sempre più veloce.
Mia madre - come tutte le donne-di-casa-che-non-lavoravano – dopo aver ben controllato che cosa c’era da comprare,  pensava a cosa le sarebbe piaciuto preparare per pranzo e per cena. Poi guardava nel borsellino e si adeguava scegliendo secondo le sue possibilità, solo quello che poteva comprare e rinunciava a comprare quello che non le sembrava fresco, che non era conveniente o che – lei – considerava troppo caro.
Qualche volta la frutta era a buon mercato e allora ne comprava anche per il giorno dopo, altre volte le uova erano fresche di giornata e non poteva far a meno di comprarle –  i bambini “l’ovetto fresco”   potevano berselo crudo – altre volte il pollo era troppo caro e allora,  niente  pollo, meglio le alici oppure il formaggio – visto che la ricotta o il primo sale costavano meno.
Insomma faceva quello  che hanno sempre fatto quelle che chiamavamo  mamma di famiglia,  semplicemente non buttava via con facilità i pochi  soldi che erano entrati in casa e prima di comprare voleva poter scegliere  ed essere lei a decidere, come spendere  e quanto spendere  per mettere a tavola qualcosa di buono e di sostanzioso per tutti.  
All'epoca i soldi erano pochi e quindi era giocoforza evitare di fare errori e ci si doveva informare per capire bene cosa si poteva comprare e che cosa, invece, non conveniva comprare. Certo c'era sempre qualche cialtrone, spesso di bella presenza, che aveva l'abilità di nascondere le magagne della sua merce,  di far sembrare bello e conveniente anche quello che non c'era o di vendere solo parole. Con il loro altoparlante  a tromba spesso facevano sembrare un affare anche certa roba che altri si sarebbero vergognati solo a nominare, perché sapevano di non saper ingannare e se ne facevano uno scrupolo. Meglio dormire tranquilli, anche se a stomaco vuoto. Ma c’erano certi venditori ambulanti – quelli con poca coscienza - che qualche volta, davano la fregatura anche alle brave mamme di famiglia, quelle che si credevano più scaltre e che magari avevano meno soldi e meno cervello di altre.
Ma questo le poteva capitare una volta sola, perché poi le Signore stavano più attente, erano più guardinghe e andavano a comprare  da un’altra parte.
Oggi invece le cose sono molto cambiate perché una qualsiasi mamma di famiglia, se vogliamo continuare a parlare di mamme e di famiglia, deve lavorare anche lei, perché gli standard di vita previsti dalla società in cui viviamo prevedono che un solo stipendio non basti più e poi la Donna può realizzarsi solo lavorando.  Intendiamoci, niente in contrario con le donne, con il lavoro e con i diritti, il fatto è che con questa scusa e con un consumismo esasperato, lavorando in due, oggi, una coppia non mette insieme il doppio dei soldi e non raggiunge una qualità di vita due volte meglio di quando la donna preferiva fare la Signora. Le spese superflue e quelle assolutamente obbligate si portano via molto di più di uno dei due stipendi.
Infatti anche oggi - come allora -  i soldi,  per chi lavora a stipendio e per chi rispetta le regole, sono pochi  ma le cose sono cambiate e non c'è più tempo per andare al mercato per informarsi e fare un giro delle bancarelle, e nemmeno per vedere quali sono i prodotti di stagione. Con la globalizzazione non ci sono più né primizie né stagioni. Ovunque.
Anzi per essere sinceri i mercati rionali sono sempre meno e non ci sono più nemmeno le bottegucce  del calzolaio, del fornaio, del droghiere o del macellaio sotto casa. Certo qualcuno di questi negozietti, tirando la cinta, riesce ancora a restare aperto, ma la mamma o il papà di famiglia la spesa la devono fare di corsa e per sbrigarsi possono correre solo al supermercato più vicino casa, dove trovano tutto  e comprano - senza scegliere -  solo quello che vedono esposto sugli scaffali.
Non c'è tempo per controllare se il prezzo è buono o se la merce è fresca, il tempo non c’è …. E allora si compra subito la prima cosa che si trova,  senza scegliere e senza nemmeno chiedersi se, in un ipotetico negozio sotto casa,  stiano vendendo  gli stessi prodotti o prodotti  di miglior qualità  a prezzi più convenienti.
Ci siamo abituati -  travolti dal ritmo della vita e del lavoro -  a comprare quello che gli esperti di marketing hanno deciso di farci comprare, al prezzo che decidono loro. 
Anzi a volte sentiamo un desiderio di spendere e andiamo con piacere a  comprare certi oggetti,  solo per sentirci accettati da una società immaginaria che la pubblicità ci fa credere che sia reale,  solo per adeguarci al comportamento degli altri e per non sentirci esclusi: compriamo a scatola chiusa per soddisfare certi bisogni alimentati più dal subconscio che dalle vere necessità di tutti i giorni.  Spesso compriamo solo per il bisogno di comprare, anche se non abbiamo i soldi in tasca: dobbiamo far girare i soldi, e se non bastano  meglio, spenderemo quelli che guadagneremo domani, forse.

Abbiamo smesso di scegliere sia perché non abbiamo il tempo per sapere che tipo di merci sono sul mercato sia a che prezzo sarebbe corretto comprarle, essenzialmente perché è diventato sempre più difficile saperlo,  per il fatto che le merci ormai vengono prodotte e imposte alla distribuzione sempre più solo dalle grosse aziende che dispongono di enormi capitali e che monopolizzano il mercato. Dopo aver distrutto con la loro concorrenza quellefastidiose piccole imprese familiari che lavoravano per un piccolo profitto e che davano lavoro  alla gente del posto.
Abbiamo perso l'abitudine di controllare,  di informarci e anche la libertà di scegliere cosa sia più conveniente per noi, ma in termini reali, concreti, i nostri soldi li stiamo spendendo nel modo in cui ci viene detto di spenderli, nel modo in cui ci possiamo uniformare con gli altri, ma è anche importante far vedere a tutti che cosa abbiamo comprato,  per far sapere  che Noi non siamo da meno di loro.
Ci siamo abituati a spendere soldi senza pensare se serva-veramente, sia conveniente-veramente o se abbiamo-veramente quei soldi che stiamo spendendo.
Di questo sono ben consapevoli le aziende che vendono prodotti studiati e calibrati per rispondere ai desideri stimolati nel cittadino-consumatore - secondo le loro più recondite convenienze -  indipendentemente dal fatto che il prodotto venduto sia utile e non sia pericoloso per essere consumato in modo sicuro da una clientela ignava che non si fa più domande.
Ignava essenzialmente – o forse disinteressata -  del fatto che certe vanità, certe frivolezze non basta potersele  "permettere" percredere di acquisire un rango superiore.
Proprio per questi comportamenti avventati – o meglio orientati -  l'informazione può permettersi di non essere accurata, anzi di essere molto attenta nella sua approssimazione,  non di rado ingannevole e  volta a curare gli interessi di chi ha il coltello dalla parte del manico, di chi può permettersi di controllare e di indirizzare le scelte fatte dai media,  dall’informazione.
E, visto che ormai abbiamo perso le abitudini a scegliere, tanto vale evitare di perdere tempo per dare alla gente troppe informazioni sulla merce che viene venduta, su chi la produce, sul costo del lavoro, su che età hanno i lavoratori e dove la merce viene prodotta, se viene conservata e distribuita secondo regole previste dalle leggi, se i costi promozionali sono esagerati o se il margine che retribuisce l'investimento sia proporzionato all’investimento stesso.
Come dicevamo abbiamo perso le nostre abitudini, non solo quelle di controllare se quello che abbiamo comprato corrisponda a quello di cui avremmo avuto bisogno, ma anche ad informarci se esiste qualcosa di più consono alle nostre necessità, se esiste qualcosa con un prezzo ed una qualità più funzionale alle nostre possibilità, se i nostri bisogni sono reali o se sono semplicemente indotti da un sistema di informazione che , in questo caso sì,  funziona-condiziona le nostre scelte e il nostro modo di spendere i soldi.
Le solite ovvietà, le solite lamentele di chi si limita  ciancicare quattro parole per il piacere di sentirsi parlare e poi non fa niente di concreto ….  ma queste quattro parole non vogliono mica parlare del bel tempo andato, anzi, vogliono parlare di politica.
Quella politica che ha imparato a muoversi secondo le regole e comportamenti psicologici che da anni controllano i consumatori per mezzo del mercato.  Una politica che oggi viene proposta vendendo in tutto il mondo  dei personaggi come se fossero dei prodotti o dei gadget, facendoceli sembrare più belli e più volitivi dei gadget concorrenti nello stesso segmento di mercato, senza nessuna necessità di doverci raccontare chi sono e se ce ne sono altri.
Perché tanto NOI ormai abbiamo perso l'abitudine ad informarci, abbiamo perso la nostra abitudine a scegliere tra le cose che vediamo con i nostri occhi e ormai non controlliamo più nemmeno quello che ci viene detto.  Ci crediamo. 
Non è facile conoscere chi sono veramente questi signori che troviamo sulle liste dei candidati da eleggere. Poche migliaia di persone scelte per essere elette.  
Questi aspiranti politicanti o più spesso esperti politicanti -  cosa hanno fatto nel loro passato? 
Sono persone degne ed abili per rappresentare  chi dovrebbe votarli ? 
Per quali motivi aspirano ad una carriera politica?  
Come  vorrebbero fare - quello che dicono di voler fare - per migliorare la qualità di vita della gente che dovrebbe eleggerli?


Come li possiamo distinguere dagli ambulanti-imbonitori che cercavano di dare qualche fregatura alle nostre mamme? 

Quali sono le garanzie di onestà e di rettitudine morale possono presentare a chi, senza sapere né chi sono, né da dove vengono, avrà solo il dovere di sceglierli?
29 apr. 2016


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BLOG : Io i punti voglio continuare a metterli.

Spesso ci troviamo a leggere certe para-analisi che vogliono spiegarci quanto siano importanti i simboli, la forma e il modo di farci percepire sul telefonino, per farci vedere dagli altri per quello che non siamo o che sappiamo di non essere.
Si è attenti ai fraintendimenti .............. mentre SI TOLLERA, anzi si accetta senza rendersene conto, che la comunicazione viaggia solo grazie alla mistificazione e alla confusione delle parole: Quello che è legge si vuole che assuma il significato di "GIUSTO", quello che è offesa contro la natura, i beni pubblici, i diritti dell'Uomo e dei suoi figli viene millantato come "necessità di difendersi contro le emergenze".
Si persegue il reato formale e si abbassa la testa di fronte alle frodi, ai furti e alla dissolutezza arrogante di chi vuole far credere che il proprio comportamento anomalo e illegittimo sia comune a tutti.
Il pensiero dominante - quello dei luoghi comuni e delle frasi fatte - vuole che ci si senta tutti uguali, che ci si senta tutti "dentro lo stesso sistema", che si creda di essere tutti coinvolti, tutti in qualche modo, corrotti e senza principi, tutti conniventi e irrispettosi verso l'uomo stesso. Quell'uomo che viene presentato e imposto come idea di violenza e sopraffazione. Un uomo che non è lo stesso che troviamo nelle persone "normali", quelle che educano i figli, quelle che cercano lavoro, quelle che scappano dalle guerre e che non sanno come difendersi da un cielo troppo grigio che, con le sue poche nubi plumbee, riesce a nascondere l'azzurro dell'infinito.
Io i punti voglio continuare a metterli e a gridare che il tempo che vive qualche generazione sulla madre terra è troppo breve per poterci far credere che le scelte fatte abbiano una qualche rilevanza o che possano lasciare un segno.
Il "progresso" è una cosa differente. Il Progresso non segue gli interessi dei forti del momento, ma il suono di questa parola è troppo accattivante, troppo ghiotto e coinvolgente per non essere usato per suggestionare chi si lascia guidare, perché è stanco o non ha il tempo per pensare..... Diffidiamo sempre dalle parole che suonano altisonanti in bocca a veri poveri e piuttosto guardiamoli negli occhi.



24 apr. 2016

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Arrivederci DonChisciotte

Quello che segue è il testo dell' ultimo articolo che ho tradotto e pubblicato su ComeDonChisciotte, pochi giorni dopo la Testata di Informazione indipendente ha chiuso. 
Sono sicuro che presto la redazione al momento composta da un responsabile e da tanti collaboratori saltuari - tutti rigorosamente non retribuiti - potrà riorganizzarsi e riprendere le sue pubblicazioni. Sarebbe un peccato perdere un patrimonio di dieci anni di esperienza ed un sito che ha avuto una sessantina di milioni di visite. 
In bocca al lupo a tutti quelli che hanno sempre avuto dubbi e un grazie  a Davide per aver resistito e per tutto quello che ancora farà per la libertà di informazione. 


19 apr. 2016

IL CROLLO DELL'ECONOMIA E IL                         PANICO DEI LEADER GLOBALI


DI MICHAEL SNYDER

Le agenzie stampa mainstrem stanno già cominciando a usare la frase "collasso economico" per descrivere quanto sta accadendo in questo momento in alcune aree del mondo. Per molti americani potrà sembrare strano, ma la verità è che il rallentamento economico a livello mondiale - che ha avuto inizio nella seconda metà dello scorso anno  - sta cominciando a prendere velocità. Con questo articolo andiamo a vederne le prove dal Sud America, all'Europa, all'Asia e al Nord America. Finito il giro dovrebbe essere ovvio per tutti che non c'è assolutamente nessun motivo per essere ottimisti sulla direzione che ha preso l'economia globale. Gli  allarmi lanciati da tanti eminenti esperti  stanno diventando una realtà, e quello che abbiamo visto finora sono solo i primi capitoli di una schiacciante crisi economica che interesserà ogni uomo, donna e bambino in tutto il mondo.

Cominciamo con il Brasile. E' la 7° economia del pianeta, e sta già in "depressione.”
Ma ora la crisi in Brasile è significativamente peggiorata.
Voglio condividere con voi un estratto di un recente articolo intitolato “Brasile: Il crollo economico è peggio di quanto si temeva". So che il titolo sembra copiato da The Economic Collapse Blog, ma non l'ho scritto io.
Ecco come la racconta la  CNN
Nel bel mezzo di un caos politico, il collasso economico del Brasile è peggiore di quello che aveva creduto il suo governo. Oltre ai tentativi di mettere sotto accusa il Presidente Dilma Rousseff, c'è anche la Banca Centrale del Brasile che giovedì scorso ha annunciato che quest'anno l'economia del paese si ridurrà del 3,5%.
Peggiore della precedente stima che prevedeva una contrazione dell'1,9% ma in linea con le nere previsioni fatte dal Fondo Monetario Internazionale per il Brasile - il più grande paese dell'America Latina - e come sospettato anche da molti economisti indipendenti.
Ma una cosa è se Michael Snyder vi dice che il Brasile è in un "collasso economico", ben altra cosa se a dirlo è la CNN.
Naturalmente, è parecchio tempo che metto in guardia sulla crisi del Brasile, come ho scrittoi sul mio precedente articolo dal titolo “Il collasso Economico del Sud America è sulla buona strada.
Nel frattempo, le cose stanno andando veramente peggio in Venezuela che in Brasile. Cibo e generi di prima necessità scarseggiano, il tasso di inflazione è arrivato al 720% e la criminalità è completamente fuori controllo.
Ecco come ne parla un articolo del  Independent  dal titolo “Venezuela sull'orlo di un vero crollo economico”  ...
Ormai l'unica domanda da farsi è se crollerà completamente prima il governo o l'economia del Venezuela.
La parola chiave è "completamente".  Sia il governo che l'economia stanno in agonia. Infatti, il partito al governo in Venezuela ha appena perso le elezioni del Congresso, cosa che ha concesso all'opposizione una maggioranza che può mettere di veto e, per questo sarà difficile vedere sintomi di miglioramento ......
Gli indicatori storici, dopo tutto, non lasciano sperare bene quando, secondo il Fondo Monetario Internazionale, l'economia si ridurrà del 10% quest'anno e di un altro 6% il prossimo anno, mentre l'inflazione è esplosa al 720%. Non c'è da meravigliarsi, quindi del fatto che i mercati si aspettino il default del debito del Venezuela molto presto. Il paese è praticamente alla bancarotta.
Dunque un altro mainstram - molto quotato - che usa la frase "collasso economico" per descrivere ciò che sta accadendo in Sud America.
QUI possiamo vedere scene incredibili da "Armageddon economico" che accadono in Venezuela. Consiglierei di guardarseli, questi video, perché quello che sta accadendo li, potrebbe accadere anche da noi.
Nel frattempo, in Europa il collasso del sistema bancario italiano è entrato in un nuovo inquietante capitolo . Il Ministro delle Finanze  per lunedì prossimo ha convocato a Roma una riunione che si concentrerà su un piano di salvataggio di "ultima istanza" per le banche in difficoltà ...

Il Ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan ha convocato un incontro con i dirigenti dalle più grandi istituzioni finanziarie italiane per concordare gli ultimi dettagli su un piano di salvataggio, come "ultima spiaggia".
Eppure, alla vigilia di quella riunione, permangono le preoccupazioni sul fatto se questo piano sarà sufficiente per evitare contaggi sull' anello più debole delle grandi banche italiane, il Monte dei Paschi di Siena.
Finora quest'anno i titoli bancari italiani hanno perso quasi metà del loro valore a causa delle preoccupazioni degli investitori per  € 360 miliardi di prestiti  non performing - pari a circa un quinto del PIL e per la redditività degli  Istituti di Credito che è stata colpita da una paralisi di tre anni di recessione.
Se l'Italia piomba nel caos finanziario, sarebbe bene che anche il resto del continente stia ben attento.
Ci ricordiamo di quanto sia stato difficile per il resto dell'Europa salvare la Grecia?
Ebbene, la Grecia è la 44° economia del pianeta.
L'Italia è l'8°.

Sarebbe difficile esagerare la gravità di quello che sta accadendo in Europa, e non solo in Italia. In tutto il continente, le grandi banche sono in guai seri, e il Presidente della seconda banca di Francia ha  detto ai giornalisti " Sono molto più preoccupato di quanto lo fossi nel 2009."
E ci sono buone ragioni per preoccuparsi. Domenica scorsa, abbiamo appreso che era appena stato annunciato un importante "bail-in" per una delle  più importanti banche austriache. Ne parla  Zero Hedge
E poi oggi, a seguito di una decisione delle autorità di controllo delle Banche austriache, il Finanzmarktaufsicht,  l'Austria è diventato ufficialmente il primo paese europeo ad utilizzare una nuova legge nel quadro imposto alle Banche dalle Direttive Europee per condividere le perdite - di una banca fallita -  con i creditori, per effetto della diminuzione di valore del debito dovuto dalla Heta Asset Resolution AG.
La parte principale dell' annuncio:
Oggi, l'Autorità per il Mercato Finanziario Austriaco (FMA) nelle sue funzioni di autorità risolutiva ai sensi della risoluzione delle leggi bancarie (BaSAG - Bundesgesetz über die Sanierung und Abwicklung von Banken) ha pubblicato le modalità da intraprendere per la risoluzione della  HETA ASSET RESOLUTION AG.
Le misure più importanti sono:
  • 100% bail-in per tutte le passività subordinate,
  • 53.98% bail-in, con conseguente quota 46.02%, per tutte le passività preferenziali ammissibili,
  • cancellazione di tutti i pagamenti di interessi dal 1.3.2015 quando HETA è stata messa in commissariamento ai sensi della BaSAG, 
  • inoltre saranno armonizzate le scadenze di tutte le passività soggette al 31.12.2023.

Secondo il presente piano di commisariamento per HETA, il processo di definizione dovrebbe essere concluso entro il 2020, anche se il rimborso di tutti i crediti, nonché la conclusione giuridicamente vincolante per tutte le controversie legali attualmente in circolazione sarà realisticamente stipulato solo entro la fine del 2023. Solo a quel punto sarà possibile distribuire finalmente i beni e di liquidare l'azienda. 
In Europa stanno cominciando a cadere i primi tasselli del domino e mi aspetto annunci  ancora più importanti nelle settimane e nei mesi a venire.
Ma anche in Asia, il caos economico sta cominciando a diffondersi.
In Cina, il mercato azionario è già sceso più del 40% rispetto al suo massimo, le esportazioni cinesi sono diminuite del 25,4% - anno su un anno - a febbraio scorso, e numeri dell'economia cinese nel complesso non sono mai stati tanto negtivi da quando è cominciata quest'ultima recessione globale .
Ma anche il Giappone sta lottando con i denti .... come ho scritto qualche giorno fa, il PIL giapponese si è ridotto  della metà negli ultimi tre trimestri, nell'ultimo mese abbiamo appena assistito al maggior declino della produzione industriale del Giappone  dallo tsunami del 2011, e la fiducia nelle imprese è scesa al livello più basso degli ultimi tre anni. Il Nikkei è sceso di circa 5.000 punti dall'estate scorsa, e alcuni analisti ritengono che i mercati giapponesi "vengono distrutti ” per effetto dell' intervento massiccio della Banca del Giappone.
Qui negli Stati Uniti, nessuno ha ancora subito un impatto tanto duro come in tante altre parti del mondo, ma ci sono parecchi segnali premonitori molto inquietanti.
Alla fine della scorsa settimana, ci hanno detto che il PIL degli Stati Uniti è cresciuto di appena lo 0.1 or 0.2 %  nel  primo trimestre del 2016. E lunedì gli indicatori sugli utili societari hanno fatto previsioni molto, molto negative. Di seguito quanto scrive  Business Insider
Stiamo per avere la conferma che la crescita degli utili per le più grandi aziende americane è stata negativa nel primo trimestre, rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
Quando lunedì prossimo  ALCOA, gigante dell'alluminio, comunicherà i suoi risultati, sarà l'inizio ufficiale della stagione più pesante per i reporting delle aziende S & P 500 .
Si prevede che il quadro di valutazione finale mostrerà un calo degli utili del 9,1% nel trimestre, secondo John Butters, analista sr. della FactSet.
Se queste proiezioni dovessero essere esatte, questo sarebbe il quarto trimestre consecutivo di calo degli utili. Qualcosa che non riusciamo a chiamare in altro modo, se non recessione.
Ma ci sono anche un sacco più numeri che indicano che l'economia USA è in guai molto seri, come si può vedere nel mio precedente articolo  dal titolo "19 Fatti che provano che in America sei mesi fa si stava meglio."
Naturalmente la mia è solo una voce tra la folla che prevede tempi duri per l'economia americana, ad esempio, basta sentire quello che dice Albert Edwards, economista della Societe Generale  …
Un'onda anomala sta arrivando sull'economia degli Stati Uniti e quando si abbatterà l'economia sarà gettata dentro la recessione.
... e la diminuzione dei profitti delle grandi società americane porterà al collasso del credito aziendale.
"Nonostante che le attività di rischio godano di un paio di settimane di respiro,  il giallo del semaforo della recessione ha smesso di lampeggiare ed ora è diventato rosso".
...
E continua:
I profitti del'intera economia non hanno mai raggiunto - in sutuazioni normali -  punti tanto bassi senza che ne seguisse una recessione. E con un settore delle imprese USA che è arrivato ad indebitarsi fino al collo, quello che si deve assolutamente evitare - ancor di più che un mercato azionario tanto ridicolmente sopravvalutato - è il debito societario USA, quindi l'economia sarà sicuramente spazzata via da una marea di fallimenti delle imprese. 

Come si può vedere, non è solo una nazione o una regione del mondo per cui dobbiamo essere preoccupati.
Il caos economico sta scoppiando letteralmente in tutto il pianeta e i leader del mondoi stanno cominciando a lasciarsi prendere dal panico.
Purtroppo, dopo l'ultima recessione globale, hanno avuto ben sette anni per cercare di sistemare le cose e non hanno fatto niente. Chiunque voglia credere che, questa volta, per qualche miracolo riusciranno a tirarci fuori dal fuoco e che tutto, in qualche modo, tornerà al suo posto,  semplicemente vuol credere ad un suo pio desiderio.

Michael Snyder  ha fondato e scrive su  The Economic Collapse Blog, dove è stato pubblicato originalmente  questo articolo.  L'ultimo controverso libro sulla Bibbia, di Michael  “The Rapture Verdict” è disponbile  in paperback e  su Kindle on Amazon.com.*
11.04.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l'autore della traduzione Bosque Primario  

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O Capitano, mio Capitano.


Ieri ci ha lasciato il mio caro amico Padre Dino De Zan. 
Con gli Amici che ci hanno lasciato

Un uomo vero, un medico, un prete che ha dedicato la sua vita agli altri. Veramente agli altri e per gli altri, per i più deboli e indifesi ha lavorato giorno dopo giorno costruendo il loro futuro, prima curandoli, poi educandoli, poi preparandoli ed inserendoli nel mondo del lavoro (http://scamilovirtual.blogspot.it/).  

Erano tanti anni che non ci incontravamo e che non avevamo più il piacere di parlare per riconoscere che, anche se sempre con parole diverse, dicevamo le stesse cose. Punti di vista differenti che, non sono mai un ostacolo ma un vero arricchimento quando si pensa e si agisce tutti in buona fede, senza finzioni e interessi nascosti. 
Oggi mi sento più solo senza Dino, senza quell'uomo mite, ma fermo nelle sue idee e determinato, un prete come vorrei che fossero tutti i preti, come vorrei che fossero gli Uomini.

Grazie. Non solo per quello che hai fatto per chiunque ti abbia conosciuto, ma anche per la tua amicizia e per avermi fatto credere nell’uomo e nella possibilità di realizzare l’impossibile.

Addio caro Dino, ora tutto mi sembra troppo inutile e le mie parole suonerebbero come una adulazione, come quel tipo di cose che non hai mai amato, per questo voglio ricordarti con le parole di Whitman :

O Capitano! Mio Capitano! il tremendo viaggio   è finito,
La nave è uscita dalla tempesta e vinto il premio ambito.
Ecco il porto , già sento le campane e la gente che esulta,
mentre con gli occhi scruta la chiglia del vascello audace e fiero.

Ma cuore! cuore! Cuore mio!
Vedo macchie rosse,  è sangue,
sul ponte, dove giace  il mio Capitano
Caduto freddo, morto.

O Capitano! Mio Capitano! Alzati e ascolta le campane;
Per te sventolano le bandiere e squillano le trombe,
e la gente ti aspetta a riva con fiori e ghirlande,
grida il tuo nome, la folla acclamante, e ti cerca impaziente.

Da questa parte Capitano! Da questa parte Padre amato!
Ecco il braccio che sorregge il tuo capo!
Quello che vedo sul ponte non può essere che un sogno
Tu non puoi essere freddo e morto.

Ma il mio Capitano non risponde, le sue labbra restano mute e pallide,
Mio Padre non sente più il mio braccio, non si muove, non ha più anima.
La nave è sana e salva all’ancora, il viaggio è terminato.
E' tornata dal viaggio tremendo e ha conquistato il premio.

O  mie spiagge esultate e, voi, campane, suonate!
Sono io, col mio passo angosciato, che cammino sul ponte
Dove giace il mio Capitano
Caduto freddo e morto.

                                                                                                          


29 luglio 2013 alle ore 12.37

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Questioni di priorità

Quando ti crolla il tetto sulla testa non puoi esitare e fermarti a pensare che stavi per comprare una bella macchina nuova,  se crolla il tetto improvvisamente crollano anche le scale dei valori e devi subito cercare di continuare a vivere, come prima. Questa è l'emergenza.  
Ma ci sono anche quelli che gridano all'emergenza, anche se il tetto non crolla e riescono anche a convincerti che potrebbe crollare  .... e se poi quello che dovrebbe crollare non è il tetto di casa tua, ma è quello del paese in cui vivi, allora il rischio è più alto.    Allora cominciano a spiegarti quale sia la soluzione - l'unica soluzione - che si deve perseguire, anche a caro prezzo, perchè non esiste alternativa ....  anche se bisognerà cancellare una parte dei diritti civili e sociali che tuo padre e tuo nonno hanno ottenuto con anni di lotta e sacrifici.  Ma non esiste nessuna altra possibilità, non c'è alternativa se non vuoi rubare il futuro dei tuoi figli. Così raccontano mentre nascondono le tracce di qualsiasi sentiero alternativo a quello principale.
Ma il futuro a cui pensano non è lo stesso a cui pensi tu : non è quello che vuole chi deve lavorare ogni giorno per mantenere la sua famiglia e il decoro della società in cui vive.
Loro vogliono garantire un presente e un futuro di benessere solo per chi è più scaltro, per chi è più forte e più potente o che almeno dia garanzie di servire fedelmente.  

Quando si vive in EMERGENZA, NON si possono spendere soldi, che non ci sono, non si possono spendere soldi per rendere più potente un eservito o per costruire opere pubbliche non essenziali e che, comunque, sarebbero pronte tra una ventina d'anni.  Il lavoro che ci serve subito è quello che ricostruisce il tetto, prima che faccia freddo.

Mentre la terra sprofonda e si muore affogati, mentre a scuola non vogliono più insegnare l'arte e la storia, mentre c'è chi si ammazza di fatica per quattro soldi, mentre c'è chi guarda invidioso quelli stessi che si stanno ammazzando di fatica, senza trovare uno straccio di lavoro ...... ogni giorno vediamo e sentiamo sui giornali e in televisione certi millantati "espertoni" che vengono ascoltati come il verbo e che ripetono per la millesima volta la solita balla sul lavoro che non c'è


Ci dicono che dobbiamo spendere tanti soldi che creare il lavoro - noi dobbiamo spendere soldi pubblici per creare le condizioni che facciano investire per dare lavoro - un lavoro per far vivere chi lo cerca e far guadagnare chi lo offre. Ma
le leggi del nostro paese sembrano troppo garantiste e vincolanti rispetto a certi altri posti e poi nel nostro paese costa troppo far lavorare la gente, per questo motivo non conviene creare dei posti di lavoro. 
QUI nel nostro paese, ma anche in tanti altri paesi dove il denaro è più importante dell'uomo. Dove la priorità è investire la propria ricchezza dove rende di più, come se l'economia fosse uno strumento per accumulare sempre maggior ricchezza e non per goderne i benefici. Come se  il fumo della finanza creativa o il fumo dei soldi stampati solo per la fiducia accordata a formule matematiche che ne garantiscono il valore virtuale, potesse giustificare e nascondere le sofferenze degli "ignoranti sprovveduti" che non possono vivere con dignità   ..............
E giornali e televisione continuano a ripetere tutti i giorni il pensiero - che non interessa a nessuno - di GENTE MISERA e piccola nell'anima, gente che si fa chiamare professore, onorevole, eccellenza, ministro ...  tutta gente che vive fuori dal mondo, gente che non conosce il prezzo del sudore, gente scelta solo per amicizie e connivenze, gente usata per mettere i paesi e le popolazioni al servizio di interessi di pochi privati.
Gente nata-vecchia-dentro, maleducata, istruita faziosamente, ignorante se non in malafede, gentucola senza fantasia, chiusa dentro un vestito troppo stretto che rischia di farla morire soffocata e che continua a spiegarci - ripetendole all'infinito - quelle ricette che non ha ancora capito fino in fondo, perchè non riesce a sentirsene convinta.

"Eccellenze", Spogliatevi e respirate, poi per favore lasciate respirare anche noi, o sparite.  


Questa è una vera priorità.
22 novembre 2013 alle ore 9.57

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L'ACQUA DELLA CALIFORNIA
     

di JOSHUA FRANK --
"Whiskey is for drinking, water is for fighting over.”
" Il whiskey si beve, per l'acqua si litiga."     
– Mark Twain –
Appena lasciata l'area metropolitana della grande Los Angeles e ci si allontana dai suoi prati rigogliosi, dai giochi d'acqua, dai viali verdi alberati e pieni di piante dal fogliame ben curato si entra subito nella vera California, quella che si trova nel bel mezzo di una vera e propria crisi idrica, una crisi potenzialmente mortale. Ettari ed ettari di fattorie abbandonate, letti di laghi asciutti, bacini di riserve vuoti  semplicemente non c'è più acqua e probabilmente non ce ne sarà mai più.

Quello che sta succedendo qui in California è molto più di una 'grave siccità',  come i media stanno definendo questa situazione. La parola "siccità" dà l'impressione che sia solo una questione temporanea, un inconveniente con cui dovremo avere a che fare per un pò di tempo. Ma la mancanza di acqua non è un fatto temporaneo, è la nuova norma. Il sistema ecologico della California, come ben sanno i suoi circa 38 milioni di abitanti, sta cambiando in modo definitivo ed è dovuto al cambiamento climatico che è il colpevole di tutto. Almeno questa è la prognosi che alcuni climatologi di tutto rispetto hanno diagnosticato in questi ultimi due decenni, e dobbiamo anche considerare che le loro previsioni non solo sono pessimistiche, ma piuttosto prudenti.

La Professoressa Lisa Sloan, della UC Santa CRuz, nel 2004,  firmò un rapporto in cui lei e il suo collega Jacob Sewall,  prevedevano lo scioglimento della banchisa artica e anche la possibilità che questo cambiamento avrebbe potuto causare una diminuzione delle precipitazioni in California e, quindi, una grave siccità

Lo scioglimento dell'Artico, affermarono, farebbe deviare la corrente marina che scorre in mare aperto nell'Oceano Pacifico. Non solo i loro studi si sono rivelati corretti, ma il Prof. Sloan ha recentemente dichiarato a Joe Fromm di ThinkProgress che crede che "la situazione attuale potrebbe evolversi, nei prossimi decenni, in qualcosa di ancora più terribile" come anticipato dal loro studio.

Infatti come anticiparono dieci anni fa, la corrente marina si è spostata, spingendo le tempeste invernali a nord e comunque fuori dallo stato della California, provocando la sparizione del manto nevoso nella Sierra Nevada, che alimenta le acque che arrivano nella maggior parte del sud della California e che utilizzano gli operatori agricoli della valle centrale. Gli inverni ora sono più secchi e le primavere non esistono più, quindi quando arriva il caldo dei mesi estivi, non c'è acqua per le coltivazioni.

Il bacino di Los Angeles è una regione che ha contato per tanto tempo sullo scioglimento delle nevi delle montagne, che si trovano a centinaia di chilometri di distanza,  per alimentare la sua insaziabile sete di sviluppo, ma quella risorsa ormai è in rapida evaporazione. E', forse, l'ironia della sorte contro i ladri di acqua del sud della California che con i loro pozzi hanno prosciugato tutte le faglie che ormai sono rimaste a secco. Prudenza e moderazione nel consumo di acqua saranno presto l'approccio a cui saranno costretti quelli che hanno sempre preferito la stravaganza alla praticità.
E' il nuovo modo di vivere che deve prendere l' Occidente per effetto dell' impatto del cambiamento.

Ma se si viaggia per le strade affollate di Los Angeles, non è che oggi si noti ancora molto questa nuova presa di coscenza. Le piscine a San Fernando Valley rimangono sempre piene, mentre californiani abbronzati lavano le loro macchine di lusso per strada e la sera si godono i loro prati verdi. Ci sarebbe una multa da 500 dollari per i residenti che non rispettino i limiti previsti per l' irrigazione del giardini, ma devo ancora vedere un poliziotto che pattuglia il quartiere e che perde tempo a controllare l'acqua. In realtà, a Long Beach, dove vivo io, gli addetti al controllo delle risorse idriche hanno effettivamente ammesso di non aver nessuna voglia di fare multe. "Noi veramente non intendiamo mettere multe, almeno per il momento"- ha detto Matthew Veeh del Dipartimento Acque di Long Beach.


Nel frattempo a Sacramento, il Gov. Jerry Brown ha  chiesto a tutti quelli che vivono nello stato di ridurre del 20% il consumo di acqua, praticamente la percentuale di rischio che corre ogni comunità californiana di restare senz'acqua già entro quest'anno. Gli sforzi di Brown di preservare la poca acqua disponibile sono stati caduti in mezzo ad un branco di sordi. Un rapporto dello scorso luglio, mostra addirittura un incremento dell'1% nel consumo di acqua nello Stato durante gli ultimi 12 mesi, con il maggior incremento di consumo proprio da parte delle comunità che vivono lungo la costa sud della California.
"In California non tutti comprendono ancora quanto sia grave questa siccità .....  e quanto potrebbe ancora essere peggio" ha detto Felicia Marcus, CEO dello State Water Resources Water Control, nel presentare il rapporto. "Ci sono delle comunità che, con il loro comportamento, rischiano di far mancare l'acqua a tutto lo stato"

Forse il motivo sta nel fatto che la gente non comprende quanto sia veramente grave la crisi idrica — molte persone ancora non hanno risentito delle reali conseguenze nella loro vita quotidiana. A meno che l'inverno e la primavera del 2015 non portino piogge alluvionali, in California restano solo 12-18 mesi di riserve critiche. Anche le più ottimiste delle previsioni mostrano un rapido declino delle riserve idriche che stanno regredendo con il passare dei decenni. Per dare una dimensione storica al fenomeno, la California non ha mai vissuto un calo tanto drastico delle precipitazioni fin dalla metà del 1500.


“Questo è un livello di emergenza che prevede una vera risposta di emergenza” ha commentato Jay Famiglietti, uno scienziato che studia le acque al NASA Jet Propulsion Laboratory. “Se il sud della California non farà un passo avanti per tutelare le proprie acque e se la siccità continuerà nella sua corsa epica, non ci sarà nulla che i nostri water managers potranno fare per noi. La disponibilità di acqua nel Sud della California si ridurrà drasticamente e con questa riduzione, dovremo aspettarci che schizzino alle stelle i prezzi di acqua, cibo ed energia, perché in quelle zone sparirà l'agricoltura.”
Mentre è già chiaro che il declino delle riserve idriche dello Stato avranno un effettivo impatto economico sulla vita quotidiana dei californiani in un prossimo futuro, questo avrà anche degli effetti inesorabilmente devastanti anche sull'ambiente.

Quegli alberi contorti tipici ci troviamo nel Parco Nazionale di Joshua Tree stanno morendo. Il deserto diventa ancora più caldo e più secco di quanto sia sempre stato, con una pioggia che ormai arriva solo a 5/6 cm rispetto alla media delle precipitazioni che è sempre stata di poco più di 10 centimetri annuali. Il risultato: il più giovane degli Joshua Trees, che cresce a passo di lumaca di circa 8 centimetri all'anno, muore in genere prima di arrivare a 30 centimetri di altezza. La scomparsa di questi alberi è un forte indicatore che la  peculiarità di questo parco non avrà un ricambio una volta che i vecchi alberi saranno morti.
Dopo aver analizzato, i dati nazionali sul clima, The Desert Sun ha registrato : “[In] tutte le zone che vanno da Palm Springs fino a Tucson, abbiamo rilevato che comparando la media delle temperature mensili (degli ultimi 20 anni)  con la media delle temperature degli anni prima del 1960, c'è stato un aumento di 1,7 Gradi Fahrenheit.”
Questo aumento delle temperature e questa diminuzione delle piogge annuali stanno trasformando il paesaggio e la vegetazione della California. Tristemente gli Joshua trees non sono le uniche piante indigene che stenteranno parecchio a sopravvivere a questi cambiamenti climatici. Pini Pinyon, ginepri e altre specie vengono uccisi dalle infestazioni degli scarabei, per effetto degli inverni che diventano sempre più miti. Scrive Ian James su The Desert Sun, "I ricercatori hanno confermato che molte specie di alberi e di arbusti si stanno gradualmente ritirando in alto sulle montagne di Santa Rosa, e nella Valle della Morte. Ci sono delle foto scattate qualche decennio fa che riescono a mostrare il sorprendente cambiamento avvenuto in pochi anni : l'erba ha lasciato il posto alle dune e dove c'erano le praterie ora il vento soffia solo su dune nude e si vede la sabbia che si increspa."
Ma le piante non sono gli unici organismi viventi che vediamo estinguersi a occhio nudo. "I pesci nativi e gli ecosistemi che servono a mantenerli in vita sono incredibilmente vulnerabili  a causa della siccità" Peter Moyle, Professore alla UC Davis Centro per le Scienze Watershed [California], in un vertice sulla siccità tenutosi a Sacramento lo scorso autunno fece presente: "Attualmente ci sono 37 specie di pesci sulla lista delle specie in via di estinzione in California, e ci sono chiare indicazioni che questo numero aumenterà."

Di queste specie, almeno l'80% non sopravviverà se questa tendenza continuerà. Gli scienziati hanno attribuito
alla siccità anche la forte diminuzione delle presenze dei merli tricolori, che sono in pericolo anche per l'incremento dell'uso di pesticidi.


I  salmoni ancora continuano a saltare, tuttavia, sembra che possano resistere al peso della siccità, ma secondo il California Department of Fish and Wildlife, il salmone argentato potrebbe cominciare ad estinguersi nelle zone a sud del Golden Gate di San Francisco, se le piogge non torneranno in tempi brevi. Come afferma un gruppo ambientalista del Wildlife "Tutte le insenature tra il Golden Gate e Monterey Bay sono bloccate da banchi di sabbia che emrgono per la mancanza di pioggia, rendendo impossibile per i salmoni riprendere il loro flusso originale per riprodursi e perpetrare la specie. Se questa criticità mette in pericolo il salmone impedendogli di rispettare il ciclo per la deposizione delle uova di quest'anno, si rischia la loro estinzione. Questo comporta un possibile crollo della pesca al salmone - una cattiva notizia per i pescatori di salmone e per le comunità della Costa Nord. L'industria del salmone della California produce una attività economica di 1,4 miliardi di dollari ogni anno ed occupa circa alla metà dei posti di lavoro di tutto l' Oregon, con decine di migliaia di persone provenienti da Santa Barbara dal nord dell'Oregon. "

Ma non sono solo le attività legate alla pesca del salmone che possono prosciugarsi, con la siccità ischia anche la vera spina dorsale economica della California: l'agricoltura.

Ogni volta che comprate frutta o verdura fresca negli Stati Uniti, potete vedere che quasi il 50% di questi prodotti sono stati coltivati in California e mentre attualmente ci siamo abituati a pagare molto poco per queste merci, rispetto ad altri paesi occidentali, questo potrebbe cambiare presto.

Uno studio pubblicato a luglio dal Center for Watershed Sciences presso l'Università della California registra che il settore agricolo in California, nei primi sei mesi del 2014, ha perso 2,2 miliardi di dollari e quasi il 4% di tutti i posti di lavoro-agricoli, cioè 17.000 lavoratori hanno perso il posto. Dato che siamo entrati da solo tre anni, in quello che molti credono sia solo l'inizio di questa crisi, questi numeri sono sicuramente destinati ad aumentare.


Se "tutto sommato l'economia agricola della California sta andando abbastanza bene, questo è dovuto soprattutto alle  riserve di acque sotterranee", ha detto Jay Lund, che ha co-firmato lo studio e dirige il Centro per le Scienze di Watershed. "Ma ci aspettiamo forti impatti economici e occupazionali sia nella regione che a carattere locale. Dobbiamo trattare bene le acque sotterranee in modo che continueranno a d'essere ancora lì per le siccità del  futuro. "

Il pompaggio delle acque sotterranee, viene considerato come una risorsa infinita e generosa  e viene usato per sostituire la recente carenza di acqua, ma per quanto tempo ancora potrà continuare ad essere sfruttato, resta da vedere. La California è l'unico stato del paese che non abbia ancora un quadro organico per la gestione delle acque sotterranee.


"Dobbiamo cominciare a fare un progetto per poter gestire i bacini delle acque sotterranee e per garantire il futuro dell'agricoltura in California", ha detto Karen Ross, segretario del California Department of Food and Agriculture. "Ecco perché abbiamo sviluppato il California Water Action Plan e abbiamo formulato una proposta locale per la gestione sostenibile delle acque sotterranee." Attualmente l'amministrazione del governatore Brown ha stanziato 618,7 milioni dollari per finanziare il W.A.P. per il 2014-2015.

Tuttavia, senza precipitazioni importanti, le acque sotterranee non si potranno re-alimentare, ed il settore agroalimentare dello Stato e i consumatori di tutta la nazione saranno certamente colpiti dalle conseguenze.

Una conservazione rigida e adeguata nella gestione delle risorse idriche potrà servire, per il momento, come cerotto per curare la crisi idrica della California, ma se i modelli climatici non dovessero cambiare, lo scioglimento dei ghiacci artici continuerà ad avere un forte impatto sulle correnti del Pacifico, indebolendo le attività delle precipitazioni e delle tempeste invernali  nello stato.

E' una situazione precaria, non solo per i milioni di persone che vivono nello stato con la più grande economia della nazione — ma anche per gran parte della restante fauna selvatica, icona della bellezza della California, per la quale questa crisi potrebbe suonare come una campana a morto.



Nota : Questo è quanto scrivono gli americani  Ora noi, dopo aver letto questo articolo, dovremmo  cominciare a guardare fuori dalla finestra e, guardando che tempo fa, considerare  se il sud della California sia davvero un posto tanto lontano da casa nostra, se quello che abbiamo letto non sia altro che una stupida serie di dati che parlano inutilmente di ecologia e di clima o se le alluvioni e i tornado che recentemente colpiscono anche il Mediterraneo ..... 

Questo articolo è stato pubblicato lo scorso Agosto su  CounterPunch print edition, Volume 21, Number 7.

JOSHUA FRANK è managing editor di CounterPunch e autore di  Left Out! How Liberals Helped Reelect George W. Bush (Common Courage Press, 2005), e insieme a  Jeffrey St. Clair, è editore di Red State Rebels: Tales of Grassroots Resistance in the Heartland e Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion,  entrambi pubblicati da AK Press. Può essere raggiunto a  brickburner@gmail.com. e su  Twitter@brickburner

Fonte : CounterPunch print edition, Volume 21, Number 7
Link  : http://www.counterpunch.org/2014/11/21/the-crisis-over-californias-water/#.VG-hEEPSypY.facebook

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte e l'autore della traduzione Bosque Primario.

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 La Madonnina in cima al letto di Nonna

Il modo in cui ci raggiunge l'informazione limita la nostra fantasia, ci mostra un mondo più piccolo e ci nasconde le soluzioni che non sono in riga con la visione del mondo per cui la mente è stata allenata, educata, amaramente "programmata”.

Ernesto Celestini 
 
Link :  La Madonnina in cima al letto di Nonna    8 aprile 2014 -
                                                                   
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La grande truffa è l'illusione di libertà e potenza che si prova navigando in rete, ma siamo solo attori che recitano una parte dentro una  
Una Nuvola di Follia.

È semplicemente folle pensare di uscire dall'enorme truffa in cui siamo piombati, senza condannare a pene vigorose chi le ha provocate, ma diventa un insulto presentare il conto di questo olocausto mediatico e finanziario alle vittime e non agli imputati.

di Ernesto Celestini  -        pubblicato su Peacelink.it  il 23 giugno 2012
Feb. 2003 La Taiga siberiana sotto la neve
Ci sembra di vivere una di quelle atmosfere magiche in cui ci trasportavano le parole delle favole che ascoltavamo da bambini e che solo pochi artisti ispirati sono riusciti ad esprimere con parole o immagini.
Ci sembra di camminare sospesi nell'aria poggiando i piedi su qualcosa di soffice ma che inspiegabilmente riesce a sostenerci, intorno a noi sentiamo la presenza di corpi e di persone che sono molto vicine e che potremmo quasi toccare ma che vediamo sfocate.

Tanto sfocate da non riuscire a capire se la nostra presenza in questo mondo ovattato sia frutto di uno stordimento che lascia un senso di torpore in una testa vuota di pensieri, oppure al prolungarsi di un momento di stupore che ci fa esitare come se avvertissimo un pericolo imminente ma ancora confuso.
È uno stato innaturale quello che stiamo vivendo oggi, in un mondo che, dopo 30.000 anni di storia sonnolenta durante i quali l'evoluzione delle idee e il progresso della conoscenza tecnica sono andati di pari passo, improvvisamente si è verificata una accelerazione frenetica all'evoluzione dei mezzi tecnici con cui conviviamo e da cui ormai, improvvisamente, dipendiamo.

Ma questo, in assoluto, non sarebbe un problema anzi dovrebbe permettere una migliore qualità della vita e una semplificazione del lavoro dell'uomo, se non che l'accelerazione che ha subito la tecnica non è stata affiancata e sostenua da una altrettanto rapida evoluzione del pensiero. Anzi il pensiero dell’uomo si sta impigrendo, tende ad adagiarsi e a cercare collaborazione per sviluppare qualsiasi nuova idea e risulta sempre più essenziale l'uso di sistemi informatici per proiettare qualsiasi intuizione nel mondo reale.

Ricordo quanto fosse complicato,solo pochi anni fa, cercare di analizzare pochi dati, recuperati dalle scritture contabili annotate a macchina o a mano, per preparare un preventivo di bilancio e quanto fosse difficile stimare correttamente l'evoluzione delle vendite, del mercato, del lavoro, delle spese correnti e degli investimenti. Improvvisamente in pochissimi anni, abbiamo cominciato a riempire con le nostre informazioni i sistemi informatici e oggi, nella stessa situazione di previsione del bilancio, qualsiasi intuizione di un buon imprenditore viene “valutata” secondo le proiezione di un sistema informatico.

In poche parole oggi siamo tutti più “bravini” ma non c’è spazio per chi stona, è l'informatica ad avere sempre l’ultima parola.  Nulla di più semplice quindi che a toglierci tutti i dubbi, che da sempre hanno assillato i nostri circuiti mentali, siano quelli più razionali di un circuito informatico.

Se non che: un computer deve essere impostato con tutti i requisiti necessari per valutare correttamente e dare la risposta giusta, perché qualsiasi risultato di un computer è sempre funzionale ai sistemi di valutazione che sono stati impostati, quindi per definizione: il computer è  parziale. Chi elabora il sistema, inserisce o imposta l’inserimento dei dati è umano e una qualsiasi dimenticanza, un errore nelle formule o il mancato aggiornamento automatico di alcuni parametri, possono falsare un risultato presentato e accettato, come indiscutibile.

Tutto questo per dire semplicemente che l'evoluzione delle idee ha sempre avuto dei tempi molto più lenti di quelli delle azioni, le idee, le filosofie sono le risposte che l'uomo ha sempre cercato di dare ai suoi dubbi reconditi, ancestrali e che ha iniziato a spiegarsi riconoscendosi come una piccolissima parte della natura a cui doveva rispetto e devozione e poi con le sue prime credenze religiose che hanno accomunato da sempre, anche se con forme evolutive diverse, tutte le popolazioni.

Ma il ragionamento dell'uomo in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi religione e in qualsiasi filosofia ha espresso poche forme di Stato sociale e tutte comunque facenti capo a un sistema gerarchico basate sulle capacità e sull’etica di chi è comandato a governare.

Da quando la storia è documentata abbiamo visto che le varie civiltà sono nate, si sono sviluppate e decadute per merito o per colpa di chi era a capo dello Stato, per motivi religiosi o per eccessiva rilassatezza dei costumi del popolo. C'è sempre stato un cattivo consigliere, una congiura di palazzo, un imperatore pazzo o un faraone visionario, ma oggi stiamo assistendo ad una nuova esperienza di “manipolazione dell'opinione pubblica con un uso politico improprio e subliminale  di sistemi di marketing e di psicologia delle masse”.

Questa è una vera rivoluzione culturale, molto più pericolosa di quella del "libretto rosso di Mao", perché imposta senza violenza e senza coercizione ma solo con una insidiosa e continua presenza e ripetitività di informazioni da trasmettere come "notizie per titoli" in modo fazioso, con piccole omissioni e con enfasi su particolari minori, quasi minimizzando il vero contenuto della notizia che potrebbe avere un impatto reale sulla società o sulle scelte della politica e della democrazia o sull’indirizzo della ecologia o dei comportamenti in pace e in guerra. 

Stiamo vivendo un cambio radicale del nostro modo di vivere, siamo in possesso di strumenti tecnologici che permettono a chiunque di noi di comunicare istantaneamente con tutto il mondo in rete, possiamo ricevere in tempi reali immagini, notizie e voci che ci fanno vivere gli eventi in contemporanea, ma mai siamo stati così soli e così lontani dal nostro prossimo. 

Restiamo sempre più spesso chiusi nelle nostre stanze a lavorare in "Team-working” o in "Conference Call” con tutti i nostri colleghi e sempre meno usciamo per prendere un caffè insieme. Ci indigniamo e protestiamo con tutti i nostri amici in Facebook e qualcuno manda anche messaggi su Tweeter per sentirsi partecipe di un movimento culturale illudendosi di provare a cambiare il mondo.

Ma non ci rendiamo conto di far parte solo di una superba squadra di calcio parrocchiale che sa giocare bene e divertire un pubblico che applaude compiaciuto,  ma non avrà mai abbastanza soldi per arrivare a giocare in un campionato nazionale, dove qualsiasi avversario incassa e spende milioni e gode anche di sponsor, sovvenzioni statali e stampa amica.
E' qui la grande truffa, l'illusione della libertà offerta dalla rete, che fa sentire tutti al centro di un mondo virtuale.  Siamo caduti in una grande tela di ragno che è stata studiata per far sentire un senso di onnipotenza mediatica a miliardi di persone, anestetizzandole con una quantità di informazioni facili da ricevere e quasi tutte gratis, e dandoci la possibilità di farle sapere subito a tutti ( i pochi che definiamo amici).
Tecnicamente tutti hanno la possibilità di mobilitare la rete per creare una opinione pubblica capace di influenzare le scelte politiche che dovranno essere funzionali alla volontà di tutti quelli che hanno espresso la loro opinione in rete.

Praticamente però dobbiamo tornare alla metafora delle squadre di calcio per comprendere che non riusciremo mai a confrontarci alla pari con quelli che, usando i nostri stessi strumenti, hanno alle spalle tutta la forza occulta dei loro sponsor per schiacciare facimente chiunque metta in dubbio le regole del gioco.
La grande illusione è stata quella di credere che essendo in tanti non saremmo rimasti chiusi nella nostra solitudine ma è qui che si percepisce la vera distanza che si è creata tra le idee e la tecnologia, è qui che bisogna trovare un modo che permetta all'uomo di riprendere il controllo del pensiero, dell'informazione, dell'economia.

Proviamo a fare un gioco che forse molti si sono già visti proporre in qualche corso di addestramento professionale: noi siamo su un altro pianeta e osserviamo quello che accade sulla terra, a grandi linee, senza particolari e senza faziosità. Si vedono movimenti di merci che vengono spostate da un posto all'altro per poi tornare al posto da cui sono partite. Si vedono coltivare e allevare delle quantità di generi alimentari superiori alle reali necessità e che una parte viene votata al macero, anche se quasi un quarto della popolazione soffre la fame. Si vedono imprenditori e uomini di Stato riuniti per dibattere come trovare una soluzione agli ostacoli burocratici che loro stessi hanno inventato per compiacere le lobby che li hanno finanziati. Si vedono fiumi, montagne, ghiacciai e foreste che stanno scomparendo sotto nuvole di gas tossici, mentre non si utilizzano le risorse energetiche non inquinanti del sole e del vento.
È questa la foto (e qualcuno avrà facoltà di definirla qualunquista o, a scelta, populista)  del nostro pianeta, visto da fuori.
Tutta la nostra "intelligentia politica e economica" si sta affannando per trovare soluzioni a problemi che non esistono, proprio perché si insiste a far funzionare certi sistemi che non hanno nessun motivo di essere, se non quello di procurare meschini vantaggi a chi gestisce.

Chissà cosa penserebbe un essere alieno e inesperto delle questioni della terra nel sentirci parlare, non del surriscaldamento della superficie terrestre, non del miliardo di persone che soffre la sete ogni giorno, non delle persone che non lavorano perché espulse dal sistema produttivo, non dei milioni di persone che non lavorano perché è più conveniente investire in borsa che nell'industria, non le guerre fatte per aumentare il PIL ma, incomprensibilmente di parole astratte e vuote come derivati e finanza.

Come può un essere razionale e non contagiato da un'informazione invasiva e deformante comprendere che il mondo occidentale sta per implodere perché ha inventato un sistema finanziario capace di vendere infinite volte la promessa di un credito, garantita da altre promesse di credito, basate su un capitale di una azienda che vale centinaia o migliaia di volte meno del volume dei titoli emessi ?
È semplicemente folle pensare di uscire dall'enorme truffa in cui siamo piombati, senza condannare a pene vigorose chi le ha provocate, ma diventa un insulto presentare il conto di questo olocausto mediatico e finanziario alle vittime e non agli imputati.

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Buenaventura - Costa pacifica della Colombia

Gli ultimi schiavi

È come se, mentre siamo immersi nella lettura di un libro che ci ha portato lontani dalla realtà, improvvisamente, ci rendessimo conto di essere nel letto di un torrente le cui acque ci stanno già travolgendo.

6 maggio 2014 - Ernesto Celestini
La rabbia e il senso di impotenza che molte volte proviamo nel sentirci incapaci di fare qualcosa per rendere il modo di vivere occidentale più giusto, più equo e anche il nostro desiderio di una qualità di vita migliore, all'improvviso ci sembrano solo una esibizione di vanità.
Le priorità perdono il posto che hanno sempre avuto nella scala dei nostri valori. È come se, mentre siamo immersi nella lettura di un libro che ci ha portato lontani dalla realtà, improvvisamente, ci rendessimo conto di essere nel mezzo del letto di un torrente le cui acque ci stanno già travolgendo.
Questa è la sensazione che si prova quando, per caso, ci si imbatte in una storia (come quella che segue) che ci sprofonda in un mondo che credevamo di trovare solo nei romanzi di Salgari o nei racconti più toccanti di Garcia Marquez, storia di un passato che noi personalmente, da generazioni, avevamo rimosso, e che credevamo che fosse ormai rimasto solo nella memoria o nelle fantasie dei racconti dei nostri bisnonni più avventurosi. E a volte stentiamo anche a credere nelle parole o nel significato che certe frasi vogliono trasmetterci.
Non voglio dire con questo che viviamo tutti estraniati dal mondo reale, ma semplicemente che certi eventi, che, per la loro efferatezza, crediamo essere solo occasionali fatti di cronaca - che ci spieghiamo con l'ignoranza o con la criminalità di certi individui tipici solo di certi ambienti corrotti - non sono eventi tanto unici o eccezionali.
E quando entriamo in contatto con una realtà così differente dalla nostra, quando entriamo in contatto con un mondo in cui il valore della vita è tanto inferiore a quei livelli di diritti umani minimi che a noi già sembrano calpestati nella società in cui viviamo, dobbiamo fare una riflessione per cercare di capire non solo la realtà, ma anche noi stessi.
La cultura è dominata dall'informazione e idee e eventi possono essere più o meno fatti conoscere e condivisi con il pubblico, proporzionalmente all'appoggio e alla diffusione che ricevono dai media, in base ad una scala di valutazione indipendente dall'importanza o dalla corrttezza delle stesse idee o degli stessi eventi.
Bisogna pertanto crearsi uno schema mentale che permetta di filtrare le informazioni che riceviamo, sistemandole, come fanno i computer, nelle apposite caselle.
Intendo dire che dovremmo recepire le informazioni su due livelli, nel primo, quello concettuale e organizzativo dovremmo assumere solamente la teoria, i valori, dovremmo riconoscere e valutare le strategie messe in atto per conquistare la nostra attenzione, per asservire il nostro intelletto, per conquistarci.
Al secondo livello dovremmo sistemare alla pari tutte le altre informazioni, quelle di cronaca, di politica, di guerre, di morte, di vita, di successi e includere tra queste informazioni anche quelle che, per qualche motivo o per ingerenze esterne, vengono trascurate, travisate, sminuite, ignorate o nascoste.
La vera difficoltà è riuscire a mantenere questi due livelli separati. Infatti esiste una vera tecnica ed una chiara strategia dell'informazione con cui si possono mistificare i valori etici e la loro influenza sulla morale e sulla società del momento.

"Buttiamola in caciara"

 E' una espressione in gergo che si sente sottovoce tante volte nelle negoziazioni, quando si vuole evitare che qualcuno prenda una decisione. Significa, se si ha l'abilità di confondere l'interlocutore dimostrando con degli esempi, collegati con il contesto di cui si parla, con quello culturale o quello criminale, che l'evento in oggetto può (o non- può: è indifferente) in alcun modo scalfire il valore dei principi morali, si è già ottenuto un primo successo: Si è costituito un precedente.
Basterà poi continuare con la stessa strategia e ripetere l'esperimento in altre occasioni in modo da rinforzare il pensiero alternativo, per ribadire o per tentare di distruggere il principio morale che si intende attaccare o difendere.
Mi sono imbattuto in una storia scritta un paio di mesi fa, ma che ci sprofonda in tempi che credevamo ormai remoti. È uno di quegli articoli che non si leggono sui media di grande diffusione, semplicemente perché parla di gente che vive fuori dalla realtà che vogliamo conoscere, che vive fuori dal mondo. Prima di credere a quello che leggevo, ho voluto cercare delle conferme con immagini televisive o su qualche testata giornalistica, e su siti (1)- internet (2).
Mi sono permesso di parlare di mistificazione, e di occultamento di fatti, strumentale, perché se leggendo le cronache delle guerre di oggi (Afganistan-Iraq-Libia-Siria-Mali-Ucraina...) o narrazioni come queste si potesse dare il giusto peso a parole come "massacro" - "strage" - “tortura” - “stupro” - “negazionismo” - si arriverebbe a mettere in discussione l'intero sistema stesso che governa le società e la scala dei valori che le regola.
Ma è il sistema stesso che reagisce, per mezzo dei suoi sicari, spesso più inconsapevoli che complici convinti, che diffonde o nasconde opportunamente i fatti, le idee, l'indignazione e le proteste della gente, isolandola o massificandola, in base alla sua convenienza o alla ricchezza dei mezzi disponibile.
   Bojaya  Gli ultimi schiavi
 
L'occupazione del territorio fatta dai militari e dai paramilitari ha soggiogato con la violenza gli abitanti di questa regione della costa  occidentale della Colombia, dove l'80% della popolazione vive in povertà e dove quelli che hanno troop pretendono di sfruttare ancora di più chi non ha scampo né futuro.
Il lezzo del sangue, come le grida dei feriti che sentono il corpo decomporsi, si sentono dietro le pareti delle case di Bajamar, case fatte di legno ancora macchiate di quello che un giorno era sangue e che, poco a poco, scolorendosi, si confonde con lo sporco del tempo. Però i rumori dei ricordi riempiono ancora e non riescono a lasciare quelle stanze, insieme allo spirito di tutti gli sconosciuti, che, li, sono stati ammazzati o che da lì sono “desaparecidos”. Resta tutto lì dentro e si materializza insieme al terrore, alla paura, alla violenza, e chi vive tra quelle pareti lo sente, non riesce a dimenticare  nulla.
Laggiù a Benaventura non si fanno progetti, si deve solo seguire il modello di sviluppo che è stato scelto, imponendolo con pubblicità false e con minacce di morte. Laggiù non servono catene né al collo né alle caviglie, le catene sono la stessa violenza, il terrore e il controllo che si estende su qualsiasi strada e su qualsiasi movimento sotto l’occhio insistente di giovani "afros", che lavorano per i para-militari, che i nsieme a loro tengono la gente in uno stato di neo-schiavitù che si manifesta con il controllo di qualsiasi attività, dovunque.
Se si fanno due passi per i barrios di Lleras, San Jose,  Sanyu, La Playita, Viento Libre, Muro Yusti, Campo Alegre, Santa Monica, Tortoise, Arenal, Alfonso Lopez, Palo Seco, El Capricho e La Palera a Buenaventura sembra che il mondo si sia fermato al periodo del traffico degli schiavi africani verso le Americhe, che rivive però nel tempo di quella che si chiama modernità.
In tutti questi quartieri ci sono le cosiddette “casas de pique", le case di tortura, che sono parte della memoria vivente della vita di oggi, non sono un'invenzione e nemmeno fantasmi del passato, non sono menzogne, sono una realtà.
Non ci sono solo gli "afros" che girano tra le case a seminare terrore, l’odore della morte si sente anche guardando gli avvoltoi, quegli uccelli neri che si volteggiano come una ruota sul mare, quando avvistano qualcosa di morto. Quegli uccelli che si nutrono di morte.
Però loro, gli avvoltoi, a differenza dei paramilitari, quel "lavoretto" lo fanno per sopravvivere, per svolgere il loro ruolo naturale, per dare un senso ai rifiuti, anche quando tra i rifiuti hanno gettato il corpo di uomo.

Paramilitares en las callesLassù mentre gli uccelli neri volano in cerchio, la  bellezza, l’armonia del corpo si trasforma in una merce vile, in un peccatp putrido, quando, come vuole la regola dei paramilitari, il cadavere di un un uomo viene mostrato, come un'esca, per plasmare la società e far passare il loro messaggio attraverso questi delitti.  Senza distinzione, uomini o donne.
La donna è come il piacere di una danza, è bello guardarla mentre si muove, è buona per soddisfare la passione dei maschi, serve per ingannare i nemici o per diventare l'anello in una rete del sesso. Ci sono tante ragazzine nere, molto carine, che hanno 12 o 14 anni, quando se le prendono i paramilitari per iniziarle, poco a poco, al gioco del sesso.
Il portamento africano esprime tutta la sensualità nella spontaneità delle movenze, imparate fin da piccole, quando le bambine giocano a fare le grandi. Poi, dopo un po’ di tempo, quando quegli uomini vestiti da paramilitari si stancano del loro giocattolo, scaricano le ragazzine o le “enrumban- le avviano” verso il mondo del commercio del sesso. Un mondo, quello della prostituzione, che gestiscono sempre loro, i paramilitari, se qualche ragazzina si ribella, finisce ammazzata. Anche questo è un esempio, un modo per controllare la società.

La stessa cosa è per il pizzo
Molti di quelli che finiscono ammazzati e tra loro anche tante donne, è perché non hanno pagato il pizzo che pretendono i paramilitari. In genere si tratta di un paio di dollari, ma non sempre si riesce a pagarli, non sempre si guadagna quel minimo che serve, ma i paramilitari non perdonano. A Buenaventura tutti devono pagare, perfino le donne che vendono il caffè per strada o quelle che vendono per pranzo, il cibo che hanno cucinato a casa, tutti pagano perché altrimenti non li fanno lavorare, non li fanno sopravvivere.
Se si fa un giro per i barrios, nei quartieri acquitrinosi sorti in mezzo ai rigagnoli d'acqua sporca, si riesce a capire che "legge significa forza e prepotenza". Anche l'acqua è un diritto negato qui. Gli afro-bonaverenses vivono circondati dall’acqua, ci si possono fare il bagno, possono pescare, ma non hanno acqua potabile, non hanno nessun servizio di raccolta e nessun trattamento dei rifiuti.  L’80% della popolazione vive in povertà e il 63% non ha un lavoro, non ha nessun reddito, di nessun genere, niente che possa bastare nemmeno per mangiare, non basta nemmeno quello che si ricava taglieggiando o rubacchiando ad altri poveracci disperati, non ce n’è per nessuno.
A Buenaventura gira un pò più del 50% del fatturato commerciale estero dell'intera Colombia e il commercio aumenterà ancora con l'Alleanza del Pacifico. I giornali dicono che Buenaventura produce quattro miliardi per la Colombia e che il sistema di partecipazione nazionale restituisce al Municipio solo 300 milioni di pesos.
Ma oltre tutti questi problemi dovuti alla corruzione di sempre, oggi si aggiunge una presa in giro per il popolo: i nuovi grandi edifici costruiti recentemente a Buenaventura, come segno di un'era nuova che vedrà il turismo e l'economia crescere. Ma dovrà crescere dove però ancora si sta negando che esistano i poveri che vengono nascosti e segregati nei quartieri dove la bassa marea trascina tutti gli scarti di chi viene e verrà a riposarsi, godendosi la bellezza delle coste.
Sono sempre le stesse immagini e gli stessi video che il governo colombiano e quello locale mostrano, dentro e fuori il paese, quando parlano del progresso, ignorando e negando che esiste la "povertà". E un motivo in più per spiegare perché nel recente vertice tenutosi a Cartagena, in un elegantissimo centro di congressi, non si è parlato della "povertà" o meglio è stata nascosta a tutti i partecipanti, per mantenere pulita la loro buona coscienza e per far credere che non avrebbero potuto fare niente di meglio o niente più di quello che si sta facendo. Certo erano Cartagena non è Buenaventura, ma la povertà non è invisibile in nessun luogo.
Buenaventura
La vita puzza di morte, come puzza la violenza della barbarie, come puzzano i rifiuti che restano attaccati sotto le case di legno, sotto quelle palafitte che ancora resistono al tempo.
Buenaventura è uno dei Municipi più militarizzati e con una maggior presenza di polizia, tra i comuni della Colombia. Ma attenzione la sicurezza non protegge chi abita qui, protegge il commercio.
Qui si ammazza la gente a non più di 40 metri dalla base navale che si trova nella zona che chiamano New Town, racconta uno dei capi della comunità di San José, dove quelli della polizia dicono: "non possiamo fare niente per voi, a noi ci mandano qui per proteggere le proprietà". Questo è capitato un paio di settimane fa, quando la gente corse a chiamare i militari per evitare che una persona fosse assassinata dai paramilitari.
Per la gente è chiaro che né la polizia né i militari riescono a trasmettere né sicurezza, né fiducia. Il recente annuncio del Presidente Santos che vuol dare una maggior importanza alla sicurezza, qui viene percepito con molto scetticismo. Uno degli abitanti ha detto che la polizia non fa niente perché ha paura di entrare nelle viuzze secondarie dei "barrios", dove i paramilitari e i loro adepti hanno il quartier generale, con le loro armi e con i loro centri di tortura. La polizia gira tutt'intorno a questi posti, sembra quasi che questo comportamento sia parte di un accordo a volte implicito, a volte esplicito.
Se la gente denuncia i paramilitari e dice alla Polizia dove deve andare a cercarli, i paramilitari già sanno chi è stato a denunciarli, prima che sia tornato a casa. Certe volte qualcuno li vede, poco dopo,  uscire di casa e andar via con i paramilitari, quelli che si fanno chiamare “La Empresa” o “Los Rastrojos”. Perché la verità è che non si arriva mai a fare un vero confronto tra chi ha fatto la denuncia e gli Urabeños o i Gaitanista, insomma i paramilitari. Chi ha fatto la denuncia, di solito è sparito, non si trova più, non sta più a Buenaventura.
I paramilitari sono radicati nella vita della gente, sono la legge, sono il potere reale che regna nei quartieri della bassa marea, i paramilitari li conoscono tutti, la gente sa identificarli anche se sono in pochi a parlare con loro, vivono nelle case del quartiere, abbandonate da quelli che non ce l'hanno fatta più, che sono “desaparecidos” o che sono scappati.
E i paramilitari si sono presi le case che sono diventate il loro presidio, lo spazio da dove si controllano tutti i movimenti della gente, sono diventate case di tortura, dove ammazzano, macellano e tagliano la gente a pezzi. La miseria della gente è tanto inconcepibile che è successo anche che i morti venissero venduti a pezzi, come carne di animale.
Non è passato molte tempo da quando nel quartiere di San José un uomo che vive in strada, vicino alla piazza del mercato, ha trovato un sacchetto congelato, quando ha visto che dentro c'era della carne è andato a venderla lì, a Bajamar, dove arriva la bassa marea.
Un passante ha notato che il colore della carne era diverso da quello del manzo, qualcuno ne aveva già comprato qualche pezzo, era tardi e c'era già chi si era mangiato la carne, quando si è trovato un pezzo con il capezzolo di un uomo. Da quel giorno c'è gente da quelle parti che non è più riuscita a mangiare carne. Tanto è crudele la vita.


In quelle case tutti sentono tutto, però nessuno parla. Il rumore dei coltellacci e dei machete che smembrano i corpi delle vittime si sentono attraverso le pareti di legno e anche l’eco delle torture e delle implorazioni si possono sentire però nessuno può fare niente, chiunque osasse dire qualcosa, farebbe la stessa fine. Se non lui, qualcuno della sua famiglia.
In questi stessi  "barrios de bajamar" si sta progettando una zona turistica, proprio dove meno di 10 anni fa accadde il Massacro di Punta del Este, dove più di 10 ragazzi furono assassinati dai paramilitari, dove avvenne un "desplazamiento forzado" - una cacciata della gente che abitava nel posto, dove oggi hanno costruito un magazzino moderno per una società spagnola.
Allo stesso modo, altri barrios furono trasformati in discariche dove riversare gli scarti del carbonio che arriva dalla costa caraibica, che si trova a più di quattrocento miglia di distanza. Anche quello che oggi è la Cranio Islet, diventerà una base per le società di stoccaggio del carbone.
Il rituale degli omicidi lo conoscono tutti. Dei giovani paramilitari vanno a prendere a casa le loro vittime e le portano in un altro quartiere, ci vanno a piedi e sono sempre due che si muovono insieme, in silenzio, i paramilitares si riconoscono perché portano sempre delle belle scarpe da tennis di marca, i due passano tra la gente a testa, anche se uno dei due sta per essere assassinato, camminano per mano, senza resistenze, senza sforzo, senza catene.
Camminano, attraversando una strada dopo l’altra e poi entrano in una delle case dove comincerà la tortura, fino alla morte.
Qualcuna delle vittime che è riuscita a sopravvivere ai colpi di machete, o che non annega in mare, può essere ripescata dai suoi assassini e allora, per sicurezza, la  legano ad una pietra perché "soffra meno e affoghi in pace" in altri casi, come è successo con de i paramilitari nel Nord della Colombia, hanno squarciato la pancia della vittima per riempirla di pietre per affondare meglio.
Bisogna ricordarsi che nel 2000 e nel 2002 sulla strada per Buenaventura avvennero tre massacri durante dei "desplazamientos forzados" - gli sgomberi della popolazione - e proprio in quelle zone oggi costruiranno l'infrastruttura della “Doble Calzada “ – la doppia carreggiata. Qualcosa di simile a quello che accadde nelle comunità nere del Calima, quando cominciarono i lavori del progetto di ampliamento di Agua Dulce, quando alla comunità fu negato il loro diritto ancestrale di piena proprietà del suolo. Di fatto l'impresa privatizzò la terra e bruciò più di 50 pascoli, che da sempre erano stati usati per gli animali dalle comunità locali.
Nel 2014 già sono state assassinate 54 persone e  almeno altre 13 sono scomparse, tutte morti violente di cui 13 erano donne.
C'è anche un centro di culto necrofilo, nel mare in lontananza, nessuno vuole avvicinarsi tranne quelli che lavorano per portare il progresso. E’ l’isoletta del " calavera” – l’Isola del teschio – quella che prima si chiamava Margarita. Su quell’isola svolazzano a centinaia i “chulos”, gli avvoltoi che accorrono quando i paramilitari ci buttano il corpo senza vita di una delle loro vittime, quello è anche il cimitero dei “desaparecidos forzados”.E’ in questo posto che si progetta il futuro, il progresso che dovrà trasformare l'isola per farla diventare un anello della catena del trasporto del carbone di una multinazionale.
Questa è veramente Buenaventura, una città strangolata, alla quale è negato mostrare la propria miseria ma che il governo mostra al mondo come icona del progresso, quello di un mondo immaginario che lentamente diventerà realtà per le grandi imprese, per il capitale, un luogo dove si nasconde tutto quello che puzza, come il sangue povero, il sangue nero, la vita nera, la schiavitù dei giorni nostri.


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Cinquecento bambini ogni anno

Muoiono di fame nella Guajira. Ai Caraibi

Un angolo di paradiso, dove il turista oltre alla bellezza della natura ritrova il colore del vero folklore colombiano. Ma non tutti vedono i colori del paradiso.

 www.peacelink.it/latina/a/40006    18 aprile 2014


Ogni giorno giornali e televisione ci riempiono occhi e cervello di inutili commenti allarmati su fatti politici e finanziari, che vogliono farci credere che cambieranno il futuro di tutti noi. Ci mettono di fronte a una serie infinita di parole che non hanno "nessun riferimento con la realtà" che vengono buttate sul tavolo della comunicazione, come se fosse un dovere conoscerne il significato. O come se fosse importante conoscerlo.
Tanto per convincerci che certe scelte, per dei governi, siano obbligate per il nostro benessere, come, ad esempio, spendere per difenderci, duecento-milioni-di-dollari-ogni ora.  Come sembra essere indispensabile sovvenzionare all'infinito, con miliardi presi dalle tasse, gli investimenti delle banche che si dividono gli utili. 
E convincere la gente su certi argomenti tanto importanti, come la paura di un nemico inventato o dell'insicurezza del futuro, non è difficile, specialmente se la gente segue distrattamente e si ripetono tante volte gli stessi concetti.
Infatti, sempre per restare nel primo esempio,  in quanti abbiamo chiaro in testa "quanti sono, in soldoni, 200 milioni"?   Chi saprebbe dire subito, senza pensarci troppo, come  spenderli?
E se invece dicessimo  mille-sette-cento-cinquanta-due-miliardi?  Quante cose si potrebbero fare con tutti questi soldi che si spendono ogni anno per la Sicurezza del mondo?
Di questi argomenti parlano i mass-media, solo per cercare di aggregare un pò di opinione pubblica e per far chiedere dei perché che, comunque, rimarranno senza risposta. Basta, però a non far fare altre domande, domande a cui invece le risposte dovrebbero essere date subito.
La Guajira muere de hambre
La Guajira muere de hambre

Infatti c'è un altro mondo, di cui nessuno parla. E' quel mondo dove vive gente che non ha né tempo né modo per seguire come funzionano certi affari, certi meccanismi finanziari o politici, perché deve prima pensare a problemi esistenziali.
Già perché il fatto che l'economia del mondo cresca poco o che il PIL sia fermo non sono gli unici problemi al mondo: c'è chi si ammazza per aver perso il lavoro, chi non sa come curarsi, chi perde casa, chi pur di lavorare sceglie di rischiare di ammalarsi di cancro e chi no sa che una vita dignitosa è un suo diritto.
Quello che facciamo è un esempio qualsiasi (uno dei tanti possibili) di gente esclusa, come "estranea", dal benessere del mondo civile, da quel che resta del benessere dell'occidente.
  Prendiamo la Guajira, per fare un esempio, una penisola della Colombia caraibica, dove vivono 650 mila persone e dove ogni anno cinquecento-bambini-muoiono di fame, o come si scrive per denutrizione.
La scala dei valori e dell'importanza della vita non è quella naturale, ma viene determinata solo dalla priorità e al risalto dato dai mass-media ai valori, ai grandi avvenimenti, alle guerre, che ci raccontano ogni giorno.  Ci spingono a isolarci, a schierarci, a fare il "tifo" contro un qualsiaisi nemico, contro una idea e a tormentarci con tanti inutili "perché", quelli che non avranno mai risposta ma che servono a distrarci dal chiedere "altri perché" ai quali non si vuole rispondere.
Infatti la vita è altra cosa da quella che ci rappresentano.
Facciamo un tuffo in una società fatta di gente che non fa audience, per chi fa informazione, proviamo a guardare con un occhio appena un poco più attento, il folclore locale di qualche paradiso tropicale, proviamo a guardare quali sono i colori veri di un paesaggio che visto dalla stanza di un albergo o dal finestrino di un taxi appare un vero angolo di cielo.
Riporto qui di seguito un breve articolo, trovato su FB, che esprime quella rabbia che non sentiremo mai dalla bocca degli indio Wayu della Guajira, in Colombia, loro non contano.


Dietro l'innocenza negli occhi di questo bambino una tragedia nazionale. Una tragedia che sembra proprio non scandalizzare nessuno, una tragedia sconosciuta. 

Nella Guajira dal 2008 a oggi si sono contati ben 2964 bambini, sotto i 5 anni, che sono morti  a causa della malnutrizione (ma si deve leggere: fame vera).

Ma dove sono i soldi di questa gente, dove sono finiti i fondi che hanno mandato dall'estero? Dove sono quelli che si sono presi i lavori di artigianato indio per venderli, dicendo che volevano aiutarli?

Dove stanno quegli uomini politici con la bocca ancora sporca di salsa che non mandano nemmeno un pezzo di pane da queste parti? Dove sono i Gerlein, gli Ordóñez, quelli che dicevano di preoccuparsi tanto per il popolo, quelli che volevano evitare gli aborti, ma che se ne fregano del Niño che nasce ? Dove sono!

Anche il Signor Procuratore ha troppo da fare per vedere questo disastro? o forse gli indios non sono uguali anche loro agli altri agli occhi di Dio?
Chi è che deve assumersi la responsabilità sociale per i danni ambientali che provocano le miniere e i pozzi il petrolio? Chi è che, una volta eletto passa il tempo a comprare i funzionari pubblici e le coscienze della gente?

Ma dove stiamo andando, dove siete tutti? Ci mettiamo a litigare tra di noi perché perfino Natalia Ponce(1) ci sembra una privilegiata e non vogliamo sentirci, nemmeno in certe situazioni, uniti, vicini, solidali?

Questa è la memoria della Guajira vera, non quella che si vede quando andiamo a fare un viaggio di piacere, anche se dovremmo riconoscerla guardando i volti, sentendo l'odore, di quelle madri disperate, che cercano di arrivare a sera con la speranza di vendere almeno una mochilla, uno zaino colorato. Quando noi, a quelle madri,  abbiamo il coraggio di chiedere uno sconto, chiediamo di togliere un boccone dalla bocca dei figli .... per  quei miserabili che siamo.

Ma gli sconti non li chiediamo, e nemmeno ce li farebbero ,in nessuna delle gallerie di artigianato, dove quelle stesse mochillas le vendono a dieci volte il prezzo che alla Guajira, come in tanti altre località piene di colore locale e di fame nascosta dall'orgoglio, cerchiamo di pagare ancora meno. Come se quei due o tre dollari ci servissero veramente, anche a noi, come a quelle indios con gli occhi stanchi.

Spero solo che queste parole non si perdano nella amnesia generale che pare avvolgere ormai tanti, qui in Colombia, che credono di vivere nei personaggi delle telenovelas. Spero che questa mia veemenza possa aiutarmi ad esprimere tutta la mia indignazione, anche solo urlandola nel silenzio delle reti sociali.

Fonte :  https://www.facebook.com/Rebecca.Meza.Sabogal.2/posts/10203560243636511?stream_ref=10

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Ucraina : Le Radici dell'Odio



Da un  articolo di The Saker , pubblicato il 24 feb. 2014, ho estratto e tradotto la parte storica ( omettendo la cronaca ed i commenti che, corrono troppo veloci per restare attuali)  e consiglio di leggela  per comprendere quali sono i profondi motivi culturali e storici che hanno contribuito a creare l'attuale stato di incompatibilità tra le due anime dell'odierna Ucraina.
E' solo un punto di vista, a volte, soggettivo, che riporta  fatti reali e documentati da interpretare liberamente, ma che essenzialmente racconta quello che i libri di scuola,  almeno in Italia, normalmente trascurano, omettono o evitano di spiegare.


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Quasi tutti credono che le Crociate siano state solo delle spedizioni inviate dal Papa per combattere contro i Mussulmani in Medio Oriente.
Quasi tutti credono che le Crociate siano state solo delle spedizioni inviate dal Papa per combattere contro i Mussulmani in Medio Oriente. Ebbene questa è una informazione falsa e comunque di parte. Quello che viene insegnato dai libri di storia è che "l'imperialismo occidentale dell'epoca" voleva liberare la città di Gerusalemme dagli "infedeli musulmani", ma il vero motivo che fece nascere la necessità delle crociate era la conversione degli "scismatici greci" cioè dei cristiani ortodossi, a costo di sterminarli.
1. Uno sguardo preliminare alla storia antica

1204 - La Crociata orientale di Papa Innocenzo III :             

L'episodio più noto delle "Crociate contro gli ortodossi" fu il sacco di Costantinopoli del 1204, durante la quarta crociata quando la città fu sottoposta a tre giorni di saccheggi e di orribili massacri perpetrati dai "cristiani" occidentali che bruciarono e saccheggiarono chiese ortodosse, monasteri e conventi, violentarono suore sull'altare delle chiese e misero persino una prostituta sul trono del patriarca. Questo scoppio di odio genocida non fu un momento di follia ma una delle prime manifestazioni di un elemento che sarebbe diventato centrale nella mentalità e nell'ideologia della Chiesa di Roma. Ma c'è ancora un altro episodio non meno importante nella storia della Chiesa che dimostra a che punto possa essere arrivato l'odio della Chiesa latina per la Chiesa ortodossa.

1242 - Le Crociate del Nord di Papa Gregorio IX :    


A differenza del suo predecessore, che mandò i suoi soldati in Terra Santa, Papa Gregorio IX aveva un'idea molto diversa: voleva convertire i " pagani " del Nord e dell'Est Europa alla "vera fede". Nella sua mente, la Russia ortodossa era parte di queste "terre pagane" e anche i cristiani ortodossi erano pagani. L’ ordine che aveva dato ai Cavalieri Teutonici (i successori spirituali di quei Franchi che avevano saccheggiato e ridotto in rovina Roma) era di convertire o di uccidere tutti i pagani che avessero incontrato (questo ordine genocida era molto simile a quello che diede Ante Pavelic alle proprie milizie che combattevano contro i serbi, durante la Seconda Guerra Mondiale: convertirli, ucciderli o cacciarli). Nella maggior parte dei libri di storia Papa Gregorio IX è ricorsatoper aver istituito l'Inquisizione papale (che non è mai stata abolita, tra l'altro), quindi deve sorprendere se questo signore non mostrò nessuna pietà per i " greci scismatici". Questa volta, però le orde del Papa trovarono sulla loro strada un difensore formidabile: il principe Alexander  Nevsky
                                                                                                                                                                   "La scelta di civiltà " di San Alexander Nevsky          


                                                                                                                 
Ben prima di dover affrontare la Crociata del Papa, Alexander Nevsky aveva già dovuto respingere un'altra invasione che veniva dall'Occidente - il tentativo di invadere la Russia del Nord fatto dal Regno svedese - che lo vide vittorioso nel 1240 con la famosa battaglia della Neva. Non meno importante, tuttavia , fu il fatto che Alexander Nevsky non riuscì a evitare l’invasione mongola in arrivo da est, per queste concomitanze di eventi Alexander Nevsky fu chiamato a fare una vera scelta di civiltà: comprese che la Russia non poteva combattere contemporaneamente contro il Papato e contro i mongoli, quindi dovette scegliere: sottomettersi all’uno e resitere all’altro. Ma a chi doveva essere concesso di sottomettere la Russia ?

Il principe Alexander (che in seguito sarebbe stato glorificato come santo dalla Chiesa ortodossa russa) era un uomo profondamente pio, aveva una profonda conoscenza delle Sacre Scritture e ricordava le parole di Cristo, quando chiese se gli ebrei dovessero pagare le tasse ai Romani : "Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio " (Matteo 22:21 ) e " e non temete chi può uccidere solo il corpo ma non l'anima: temete invece chi può distruggere l'anima e il corpo tra le fiamme dell’inferno" (Matteo 10:28).
Alexander era anche ben informato sulle intenzioni politiche dei suoi nemici e sapeva che l'unico obiettivo dei Mongoli era estorcere tasse dal suo popolo, e non convertirlo o perseguitare la sua Chiesa.  Al contrario, i cosiddetti Mongoli "selvaggi" rispettarono la Chiesa e il suo clero e non li perseguitarono mai. Non come i Crociati che ricevettero l'ordine specifico di convertire o di uccidere tutti i cristiani ortodossi che avrebbero incontrato, proprio come avevano già fatto in passato e come avrebbero fatto tante volte in seguito.
Così il principe Alexander Nevsky scelse di arrendersi al Khan dei mongoli e di combattere contro i crociati, che sconfisse nella famosa Battaglia del Ghiaccio nel 1242.
  
L’OCCUPAZIONE DELLA RUSSIA OCCIDENTALE 
 La caduta della seconda Roma - Mosca : "La Terza Roma"
Dopo essere stati sconfitti per due volte dalla Russia, i capi dei paesi occidentali rinunciarono temporaneamente ai loro piani d'invasione, ma la vittoria dei russi fermò ed ostacolò il progetto per realizzare una supremazia delle elite occidentali sui popoli e sulla cultura russa. Come era prevedibile ci fu un'altra ondata di invasioni da Occidente che cominciò nei primi anni del 14º secolo e che continuò fino al 1385 quando con l'Unione of Krewo si suggellò l'unione di Polonia e Lituania. In quel periodo tutto il territorio che in seguito sarebbe stato chiamato "Ucraina" era completamente sotto il dominio dei latini.
Nel 1453 la caduta di Costantinopoli, la Roma d’Oriente, segnò la fine della "seconda Roma" e la fine della civiltà romana, che era sopravvissuta alla caduta di Roma di ben 1000 anni (l'Impero Romano d'Occidente era caduto nel 476 d.C.).

I Latini cercarono di sottomettere il mondo ortodosso con un complesso giro di minacce e con la promessa di portare aiuto a Costantinopoli per difendere gli Ortodossi dagli ottomani, con la cosiddetta Falsa Unione di Firenze,
ma non ci riuscirono e Costantinopoli alla fine cadde sotto le armate di Mehmed il ConquistatoreCosì , Mosca divenne la " terza Roma ", l'ultimo regno cristiano ortodosso libero, l'ultimo erede della civiltà romana. Mosca era ormai diventata il punto focale dell’odio dei Papi contro il cristianesimo ortodosso. Il successivo colpo l’occidente l’avrebbe scagliato nel 1595 e sarebbe stato un vero colpo devastante.


1595 - Papa Clemente VIII concepisce l'Ucraina


Verso la fine del 16° secolo, la maggior parte della Russia occidentale era da 200 anni sotto l’occupazione dei latini (14°-16° sec.) così come la Russia orientale era sotto il giogo dei Mongoli (13°- 15° sec. ). Non sorprende perciò che la vita dei contadini cristiani-ortodossi, sotto l'occupazione latina, fosse a dir poco terribile. A tutti gli effetti, erano schiavi, come spiega  Israel Shahak in un testo fondamentale   Jewish History, Jewish Religion
 Per molti motivi, la Polonia nel medioevo restò per sviluppo molto dietro a paesi come Inghilterra e Francia; una forte monarchia di tipo feudale - ancora senza nessuna istituzione parlamentale - si formò solo nel 14° secolo, principalmente sotto Casimiro il Grande ( 1333-1370). Subito dopo la sua morte, cambi di dinastia e altri fattori portarono ad una rapida evoluzione del potere che passò in mano all’alta nobità, poi anche alla piccola nobiltà, cosicché nel 1572 il processo era concluso: il re era diventato una figura a capo di un gruppo di nobili che escludeva dal potere politico tutti i non nobili. (...) Questo processo fu accompagnato da un totale svilimento del modo di vivere dei contadini polacchi (che nel Medioevo erano stati uomini liberi), fino ad arrivare alla servitù assoluta, difficilmente distinguibile dalla schiavitù definitiva e certamente la peggiore vissuta in Europa. L’invidia dei nobili dei paesi vicini per il potere sui loro contadini ( incluso il potere di vita e di morte, senza diritto di appello) esercitato nell’area di dominio polacco fu determinante per l'espansione territoriale della Polonia. La situazione nelle terre « orientali » della Polonia ( Bielorussia e Ucraina ) - colonizzate e governate con i contadini da poco asserviti – era la più drammatica.
In realtà le elite locali furono più che felici di abbandonare la propria fede vendendola all'invasore polacco per godere di privilegi dello schiavismo (in Russia non c'era ancora mai stata la servitù della gleba!).
Al contrario i contadini schiavizzati ostinatamente continuavano a mantenere la loro fede (interessante notare che in questo periodo storico nacque la giudeofobia degli ucraini). Bisognava fare qualcosa per trovare una "soluzione a questo problema" e, serenamente, un Papa (Clemente VIII) la trovò: la conversione forzata dei cristiani ortodossi locali alla fede della Chiesa latina: la cosiddetta " Unione di Brest ". 
Inizia così un lungo periodo di feroce persecuzione dei contadini ortodossi per lo sforzo combinato della nobiltà polacca, dei loro sorveglianti ebrei e, in particolare, dei gesuiti che giustificavano qualsiasi atrocità compiuta per seguire il loro motto "ad majorem Dei gloriam". Un uomo, in particolare, si distinse per la violenza della persecuzione dei cristiani ortodossi : Josphat Kuntsevich (la cui biografia si può leggere in questo testo : Il Vaticano e la Russia). Kuntsevich - che poi fu linciato da una folla di contadini - fu sepolto nella basilica di San Pietro a Roma,  vicino ( sembra uno scherzo) alle reliquie di San Gregorio Teologo e di San Giovanni Crisostomo ( !). I Cristiani Latini ancora ricordano questo assassino-genocida come " martire di Cristo " (vedi qui la sua agiografia papista) e ancora è venerato e rispettato dai nazionalisti ucraini di oggi. Cosa che si può comprendere perché - è proprio durante questi anni di occupazione e di persecuzioni che fu creata la moderna "Ucraina", forse non ancora come nazione, ma sicuramente come entità culturale .


L' etnogenesi della "nazione ucraina "
Le Nazioni, come l’uomo, nascono , vivono e muoiono. Infatti, così come ha brillantemente dimostrato Shlomo Sands nel suo libro L’ Invenzione del Popolo Ebraico, le nazioni vengono davvero inventate, create. Infatti, nel 20° secolo ci è stato dimostrato che molte nazioni vengono inventate ex-nihilo-dal nulla ( per non offendere nessuno o per non essere frainteso, non farò esempi, ma Dio sa se ce ne sono). Una "nazione" non ha bisogno di avere profonde radici storiche e culturali, non ha bisogno di avere una storiografia legittima, infatti, tutto quello che serve per " creare una nazione " è una certa quantità di persone che si identifichino in una stessa comunità - tutto il resto può essere creato/inventato in un secondo momento. Così la tesi di certi russi che sostengono che non esista una nazione ucraina è assolutamente sbagliata : se ci sono abbastanza persone che si identificano nella "ucraina ", allora esiste una " Nazione Ucraina". Non ha nessuna importanza che non ci sia mai stata nessuna traccia di quella nazione nella storia, o che si rifaccia a dei miti creatori ridicoli, fin quando esisteràun principio comune condiviso da tutti i suoi membri. E da questo punto di vista, l'esistenza di una nazione ucraina, fondamentalmente discorde da quella russa, è una realtà innegabile. 
E questa è l'immensa conquista della Chiesa latina - essere riuscita a realizzare il suo desiderio di far perdere ai russi occidentali le loro radici storiche e a creare un nuovo popolo: gli ucraini. Per inciso, ma mi sembra importante, vorrei sottolineare che i mongoli giocarono un ruolo altrettanto cruciale nella creazione della moderna nazione russa. Dopo tutto, che cosa sono le "pietre miliari" della cultura russa ?
La cultura degli Slavi prima della cristianizzazione della Russia nel 10° secolo ? Sì , ma in minima parte.
La continuazione della civiltà romana dopo la caduta della seconda Roma ? Sì , in una certa misura , ma non cruciale. L'adozione della fede cristiana dopo il 10° secolo ? Sì, sicuramente.
Ma lo «Stato russo » che si estese dal piccolo Granducato di Mosca fu definitivamente plasmato dalla cultura e dall’arte di governo mongolo, non di Bisanzio né dall’antica Rus. Non sarebbe corretto dire che gli antichi russi di Kiev  alla fine hanno dato i natali a due nazioni distinte : a. una nazione ucraina generata dall'occupazione papista -b. ad una nazione russa, generata dall'occupazione mongola. In questo senso la dichiarazione russofobica del Marchese di Custine "Grattez le Russe, et vous verrez un Tartare" (se gratti un russo ci trovi sotto un mongolo) sarebbe corretta, ma allora dovremmo essere d'accordo anche con "se gratti un ucraino, ci trovi sotto un papista sotto".
 A questo punto a questo punto non serve più continuare a raccontare la storia dell'Ucraina perché credo di aver raggiunto il mio intento, spiegare cioè che la nazione Ucraina è il prodotto dell'odio millenario del papato di Roma per il cristianesimo ortodosso. Proprio come il moderno giudaismo dei rabbini non è altro che un sentimento contro la cristianità, l'identità della moderna nazione Ucraina è basata essenzialmente su un rabbioso, assolutamente irrazionale e paranoico odio e paura della Russia. Con questo non voglio dire che tutta la popolazione che vive in Ucraina sia formata da persone che soffrono di un'isteria russo-fobica, certo non tutti, ma il nucleo centrale nazionalista certamente si. Ritengo che questo punto sia tanto importante da giustificare la lunga digressione sulla storia antica che è servita a spiegarlo.
Devo aggiungere ancora una cosa: la Chiesa latina nel corso del XX secolo ha subito degli enormi cambiamenti ed anche i gesuiti si sono allontanati dalle tradizioni e dalle idee dei loro predecessori della Controriforma. Benché in certi ambienti ecclesiastici ancora esista un odio tra i cristiani ortodossi e i russi ancora esista in certi ambienti romani, questo odio è stato in gran parte sostituito da un desiderio di "incorporare" o assorbire la Chiesa ortodossa nella chiesa romana per mezzo di un "dialogo ecumenico". Per quel che riguarda i fedeli cattolici di Roma - non hanno nessuna idea della storia di cui abbiamo parlato, semplicemente perché nessuno lo ha mai insegnato.
L'obiettivo del papato è sempre lo stesso - la sottomissione dei fedeli al Papa. Ma sia i metodi che le emozioni sono cambiati: c'era una volta "l'odio e il terrore", oggi abbiamo il "dialogo d'amore".  Tra i nazionalisti ucraini e gli Uniats, gli unionisti, tuttavia, la mentalità praticamente non è cambiata. Dai desideri di Stepan Bandera  a quelli del suo successore di oggi Dmytro Yarosh, leader dell'estrema Destra, i nazionalisti ucraini hanno mantenuto l'odio omicida di Dmytro Yarosh, leader dell' Estrema Destra, come si capisce da certi folli dichiarazioni rilasciate alla stampa.  
 Adesso dobbiamo fare un lungo salto di tre secoli per cercare quali siano state le radici del fascismo e del nazionalsocialismo del 20º secolo. Dobbiamo fare questo salto non perché questi tre secoli non siano stati importanti per l'Ucraina - certo che lo sono stati - ma per motivi di spazio e di tempo.  La caratteristica fondamentale del periodo che stiamo saltando è fondamentalmente l'ascesa al potere della Russia, che divenne un impero sotto Pietro I, mentre con l’indebolimento della Polonia e degli Stati lituani in molte occasioni questi stati vennero completamente occupati dalla Russia.
  
2. Fascismo, National-Socialismo e le loro differenti radici
Quello che ci hanno insegnato è che la guerra Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dalle "Potenze alleate" contro le  "Potenze dell'Asse". Benchè non sia del tutto sbagliato, queste categorie spesso sono confuse. Ad esempio, secondo Wikipedia , la Francia e la Jugoslavia facevano parte delle Potenze Alleate . Questo, naturalmente , dipende da quale è il regime che si considera legittimo : quello di Pétain o quello di de Gaulle ? quello di Pavelic, quello di Tito o di Mikhailovich ? Inoltre – ha davvero senso mettere insieme l'Unione Sovietica con l'Impero britannico e con gli Stati Uniti ? Come dobbiamo considerare Pétain, Hitler e Hirohito ? Beh, erano alleati , senza dubbio su questo , ma erano personaggi molto diversi e la loro alleanza era soprattutto contro dei nemici comuni, piuttosto che il risultato di una vera affinità. 
Questo è vero particolarmente per gli alleati di Hitler in Europa : Mussolini , naturalmente , ma anche Franco, Pétain o Pavlic. Infatti , mentre sia Hitler che Mussolini erano atei ( ed anche rabbiosi anti-clericali ), Franco, Pétain e Pavelic erano tutti devoti cristiani-cattolici-romani. E se il Papato non si è mai sentito a proprio agio con le idee laiche, nazionaliste e socialiste di Hitler o Mussolini, ha dato il suo pieno sostegno a Franco, a Pavelic e a Pétain. Hitler e Mussolini erano soprattutto l'espressione delle opinioni e degli interessi delle classi operaie e dei petit bourgeois, mentre Franco, Pavelic e Pétain erano molto più l’espressione di interessi delle élite finanziarie e della aristocrazia. In Francia , in particolare, il movimento dei Petainist ebbe sempre un profondo ethos anti- 1789, quasi monarchico. E’ ovvio che non ci sia mai stato molto amore tra gruppi atei-populisti e papisti-monarchici. 
Ma quello che li ha tenuti uniti è un comune odio per gli ebrei, i bolscevichi , i russi e i cristiani ortodossi in generale, il tutto si fondeva in una ideologia profondamente reazionaria.
Due diverse “Drang nach Osten” – Correnti verso Est

Sia la fazione ateo-populista che quella papista-monarchica avevano in comune un forte
"Drang nach Osten “ed entrambe le forze si consideravano Kulturträger, letteralmente "portatori di civiltà" per quei barbari selvaggi dell'Oriente.
Hitler era contro l'Unione Sovietica per i troppi ebrei che militavano nel partito bolscevico ( da qui la sua definizione “giudeo-bolscevismo”), mentre il Papato odiava ebrei, atei e cristiani ortodossi allo stesso modo ( a Franco piaceva parlare della " Conspiracion giudaico-masonica Pagada con el oro de Moscú = complotto giudaico- massonico pagato con l'oro di Mosca ").
E mentre Hitler guardava verso est per cercare terra e degli schiavi  per far crescere la sua Razza Pura, il papato vedeva una fantastica opportunità per riuscire finalmente a sottomettere gli " Scismatici di Photi" alla Chiesa di Roma : già alla vigilia della prima guerra mondiale, Papa Pio X ( che è stato canonizzato nel 1954 ) pronunciò le parole "La Russia è il più grande nemico della Chiesa [di Roma ]" e " Se la Russia vincerà, allora sarà lo scisma ad aver vinto" ( e ricordiamo che, secondo la dottrina cattolica romana - queste persone sono infallibili quando parlano ex cathedra, in nome della Chiesa e su questioni di fede). Fu così che questi due movimenti in origine tanto diversi unirono le loro forze per combattere l'arci-nemico di tutti : la Russia ( tutti erano comunque nemici: atei , ebrei- bolscevici o russi-ortodossi – tutti contro). Inutile dire che questa miscela tossica di odio trovò un piatto pronto per la chiesa di Pietro tra i nazionalisti ucraini, in particolare , in Ucraina occidentale.

Per motivi di sintesi e di spazio non voglio entrare nella storia dell'
Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, di Stepan Bandera o delle "Divisioni SS Ucraine della Galizia, che si possono leggere su Internet . Mi limito a dire che queste forze erano tra le più crudeli e omicida di qualsiasi altra nella seconda guerra mondiale. In realtà, le atrocità più accanite della Seconda Guerra Mondiale non sono state commesse dalle forze di Hitler e nemmeno dalle SS, ma dalle forze che si ispiravano ai principi religiosi sostenuti dal Vaticano : i croati della ustascia di Ante Pavelic e dei nazionalisti ucraini . Alla fine, gli Ustascia e la Banderovsty sono stati sconfitti , ma molti di quelli che sopravvissere non solo alla guerra, prosperarono in esilio, principalmente negli Stati Uniti e in Canada , dove tutta la sfera Anglofona li ha tenuti ben lontano dalla politica, ma abbastanza attivi per essere " scongelati" in caso di necessità. E sembra abbastanza verosimile che dopo la fine della Guerra Fredda, l'Impero AngloSionista abbia visto in loro una opportunità per sovvertire ed indebolire i suoi nemici: i discendenti degli ustascia si assunsero il compito di spezzettare la Jugoslavia, mentre i discendenti di Bandera si assunsero il compito di apaccare l' Ucraina e farla allontanare dalla Russia quanto più possibile. Allo stesso tempo, gli AngloSionisti aprirono un’altra filiale terrorista - il fronte wahabita internazionale detto "al-Qaeda "- per lavorare con neo-nazisti e papisti in una lotta comune contro la Jugoslavia ortodossa/socialista e contro la Russia. Sappiamo tutti cosa è successo in Jugoslavia.
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Fonte :http://vineyardsaker.blogspot.it
Link  :http://vineyardsaker.blogspot.it/2014/02/ukrainian-nationalism-its-roots-and.html




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Non siamo più vivi e non ce ne siamo accorti.

4 ottobre 2013 - Ernesto Celestini
Oggi una persona su OTTO muore di fame. Secondo l'ONU lo scorso anno è morta di fame qualche persona in meno dell'anno prima.
Forse è morta mentre provava a scappare dalla fame o dalla guerra, mentre cercava un posto per sopravvivere e per lavorare o mentre provava a salvare un figlio o un compagno e poi, potrebbero anche essere morti insieme. Ma queste altre persone non sono morte per fame.
Lampedusa
Una volta c'erano le migrazioni dei popoli che seguivano le stagioni e le mandrie, oggi ci sono gli "emigranti", ci sono i "clandestini" ... oggi abbiamo le frontiere, le leggi, i passaporti e abbiamo quelli che si devono nascondersi per lavorare.
Oggi ci emozioniamo ogni volta che vediamo i corpi di centinaia di disgraziati che galleggiano sul mare, o che vengono ammazzati da nuvole di gas tossici o bombardati da aerei telecomandati che possono ammazzare ovunque, senza rischi per gli assassini.
Ci indignamo, ma ci basta solo la "VERGOGNA" che grida il Papa, per sentirci già rasserenati e per ricominciare a pensare a dove andare a fare benzina, all'aumento dell'IVA, a non tardare all'appuntamento, al solito traffico, alla noia …..
Oggi, in tutti i paesi, eleggiamo democraticamente e paghiamo per governarci "omuncoli" che perdono tempo per litigare sulla sorte di un delinquente - o per decretare uno "shutdown", che ha sbattuto immediatamente in mezzo alla strada centinaia di migliaia di persone - o per optare per politiche che riducano alla miseria paesi che non sanno fare il compito di ragioneria – o che promettono di tagliare i servizi pubblici per altri 7 anni per ripianare il debito pubblico – o che tengono bassi i salari per il bene del “paese” - e che hanno semplicemente troppi servi-imbecilli o collusi seduti tra di loro.
Ma sono sempre gli stessi amici-protettori che spiegano ai governanti, a tutti i governanti, come far quadrare i loro conti, come dichiarare un centinaio di guerre, come investire nelle armi, come rubare usando le banche, come sperperare miliardi che non sono mai esistititi, come ingannare e nascondere tutto questo alla gente che li ha eletti.
Oggi però il mondo è più civile di una volta, siamo tutti informati. Conosciamo tutto quello che per mezzo dei media è stato deciso di farci conoscere, tanto che non potremmo mai nemmeno immaginare che sarebbe equo "lasciar morire di fame" quelli che, con i loro errori hanno provocato le stragi delle guerre inventate, dell’incuria ambientale, dello sperpero inutile delle risorse naturali, delle nuove malattie provocate da farmaci, venduti solo per fare soldi.
Oggi preferiamo sentir parlare di strategie e di giochi politici mentre ammiriamo l'eloquenza del politico, senza obiettivi sociali e senza contenuti, che ha imparato ad abbassare il tono della voce e mostra di saper vincere qualche schermaglia verbale.
Oggi ci basta farci abbindolare dalla forma e non ci vergogniamo della mancanza di memoria o di un minimo di educazione civica ... andiamo troppo di fretta per avere il tempo di pensare e poi non vale la pena insistere sul significato di "parole fuori tempo" come Felicità, Diritto, Libertà di pensiero.
Pare che sorridere ci costi sempre un pò di più e ci piace abbandonarci nel dormiveglia, quando ci sembra di entrare in un altro mondo, dove tutto diventa sfumato e lontano, dove si sente meno la fame, si sente meno il freddo e il dolore e dove non si sente nemmeno il bisogno di tirare fuori tutta quella rabbia che abbiamo accumulata dentro di noi.
Non siamo più vivi e forse non ce ne siamo ancora accorti.


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LA VIGILIA DELLA FINE 

(O COME DISTRUGGERE UN PIANETA SENZA TROPPI SFORZI)

Free Image Hosting at www.ImageShack.us DI NOAM CHOMSKY

commondreams.org

L'umanità minacciata e la strada che porta al disastro

Dove ci può portare il futuro? Una posizione buona per cominciare a capirlo potrebbe mettersi a guardare la specie umana dall'esterno. Quindi immaginare di essere un osservatore extraterrestre che vuole capire che cosa sta succedendo qui da noi, oppure immaginare di essere uno storico fra cento anni - ammesso ci saranno ancora storici tra cento anni, cosa non del tutto scontata - e che si stia guardando al passato per raccontare quello che accade oggi. Si vedrebbero meglio cose davvero interessanti.

Per la prima volta nella storia della specie umana, abbiamo completamente sviluppato una capacità di auto-distruzione ed abbiamo raggiunto questo livello fin dal 1945. Ora finalmente si sta prendendo coscienza che abbiamo messo in moto tanti processi di lungo termine come, ad esempio, la distruzione dell'ambiente, che vanno tutti nella stessa direzione. Forse non ci porteranno fino all'annientamento, ma certamente potranno portarci alla distruzione della possibilità di vivere una esistenza dignitosa.

E ci sono altri pericoli come le pandemie, che si diffondono insieme alla globalizzazione e all'interazione. Quindi ci sono molti processi già avviati e molte istituzioni che già stanno facendo danni gravi, come – ad esempio – i sistemi di armi nucleari, che potrebbero dare un duro colpo all'attuale esistenza organizzata. Non diciamo che potrebbero distruggerla.

Come distruggere un pianeta senza troppi sforzi ?

La domanda è: che cosa si sta facendo di male, di sbagliato ? Non c'è niente di segreto. E' tutto perfettamente scritto e alla luce del sole. Infatti non serve nessuno sforzo per vedere quello che stiamo facendo.

Ci sono stati una serie di comportamenti. Ci sono quelli che stanno lottando faticosamente contro queste minacce e altri che si danno da fare per farle accelerare la loro realizzazione.
Se vedessimo esattamente di chi stiamo parlando, questo storico del futuro o questo osservatore extraterrestre capirebbe veramente che c'è qualcosa di strano:
Chi sta cercando di minimizzare o di combattere queste minacce sono le società meno sviluppate, le popolazioni indigene, o quello che resta di questi popoli, le società tribali e le antiche nazioni del Canada. Non stanno parlando di guerre nucleari ma di disastro ambientale e in questo campo stanno veramente cercando di fare qualcosa.

In effetti, in tutto il mondo - Australia, India, Sud America - ci sono battaglie in corso, a volte delle vere guerre. In India, c’è una grande guerra contro la distruzione ambientale diretta, con le società tribali che cercano di resistere contro le aziende che stanno estraendo dal sottosuolo le risorse minerarie che non sono solo estremamente dannose per le loro stesse comunità ma anche per le conseguenze ambientali generali. Nelle società in cui le popolazioni indigene hanno una loro influenza, in molte nazioni, si stanno prendendo posizioni forti. Il paese più determinato per quanto riguarda il riscaldamento globale è la Bolivia, che possiede una popolazione a maggioranza indigena ed ha scritto tra le norme costituzionali la tutela dei "diritti della natura".

L’Ecuador, che ha pure una grande popolazione indigena, è l'unico paese esportatore di petrolio che si conosca in cui il governo sta cercando aiuto per riuscire a lasciare il petrolio sotto terra, invece di estrarlo ed esportarlo – in modo da lasciare la terra come dovrebbe essere .

Il Presidente venezuelano Hugo Chavez, recentemente scomparso, fu oggetto di scherno, insulti, e di odio da parte di tutto il mondo occidentale , quando, pochi anni fa durante una sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, provocò i partecipanti definendo George W. Bush un diavolo. Ma in quell’occasione tenne anche un discorso molto interessante.
Naturalmente, il Venezuela è un dei maggiori paesi produttori di petrolio. Il petrolio praticamente rappresenta tutto il prodotto interno lordo. In quel discorso, Chavez ammonì dei pericoli cui si può andare incontro per un uso eccessivo di combustibili fossili ed esortò i paesi produttori e consumatori a mettersi insieme per cercare di trovare come ridurre l'uso di combustibili fossili. Fu un intervento abbastanza sorprendente se consideriamo che fu fatto da un produttore di petrolio. Sappiamo che era mezzo-indio e che aveva una impronta culturale indigena. A differenza delle cose divertenti per cui è stato più volte ricordato, questo aspetto che ha caratterizzato i suoi comportamenti alle Nazioni Unite non è mai stato nemmeno preso in considerazione.

Così, da una parte estrema ci sono le società indigene, tribali che cercano di arginare la corsa verso il disastro e dall'altra parte estrema, ci sono le società più ricche e più potenti nella storia del mondo, come gli Stati Uniti e il Canada, che stanno correndo a tutta velocità per distruggere l'ambiente il più rapidamente possibile. A differenza dell’Ecuador e delle società indigene, vogliono estrarre ogni goccia di idrocarburi dalla terra il più presto possibile.

Entrambi i partiti politici USA, il Presidente Obama, i media e la stampa internazionale sembrano guardare al futuro con grande entusiasmo per quello che chiamano "un secolo di indipendenza energetica" per gli Stati Uniti. L'indipendenza energetica è un concetto quasi privo di significato, ma che in questo momento non vogliamo affrontare. Quello che veramente vogliono dire è: avremo un secolo in cui potremo massimizzare l'uso di combustibili fossili e contribuire a distruggere il mondo.

E questo è più o meno quello che succede ovunque. Dobbiamo ammettere comunque che se si parla di sviluppo di energie alternative, in Europa si sta facendo almeno qualcosa mentre gli Stati Uniti, il paese più ricco e più potente nella storia del mondo, sono l'unica nazione tra le cento più evolute in cui non esiste nessuna politica per la riduzione dell'uso dei combustibili fossili e in cui non sono previsti nemmeno obiettivi per l’ energia rinnovabile . E questo non è perché la popolazione non lo voglia perché anche gli americani, come qualsiasi altro cittadino medio nel resto del mondo, sono preoccupati per il riscaldamento globale. Sono tutte le strutture istituzionali che bloccano qualsiasi cambiamento.

Gli interessi economici non vogliono cambiare rotta e questi interessi sono tremendamente potenti e determinanti per le scelte della politica, tanto che esiste un divario impressionante tra l’opinione della gente e la politica su un sacco di argomenti, tra cui anche questo.

Quindi questo sarebbe il panorama che vedrebbe uno storico del futuro - se ce ne fosse uno – e se anche leggesse una qualsiasi delle riviste scientifiche di oggi, in quasi tutte troverebbe scritta una previsione ben più terribile di quella che abbiamo appena detto.

"Il momento più pericoloso della storia"

L'altra questione è la guerra nucleare. E' noto da tempo che se ci dovesse essere un primo attacco da una delle super-potenze, anche senza ritorsioni, questo, da solo, già basterebbe probabilmente a distruggere la civiltà per tutte le conseguenze che seguirebbero all’inverno nucleare. Si può leggere tutto sul Bollettino degli Scienziati dell’ Atomo, è molto dettagliato. Quindi il pericolo atomico è sempre stato molto maggiore di quello che ci hanno sempre detto.

Abbiamo appena superato il 50° anniversario della crisi dei missili di Cuba, quello che fu chiamato "il momento più pericoloso della storia" dallo storico Arthur Schlesinger, consigliere del Presidente John F. Kennedy. E lo è stato veramente, siamo stati molto vicini alla fine di tutto. E quella non è stata neanche l'unica volta. In qualche modo, però, l'aspetto peggiore di questi eventi tristi è che nessuno ha mai imparato la lezione.

Quello che è successo nella crisi dei missili nell'ottobre 1962 è stato romanzato per far sembrare come se tutta la storia fosse stata il risultato di atti di coraggio e di riflessione. La verità è che tutto l'episodio è stato un insieme di follie. C’è stato un momento in cui la crisi dei missili a Cuba raggiunse il suo apice, quando il Premier sovietico Nikita Krusciov scrisse a Kennedy per concordare un comune annuncio al pubblico sul ritiro dei missili russi da Cuba e dei missili americani dalla Turchia, solo che Kennedy non aveva neppure un’idea che gli Stati Uniti avessero dei missili in Turchia. Comunque gli americani avrebbero fatto rientrare in ogni caso quei missili dalla Turchia, perché dovevano essere sostituiti da sottomarini nucleari Polaris, molto più letali ed invulnerabili.

Questa fu l'offerta. Kennedy ed i suoi consiglieri la valutarono - e la rifiutarono. A quel tempo, lo stesso Kennedy considerava che ci fossero fino al 50% di possibilità di una guerra nucleare. Quindi Kennedy era disposto ad accettare di correre il rischio - tanto alto - di una distruzione di massa solo per ribadire il principio che noi - e solo noi, gli americani - abbiamo il diritto di piazzare missili offensivi fuori dai nostri confini, ovunque vogliamo e non importa quale sia il rischio che corrono gli altri - e anche noi stessi - se le cose dovessero sfuggire dal controllo. Noi – gli americani - abbiamo questo diritto, ma nessun altro deve averlo.

Kennedy, tuttavia, fece un accordo segreto ed accettò di ritirare i missili degli Stati Uniti ( quelli che già stavano ritirando), anche se questo accordo non è mai stato reso pubblico. Krusciov, in altre parole, dovette ritirare apertamente i missili russi, mentre gli Stati Uniti segretamente stavano ritirando le loro armi, quelle obsolete, cioè Krusciov doveva essere umiliato e Kennedy doveva mantenere la sua immagine di macho. Fu molto apprezzato per questo gesto: dimostrò coraggio e freddezza sotto minaccia, ecc. ecc. L'orrore di aver preso certe decisioni – consapevole dei rischi che avrebbe corso tutta la popolazione mondiale - non è mai stato nemmeno nominato – provate a cercare rileggendo la storia raccontata di questi fatti.

E per aggiungere ancora qualcosa, un paio di mesi prima che la crisi esplodesse gli Stati Uniti avevano inviato altri missili con testate nucleari a Okinawa. Questi erano puntati contro la Cina durante un periodo di grande tensione nella regione.

E allora, chissenefrega: Noi abbiamo il diritto di fare tutto quello che vogliamo in qualsiasi parte del mondo. Questa è stata la triste lezione che resta di quel periodo, ma poi ce ne sono state altre.

Dieci anni dopo, nel 1973, il Segretario di Stato Henry Kissinger dichiarò un allarme nucleare di alto livello. Era il suo modo di avvertire i russi che non dovevano interferire nella guerra arabo-israeliano in corso e, in particolare, che non dovevano interferire nemmeno dopo che aveva autorizzato gli israeliani a violare il cessate il fuoco che gli Stati Uniti e la Russia avevano appena concordato.
Per fortuna, non successe niente.

Dieci anni dopo, c’era il Presidente Ronald Reagan. Appena arrivato alla Casa Bianca, lui ed i suoi consiglieri avevano autorizzato l'Aeronautica a entrare nello spazio aereo russo per cercare informazioni su i loro sistemi di allarme, la “Able Archer Operation” . In sostanza, questi furono solo attacchi simulati. I russi erano increduli, alcuni funzionari di alto livello credettero che quello fosse un passo verso un vero e proprio attacco improvviso. Fortunatamente, non reagirono, anche se era una evidente provocazione. E si va avanti così.

Che dobbiamo fare con la crisi nucleare iraniana e nordcoreana

Al momento, la questione nucleare è continuamente sulle prime pagine per i casi di Corea del Nord e dell’Iran. Ci sono dei modi per risolvere queste crisi in corso, forse potrebbero non funzionare, ma almeno si potrebbe provare. Comunque non sono nemmeno stati presi in considerazione e nemmeno nominati.

Prendiamo il caso dell'Iran, che è considerato in Occidente - non nel mondo arabo, non in Asia – come la più grave minaccia alla pace mondiale. E 'una ossessione occidentale, e sarebbe anche interessante analizzarne le ragioni, ma non parliamone adesso. Ma c’è un modo per affrontare la più grave minaccia alla pace mondiale ? Veramente ce ne sarebbero parecchi. Un modo, uno abbastanza ragionevole, è stato proposto un paio di mesi fa, in una riunione dei paesi non allineati a Teheran. In realtà, si è solo ribadita una proposta che gira da decenni, sostenuta in particolare dall’Egitto, ed è stata approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La proposta prevede di agire per creare una zona senza armi nucleari nella regione. Certo questa non sarebbe la risposta a tutto, ma sarebbe un passo in avanti molto significativo. E si indicò anche come procedere: sotto l'egida dell'ONU, ci doveva essere una conferenza internazionale in Finlandia lo scorso dicembre per definire i piani di attuazione di questo progetto. Che cosa è successo?

Non l’avete letto sui giornali, perché non è stato scritto niente – è apparso solo su qualche rivista specializzata. Ai primi di novembre, l'Iran ha accettato di partecipare alla riunione. Un paio di giorni dopo, Obama ha annullato l'incontro, dicendo che non era il momento giusto. Il Parlamento europeo ha emesso un comunicato chiedendo di confermare l’incontro, come anche hanno fatto gli Stati arabi. Il risultato è che non se ne è più parlato.
Quindi andiamo avanti con le sanzioni, sempre più severe, contro la popolazione iraniana - il regime si sentirà insultato - e forse ci sarà la guerra. Chi sa che cosa accadrà?

Nel nord-est asiatico, è la stessa cosa. La Corea del Nord può essere il paese più pazzo del mondo o almeno ha buoni titoli per diventarlo, ma che senso ha cercare di capire cosa c'è nella mente delle persone quando si comportano in un modo pazzesco ? Oppure ma perché dovrebbero comportarsi il quel modo? Proviamo a immaginare noi stessi nella loro situazione. Immaginiamo cosa abbia significato negli anni della guerra di Corea, nei primi anni 1950, vedere il proprio paese completamente raso al suolo, distrutto da un’ enorme superpotenza, che per di più si dimostrava orgogliosa per quello che stava facendo. Immaginiamo i segni che una cosa del genere può lasciare dietro di sé.

Dobbiamo comprendere che è come se la leadership della Corea del Nord avesse letto le notizie che si pubblicavano sulle riviste militari di questa superpotenza, mentre il loro paese veniva distrutto e apprendeva che, dal momento che tutto il resto in Corea del Nord era già stata annientato, le forze aeree erano state inviate a distruggere anche le dighe della Corea del Nord. Le grandi dighe, quelle che regolano la fornitura dell’ acqua - un crimine di guerra, tra l'altro, per cui c’è stata gente che fu impiccata a Norimberga. E su queste Gazzette Ufficiali si argomentava e si discuteva animatamente su quanto fosse meraviglioso vedere quando l'acqua travolgeva tutto e inondava le valli mentre gli “asiatici” correvano da tutte le parti, cercando di sopravvivere. I giornali hanno esultato per tutto quello che ha significato per quegli "asiatici", per tutto quell’orrore che va oltre ogni nostra immaginazione. Ha significato la distruzione dei raccolti di riso, che a sua volta significava morire e morire di fame.
Che magnificenza! Ma questo non è nella nostra memoria, è nella loro.

Torniamo al presente, c'è una storia recente e molto interessante. Nel 1993, Israele e Corea del Nord stavano stipulando un accordo per cui la Corea del Nord avrebbe smesso di inviare qualsiasi missile o qualsiasi tecnologia militare ai paesi del Medio Oriente mentre Israele avrebbe riconosciuto il governo della Corea del Nord.
Il Presidente Clinton intervenne e bloccò tutto. Poco dopo, per rappresaglia, la Corea del Nord effettuò un test missilistico minore, poi nel 1994 Stati Uniti e Corea del Nord raggiunsero un accordo quadro, che fermò le ricerche nucleari e questo accordo da allora fu, più o meno, onorato da entrambe le parti. Quando George W. Bush arrivò alla Casa Bianca, la Corea del Nord aveva forse aveva un solo ordigno nucleare e la produzione era già ferma.

Bush cominciò subito con il suo militarismo aggressivo e minacciò la Corea del Nord chiamandola "fonte di ogni male" ecc. ecc. - così che la Corea del Nord riprese il suo programma nucleare. Alla fine dei due mandati di Bush, la Corea aveva da otto a dieci armi nucleari e un sistema missilistico: altro grande risultato dei neocon!

Tra le altre cose che sono successe, nel 2005, Stati Uniti e Corea del Nord raggiunsero un accordo in cui la Corea del Nord si impegnava a mettere fine alla produzione di tutte le armi nucleari e allo sviluppo dei missili. In cambio, l'Occidente, ma soprattutto gli Stati Uniti, avrebbero dovuto fornire un reattore ad acqua leggera per le sue esigenze mediche e smetterla con le continue dichiarazioni aggressive e minacciose. Poi avrebbero dovuto fare anche un patto di non aggressione e tornare alla normalità nelle relazioni internazionali.

Era un progetto piuttosto promettente, ma quasi subito Bush lo compromise. Ritirò l'offerta del reattore ad acqua leggera e avviò programmi per costringere le banche a interrompere qualsiasi operazione con la Corea del Nord, anche le transazioni perfettamente legali. I nordcoreani reagirono riprendendo il loro programma di produzione di armi nucleari.
E questo è come stanno andando le cose.

E' tutto risaputo da tutti. Lo potrebbe leggere a lettere grandi anche un ragazzino delle scuole pubbliche americane. Quello che dicono è:

si tratta di un regime assolutamente folle, ma segue anche una politica del tipo “ occhio per occhio”. Tu fai un gesto ostile e noi risponderemo con qualche gesto a modo nostro. Tu fai un gesto accomodante e noi lo ricambieremo ma a modo nostro.

Ultimamente, per esempio, ci sono state delle esercitazioni militari sud-coreano-americane nella penisola coreana che, dal punto di vista del Nord, avevano un modo di guardare minaccioso. Da come erano orientate le navi si sarebbe pensato che minacciassero gli stessi Usa o il Canada ma durante le esercitazioni, i bombardieri più evoluti esistenti fino ad oggi, gli Stealth B-2 e B-52, hanno simulato attacchi di bombardamento nucleare proprio lungo il confine con la Corea del Nord.

Questo ha fatto sicuramente scattare tutti i campanelli di allarme e i ricordi del passato. Se ci si ricorda ancora di quel passato, è verosimile una reazione esagerata, molto aggressiva. Bene, tutto quello che viene raccontato in Occidente di tutta questa storia è che oggi c’è un pazzo terribile a capo della Corea del Nord. Tutto qui.
Questa è solo una parte della storia ma questo è come sta andando il mondo.

Non è che non ci sia nessuna alternativa, è che non si vuole cogliere nessuna alternativa, e questo è pericoloso. Quindi, se guardiamo come sta girando il mondo, non vediamo una bella immagine. A meno che qualcuno non faccia qualcosa, c’è sempre una possibilità di fare qualcosa.

Noam Chomsky ex professore del MIT. È autore di numerosi libri e articoli su affari internazionali e questioni socio-politiche, partecipa da lunga data ai movimenti attivisti. I suoi libri più recenti : " Power Systems: Conversations on Global Democratic Uprisings and the New Challenges to U.S. Empire" (con interventi di David Barsamian), "Making the Future: Occupations, Interventions, Empire and Resistance, Hopes and Prospects", e "Profit Over People: Neoliberalism & Global Order. "Inoltre : "9-11: 10th Anniversary Edition, Failed States, What We Say Goes 2(con David Barsamian), "Hegemony or Survival", e "Essential Chomsky"

http://www.commondreams.org

http://www.commondreams.org/view/2013/06/04-7
4.06.2013

Traduzione per www.ComeDonChisciotte.org a cura di BOSQUE PRIMARIO

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I Fantasmi del fiume

di Doan Bui

Tradotto e pubblicato il 21.5.2013 da Ernesto Celestini per www.peacelink.it

Per ora, questo non è che un rettangolo recintato con filo spinato, minaccioso e ridicolo allo stesso tempo, piantato sulla frontiera. Da un lato, la bandiera turca e i minareti di Edirne.  D'altro lato, la Grecia o meglio tutta l'area Schengen, questo sogno di un’Europa che cercano di raggiungere migliaia di migranti.
Ben presto, questo rettangolo diventerà un recinto: lungo 12,5 km e alto tre metri con telecamere ovunque per respingere i clandestini. Così ha deciso il governo greco. Un muro barricata per l’Europa. Ma possiamo fermare la pioggia che cade? E 'passato più di un anno da quando i clandestini evitano di avventurarsi in questa zona militarizzata tra la Grecia e la Turchia, una pianura liscia come una pietra, senza un albero dietro cui nascondersi alle pattuglie della polizia.
Oggi, il vero e proprio "muro" è un po' più a sud. Lungo il fiume Evros, che scorre per 180 chilometri tra i due paesi. Ogni giorno, ogni notte, sono centinaia le persone che cercano di attraversarlo. Stipati in quindici o venti su barconi di plastica gonfiabile, gli stessi barconi che si vedono l’estate sulle spiagge. Lungo le rive del fiume Evros, i canotti bucati e abbandonati e le cataste di vestiti abbandonati sembrano solo macchie di colore. Documenti, lettere, zaini: il fiume si porta via pezzi di vita di gente che arriva dall’ Afghanistan, dal Bangladesh, dall’ Algeria, dalla Nigeria ... E a volte anche i loro corpi. Quelli annegati.
Sono almeno uno o due alla settimana, quelli che trovano dalla parte greca. La corrente del fiume non sa che farsene delle bandiere e dei confini.

Quanto vale una vita?

Se pensiamo a "300561a, sconosciuto, sesso femminile, 20-30 anni," non una gran cosa. Clandestina, non è mai esistita nei registri della polizia. I suoi documenti , se ne avesse mai avuto, galleggiano da qualche parte nelle acque del fiume Evros. "300561a" è un fantasma. Tranne forse per Pavlos Pavlivis, responsabile della camera mortuaria di Alessandropoli, una cittadina greca nel sud della regione. Quest'uomo, che sembra possedere una calma imperturbabile, ma si mangia le unghie fino a farsele sanguinare, ha creato per la giovane donna un’ esistenza amministrativa e un numero di protocollo ("300561a"). Ha creato un "file" memorizzato e chiuso dentro una copertina di cartoncino con dentro quattro fogli volanti e una busta, sporca del fango del fiume, dove è nascosto il tesoro : graziosi orecchini verdi, un braccialetto intrecciato, una collana con un piccolo ciondolo di pelle cucita. "C'è scritta una preghiera, ha detto Pavlos Pavlivis. Un capitolo del Corano. Questa sconosciuta quindi era Musulmana. Forse veniva dalla Somalia o dalla Nigeria ..."

Chi riconoscerà il volto di "300561a"?

Il suo corpo è stato trovato il 1° febbraio. "300561a" non è annegata. È morta di ipotermia subito dopo aver vinto la sua guerra contro il fiume. L'inverno è duro in Tracia. Indossava tre paia di jeans, quattro t-shirt e una giacca turchese. Probabilmente questo era tutto quello che aveva. Come altri migranti, è stata costretta a svuotare lo zaino e a mettersi tutti i vestiti prima di buttarsi in acqua. Appesantita dai suoi vestiti impregnati d'acqua, intirizzita dal freddo, si sarà fermata per riprendere fiato, appena attraversato il guado, e si è addormentata nel bosco. L’hanno trovata rannicchiata tra le felci. Nelle foto che Pavlivis fa scorrere sul suo computer, sembra una Biancaneve di ebano. Non è stata sfigurata come tanti altri annegati, gonfi, lividi, contorti come rami coperti di melma dell'Evros. Lei non ha avuto il tempo di decomporsi, il suo corpo non è diventato uno scheletro, lei è ancora accuratamente avvolta in uno chador sbiadito che ha resistito all'acqua e al vento. Ma chi riconoscerà il suo volto, il volto di "300561a"?
La sconosciuta viaggiava da sola, con il marito, i suoi genitori?
I trafficanti di solito gli confiscano tutte le carte prima di farli attraversare, racconta il capo della camera mortuaria. Tre anni fa, un barcone di migranti si è capovolto in Bangladesh. Hanno potuto rintracciare i loro cari, perché tutti avevano inciso i numeri di telefono di casa sulle suole delle scarpe. Ma nessuno ha mai rivendicato la maggior parte dei loro corpi. Neanche quelli dei bambini, forse anche i genitori sono annegati durante la traversata e i loro corpi sono stati portati via dalla corrente. "  Quest'anno, settanta corpi sono arrivati negli obitori greci.
Quanti sono quelli che hanno perso la vita mentre attraversavano l'Evros? Solo l'anno scorso, settanta corpi sono stati portati negli obitori greci. Ma quanti ne sono rimasti dalla parte turca? E come si può capire quanti hanno preso il largo in mare e non sono tornati? Questo tipo di statistiche non interessano nessuno. Ma la polizia greca ha fatto un accurato conteggio e sono 55.000 gli immigrati clandestini che sono entrati nel paese nel 2011, cinque volte più del 2009. È una ossessione per la polizia greca e per tutte quelle europee, che da due anni ha mandato la Frontex, la polizia di frontiera, in questa regione dell’ Evros, accusata di essere il nuovo "colabrodo". Dimenticata Lampedusa e le Isole Canarie. L’Italia e la Spagna hanno rafforzato i loro dispositivi anti immigrazione. I migranti ormai passano da Istanbul, dove atterrano i voli low cost dall’Algeria, dall’Iran e dalla Nigeria: la Turchia non è disposta a fare il guardiano dello spazio Schengen, almeno fino a quando l'Europa non cancellerà il visto per i suoi cittadini.

Grecia, il primo punto di ingresso per i clandestini

Così la Grecia è diventata il principale punto di accesso per gli immigrati clandestini. Tra il 2005 e il 2009, viaggiavano per mare e sbarcavano sulle isole. "Pericoloso e molto costoso, a seimila euro a passaggio - dice Georges Salamangas , direttore della polizia di Orestiada nella regione settentrionale - Così hanno passato parola e tutti fanno questo giro. Nessun ha bisogno di visto per venire in Turchia. E da qui ci vogliono solo tre ore, prima venivano via terra, ma ora vengono principalmente traversando il fiume. I trafficanti così non devono nemmeno accompagnarli più. Per 500 euro a persona, li stipano tutti su una barca e gli dicono di remare. Improvvisamente, gli incidenti si stanno moltiplicando. "
Nel piccolo villaggio di confine di Nea Vyssa, Christos, detto "lo sceriffo", il padrone del bar, vede passarsi davanti i superstiti, con le scarpe gonfie d’acqua, tremanti di freddo e tirandosi dietro, solo pochi fortunati, una busta di plastica che sono riusciti a salvare.
Passano tutti i giorni. A volte dieci, a volte cinquanta, sessanta o di più. Prima per proteggerci dai Turchi, c'erano le mine antiuomo dappertutto lungo l’ Evros. Ma le hanno rimosse nel 2009. Allora è cominciata l'invasione. Quelli della Frontex? sfaticati ! Non servono a niente! L'Europa ci ha messo nella merda, questa è la verità. Tutti questi migranti, credono di poter andare in Italia o in Francia. Ma nessuno li vuole, e li rimandano qui da noi! Adesso che qui non c'è lavoro,non ci sono soldi,non c’è niente! "
Lo "sceriffo" vorrebbe mettere su una milizia, con almeno 300 altri abitanti del villaggio che, come lui, dovrebbero avere il permesso di portare le armi in questa zona militarizzata: "Con noi, non ne passerebbe nemmeno uno" Ha detto che la gente ha paura di questi immigrati che "portano malattie", ma è così ovunque: "Marine Le Pen non ha vinto da voi?" Il barista comunque continua ad accogliere queste povere anime perdute sulla terrazza del caffè, vicino alla piccola stazione di Nea Vyssa dove il treno non passa quasi mai.

"Qui, sembra che i poliziotti siano più simpatici ..."

Quella mattina di aprile Nageb un giovane marocchino, è stato il primo a sedersi al bar. Ha attraversato a nuoto stanotte insieme a Chetroub.
Questo è il mio terzo tentativo – dice-. Ho provato a passare per l'Italia, ma hanno fermato la nostra barca, e poi ho prato per la Spagna, ma mi hanno bloccato a Ceuta [enclave spagnola in Marocco, ndr]. Questa mattina, abbiamo camminato quattro ore dopo essere usciti dal fiume. Avevo paura di essere ancora in Turchia, ma poi ho visto per terra una bottiglia d'acqua con un telefono greco. Ero così felice! Qui, sembra che la polizia sia più simpatica ... "
Benvenuti in Grecia! Lo "Sceriffo" continua a lamentarsi dell' "invasione", ma offre caffè caldo, calzini asciutti, una bottiglia d'acqua ai due marocchini. I suoi ospiti lo ringraziano prima di cominciare un dialogo surreale. Nageb chiede dove sta la polizia. Lo "sceriffo" lo rassicura: passerà un furgone a prenderli! Qui, tutti gli immigranti vogliono essere "registrati", anche se verranno mandati in quei centri di detenzione sovraffollati, le cui condizioni sono state denunciate a settembre dalle ONG di Human Rights Watch. Dopo le denunce due di questi centri sono stati "rinnovati", e li ingrandiranno. In attesa che finiscano i lavori, molti clandestini vengono registrati e rilasciati immediatamente e in più ricevono una medicina preziosa: la famosa "carta dei trenta giorni." Questo “laissez-passer” permette una tregua di un mese, prima di essere espulsi, ed è indispensabile per poter comprare un biglietto di autobus per Atene. Da lì, sperano di guadagnare clandestinamente la Francia, l’Italia, la Germania ... Qualsiasi paese va meglio della Grecia, dove la crisi imperversa.
   Ecco Prince e Aziz, due ragazzi di sedici anni. Prince viene dalla Nigeria e Aziz dal Marocco. Prince vuole diventare un calciatore, in Germania, dove c’è un suo zio. Aziz è in dubbio tra l'Italia e l'Olanda. Sono stati compagni di cella per tre mesi nel centro di detenzione di Fylakio e adesso i due ragazzi vivono in una casa gestita da Arsis, un'associazione umanitaria greca. La traversata dell'Evros in pieno inverno è rimasta impressa nelle loro memorie. Aziz non aveva mai visto la neve. Quando è arrivato vicino al fiume, in scarpe da ginnastica di tela e giacca di nylon, la barca era guasta. Il trafficante è tornato dopo due giorni con un'altra barca dove ha stipato il suo carico umano facendo parecchie corse. Prima di salire sulla barca, Aziz ha visto un uomo che cadeva in acqua e poi è sparito.

Ossessionato dal fiume e dai suoi fantasmi

Quando chiude gli occhi, Prince sente sempre le grida dei tre compagni di sventura mentre la corrente li portava via.  Ci hanno dato i remi ma nessuno sapeva remare. Abbiamo sbattuto contro un albero che galleggiava e tutti quelli che erano a bordo della barca hanno cominciato a ondeggiare e a gridare: "Aiutateci Aiutaci!" Non potevamo fare altro, nessuno sapeva nuotare. Poi abbiamo provato ad agganciarci ad un altro albero vicino alla riva. Io mi sono trovato con l’ acqua fino al collo. Ho afferrato un ramo che è andato a fondo. Ho creduto di annegare ... "
Anche Tamila è tormentata dal fiume. Ci mostra, ben ripiegata in una bustina di plastica, stampata su una carta rovinata, l’immagine sfocata di una ragazzina di nove anni, in T-shirt rosa, che sorride facendo vedere i denti . E’ la figlia Zeinabou, della qale ha solo questo ritratto:. "E’ un amico di famiglia, in Afghanistan, che me l’ha mandata per posta". In una camera d’albergo a Atene, dove è ospitato da un associazione, Tamila piange. Zeinabou andava bene a scuola, voleva diventare dottore e Tamila sognava un futuro luminoso per lei, in Europa, senza bombe e senza talebani.
Ma il 21 gennaio, sul fiume, le cose sono andate male. La barca si è capovolta, era buio, Tamila aveva in braccio il suo bambino più piccolo, Muhammad di quattro anni, nascosto in mezzo ai pannolini, per risparmiare 500 dollari dei soldi per il viaggio. Muhammad dorme vicino alla madre, rannicchiato, con i denti stretti. Quella terribile notte stava per morire di ipotermia.
"Se potessimo almeno trovare il corpo, sapremmo dove piangere il nostro dolore"
I soldati li hanno portati in ospedale. Tamila e suo marito sono stati arrestati e mandati al centro di detenzione. Tamila, in pieno delirio, ripeteva il nome di sua figlia, come una cantilena. Adesso si è convinta che Zeinabou è uscita dall'acqua con il nonno, anche se gli altri immigrati che erano sulla barca, dicono che tutti e due sono annegati ... Solo il fazzoletto della bambina è stato ritrovato sulla riva. "Se potessimo almeno trovare il corpo, sapremmo dove piangere il nostro dolore", ha detto Rashid, il padre.  Ma il fiume è rimasto muto. E allora Tamila vuole mettere un avviso nei parchi di Atene dove promette una ricompensa per chi troverà la figlia. Sua figlia, di questo è sicura, si è salvata, o forse è stata rapita dai trafficanti. Sta da qualche parte e la sta aspettando ...
Siamo pieni di questi avvisi - dice Aggelikki Theodoropoulou, un avvocato del Consiglio  Greco per i Rifugiati, una ONG che aiuta i migranti - ma abbiamo sempre così pochi indizi ..............   Non siamo nemmeno sicuri di trovare le persone che sono in detenzione perché non sempre danno il loro nome. "
Anche i genitori di Idil, una ragazza somala di 22 anni, hanno provato quell'angoscia e quel dolore. La figlia voleva andare da suo cugino Ali, che vive in Belgio. Ha chiamato per l'ultima volta da Istanbul, la sera del 13 febbraio. Da quel momento non hanno avuto più notizie. E' Ali, che ha guidato le ricerche e che ha scoperto quello che era successo. Quella notte, Idil ha attraversato l’Evros, come hanno raccontato i suoi compagni di viaggio. Ma sfinita, per il peso dei tanti strati di vestiti che si era messa addosso, non riusciva più a muoversi. Appena a cominciato a camminare più piano, il trafficante l’ha percossa e lei si è accasciata sotto un albero.
Qualche giorno dopo, un contadino ha trovato il suo corpo senza vita nel bosco. L’hanno portata all'obitorio dove Pavlos Pavlivis, come al solito, ha riempito la sua piccola busta. Solo per il braccialetto di stoffa che portava al polso, la famiglia ha potuto identificarla. "Era incinta di sei mesi", ha detto Pavlos, mentre cancellava la parola "anonimo" scritta sulla cartella per scrivere il nome completo della giovane donna.

Sepolta in un terreno abbandonato, in mezzo al filo spinato ...

Idil ora riposa nel cimitero musulmano di Soufi. Un vero e proprio cimitero con le lapidi e i nomi. Suo cugino Ali ha fatto il viaggio dal Belgio per venire a seppellirla. Chissà se Idil si sarà conosciuta con "300561a", durante il loro lungo viaggio? Forse hanno viaggiato a un paio di giorni di distanza. Ma nessuno è andato a piangere la clandestina "300561a".   Lei è stata sepolta in un altro cimitero, dove stanno i migranti senza nome morti nell’ Evros.  Un terreno abbandonato all'ingresso del paese di Sidero, circondato da filo spinato,  come lo sono i centri di detenzione della regione come il "muro" che costruiranno presto sul confine.
Sul terreno brullo, ogni cumulo di terra segna una tomba. Quella di "300561a" è una delle ultime ad essere stata scavata. Nessun segno di riconoscimento. Solo il mufti sa. Il Mufti ha disegnato una mappa del cimitero dove ha riportato tutti i "numeri di protocollo" dell’obitorio di Alessandropolis.
La maggior parte di questi migranti erano musulmani. Dovrebbe essere così perché erano circoncisi e perché hanno trovato delle preghiere scritte nei loro ciondoli. Ma c’è anche qualche cristiano nel cimitero. La cosa importante è che siano stati sepolti con dignità ".
Il vento soffia e solleva dei vortici di polvere rossa. Su una tomba, quella di una giordana, è poggiato un ramo, l’ha portato suo marito, che ha riconosciuto il corpo solo dopo qualche mese dalla sua morte, quando era già stata sepolta. Gli abitanti del villaggio ricordano ancora il giorno in cui è venuto a trovarla. Quel cimitero ha tanto pochi visitatori ...
"Di tutti questi corpi che nessuno riconosce, non sapevamo cosa fare - dice scusandosi il Mufti - In un primo momento li abbiamo sepolti nei nostri cimiteri. Ma la gente ha cominciato a protestare, aveva paura che tutti i morti venuti da fuori riempissero anche i loro posti. “
Come Pavlos Pavlivis nella sua camera mortuaria, come lo sceriffo nel suo bar sperduto, sospira tristemente.
Domani, l'Evros libererà ancora altri fantasmi.

Doan Bui



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Anche quando il Parlamento non c'é, il lavoro non manca per

Governo, guerre e informazione

Mentre il Governo uscente sceglie quali sono gli impegni che non deve assolutamente mancare, l'informazione sceglie quello che conviene dire, o non dire
2 marzo 2013 -

Ernesto Celestini
Informazione Disinformazione

Dopo essere riusciti a sabotare qualsiasi proposta per un nuovo regolamento elettorale o qualsiasi legge contro l’eleggibilità di indagati e condannati o contro la corruzione, i nostri eletti hanno avuto la spudoratezza di chiedere un voto utile per non cacciare dal Parlamento gente che aveva ormai disgustato e allontanato dalla politica la maggior parte degli italiani e divertito, per le sue bizzarrie e gags estemporanee, il resto del mondo.
Mentre non esiste una maggioranza per formare un nuovo governo e la gente ha perso il lavoro, teme di perderlo o ha paura di vedersi tagliare anche la sanità o una misera pensione, vediamo la stampa e le televisioni che continuano a raccontarci, minuto per minuto, l'andamento dello “spread e dei titoli in borsa".
Creano panico, non spiegano con quali strategie e in base a quali leggi la finanza riesce a strangolare l'economia, non parlano del dramma ecologico che si sta verificando per effetto  dei cambiamenti  climatici, minimizzano sulle proteste contro l'inutilità delle grandi opere e contro le guerre, in cui lo stato è ormai coinvolto, e non raccontano dei costi umani e dei costi economici che, per queste materie, non possono mai essere tagliati.
Ma tutto questo lo sapevamo da tempo, non possiamo fingere di stupirci.

Possiamo però provare a riflettere su come vive la gente e cosa pensa la maggioranza della popolazione, anche se questa maggioranza non può incidere su scelte già prese dalla politica, quella con la "P” maiuscola. Quella che conta veramente e prende decisioni che poi comunica ai governi nazionali, che devono solo prenderne atto ed applicarle.
Riflettiamo solo su quanto che sta avvenendo in Italia: dopo le dimissioni dell'iltimo Governo, l'esecutivo non aveva potere per decidere come far esercitare il diritto al voto di 23.000 studenti italiani, temporaneamente all'estero, come previsto dal loro piano di studi.
Contemporaneamente i mercati internazionali, casualmente (?) lasciavano che  lo spread sui titoli di  Stato scendesse ai livelli minimi da due anni ( un non-governo forse dà più  garanzie di un governo).
Contemporaneamente Ministri del Governo dimissionario avevano il potere di dichiarare ufficialmente la nostra disponibilità a collaborare con la missione militare di pace che ha invaso il Mali ed a mantenere tutte le missioni di pace a cui prendono parte attiva i nostri soldati, poi il 28 febbraio, ha anche organizzato una “Conferenza degli Amici della Syria” con il Sen. John Kerry, l’ex Ministro del Esteri Giulio Terzi e rappresentanti dell’opposizione siriana.
Iniziativa encomiabile, se ci fermiamo ai titoli, meno nobile se consideriamo che al tavolo non erano presenti né rappresentanti dell’attuale governo siriano, né rappresentanti dell'Onu, quindi non si doveva parlare di pace ma di strategie. Questa notizia è passata in secondo piano sia in televisione che sulla stampa generalista, così il pubblico può continuare a pensare che il governo, benché dimissionario, si stia ancora preoccupando niente-poco-di-meno-che per la pace.
Ebbene in quella conferenza l'Italia è stata ufficialmente coinvolta in una guerra per procura, con una richiesta di partecipare ad un piano che permetta all'opposizione militare siriana di abbattere l'attuale governo, fornendo un supporto logistico (armi) inviato dai governi di paesi che formalmente vogliono la pace.
Il pubblico non è stato informato che esiste una contestazione alla guerra, solo i giornalisti presenti giovedì scorso alla Farnesina possono testimoniarla.  Infatti nelle poche immagini riprese non appaiono mai i cartelli esposti dai manifestanti, come risulta da questo breve video di tre minuti, in cui si spiegano i motivi della protesta.
http://www.youtube.com/watch?v=EU5FsBIZb6I
Riflettiamo, abbiamo detto, e quindi estraniamoci dai grandi problemi che ci affliggono ogni giorno, allontaniamoci dal disastro della guerra, dalla criminalità della finanza e della politica nostrana.  Consideriamo solo quanto sia efficace la parzialità con cui si fa informazione.
Dopo la Seconda guerra mondiale siamo entrati in un periodo di millantata pace che ha permesso uno sviluppo smisurato ed incontrollato del consumismo, mentre i media filtravano abilmente le notizie che arrivavano dal fronte di qualcuna delle centinaia di guerre che si combattono, e sono state combattute, nei luoghi più sfruttati, più disgraziati e più ricchi, per risorse naturali, del mondo.
Nell’ultimo secolo abbiamo devastato metodicamente la natura, distrutto popoli e culture, abbiamo combattuto con le armi più tecnoligiche contro poveri contadini ignoranti, che si difendevano con machete e vecchi fucili. Abbiamo inondato valli per creare aziende idroelettriche, da sfruttare intensivamente , prima di abbandonarle, appena cambiate le condizioni sociali.
“Abbiamo”, ci hanno convinto che, “noi” fossimo parte del sistema, che ne stavamo traendo benefici e intanto ci persuadevano anche della necessità di sostenere il sistema consumistico, di dover comprare di più, per sostenere la produzione, per sostenere il mercato e per farci guadagnare di più, per spendere di più e per produrre di più.
Abbiamo vissuto in una ignoranza totale di misfatti nascosti che si stavano perpetrando, a nostro nome, facendo scoppiare falsi pretesti per entrare in nuove guerre ed approfittare di catastrofi naturali solo per creare migliori opportunità di affari, continuando uno sfruttamento incontrollato ed inutile delle risorse della terra, assecondando l’insano principio che l’economia possa crescere all’infinito.
Ci hanno fatto dimenticare l’uomo.
Ci hanno fatto confondere il concetto di felicità con il piacere del denaro. Hanno fatto crescere i nostri figli senza sogni, senza fantasia, senza libertà di spirito, ma ineriati fin da bambini dalla voglia di fare soldi. Il modello dell’eroe positivo è stato sostituito da quello del faccendiere, che non deve perdere nessuna opportunità di guadagno, e che deve sempre sapere come raggirare quelle fastidiose leggi, che limitano la "libertà di impresa".
Ma per difenderci dalla violenza di un sistema tanto prepotente, basterebbe presentare le proprie ragioni alla Magistratura, come se la legge fosse ancora una applicazione della Giustizia, o scrivere ai giornali, come se la stampa fosse ancora una informazione libera, senza vincoli, senza interessi o vendette editoriali e personali da far pagare a chi non sta al gioco.
In un paese in cui la politica ha cancellato le ideologie e considera gli elettori alla stregua di consumatori di politica, da abbindolare con gadget e scaltre campagne elettorali, in un paese in cui  "la stampa non svolge più un obiettivo ruolo critico", la gente non sa come difendere la propria dignità ... E, assurdamente, arriva a difendere quelle corporazioni di magistrati e giornalisti, che sembrano aver assunto un ruolo di "giustizieri". Immeritato però, perché il loro impatto sulla società non è imparziale e, a parte pochi casi clamorosi, sono sempre gli stessi a soffrire di discriminazioni e disparità di trattamento.
Non ci resta che riporre le nostre speranze in quei due-trecento giovani che sono appena entrati in Parlamento, augurandoci, che riescano a trovare la forza per portare avanti almeno una parte delle loro idee. Sarà una lotta dura, perché la casta parlamentare italiana ed europea è solo la faccia manifesta del nemico, mentre i sabotatori reali sono quelli che gestiscono il vero potere trasversale, quello che si fonda sull'insabbiamento di carte e su fatti e notizie manipolate o nascoste.
Buonsenso e istinto per la sopravvivenza, se esistono ancora, basteranno ?

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Volevamo parlare di democrazia, di rappresentatività e di partecipazione.

Non volevamo votare Beppe Grillo

Si è cercato solo di usare la spontaneità e l’immagine pulita di chi la politica la fa ogni giorno, senza scorte o auto blu, senza stipendi indecenti, ma dividendosi le spese per pagare il locale dove ci si incontra.
30 dicembre 2012 - Ernesto Celestini
Cambiare si può
Stampa e televisione continuano a parlare di scesa in campo, salite in politica, liste uniche, liste divise, porte aperte e porte che si chiudono, mentre trasmettono immagini di uomini, che pur essendo direttamente o indirettamente, responsabili di un dramma morale ed economico, fanno ancora spettacolo.
Raccontano di una politica che non incuriosisce più, che non sa parlare di sogni ma che, rinnova la fiducia agli stessi uomini e programmi sociali (di cui tutti conoscono mandanti ed effetti) che ormai possono solo provocare incubi anche da svegli.
Parlano di maggioranze politiche, di alleanze, di liste e candidati come se non fossero loro stessi ad averci detto con le loro indagini che il 40% dell'elettorato non andrà a votare e che il M5S, che non vuole nessuna contaminazione né con la politica né con i media, raccoglierà oltre il 15%.
Quindi tutto quello che televisione e giornali insistono a ripetere, ogni giorno, interessa solo una minoranza della loro audience. Ma qui ci sarebbe da parlare dell’attendibilità dei dati Auditel ma questo non è il nostro argomento.
Infatti oggi sarebbe il caso di parlare di democrazia, di rappresentatività e di partecipazione.
Poco più di un mese fa giornali e televisione non raccontarono che un gruppo di 70 volenterosi avevano lanciato l’ appello "Cambiare si può" (1) che, in poco più di un mese, è riuscito a raccogliere intorno a sé tutti i movimenti della società civile che da anni lavorano, in silenzio e con poche sovvenzioni, per assistere quella parte di società sempre meno curata dallo Stato sociale.
Il progetto era basato sulla considerazione che più della metà di chi dovrà votare alle prossime elezioni non si riconosce in nessun partito politico, quindi facendo un ragionamento molto simile a quello presentato in diretta televisiva e da una sala del Parlamento dal senatore a vita Mario Monti, ha selezionato insieme a 15.000 persone, consultate in più di cento assemblee popolari , dieci punti essenziali.
Partendo da quei dieci argomenti si è cercato di raccogliere uomini, movimenti e partiti, per tentare di arginare la prepotenza della finanza, l’ondata neo-liberista e difendere quel che resta dei diritti conquistati in oltre un secolo di lotte sociali.
Per sintetizzare, in un programma politico di soli dieci punti, le riflessioni e l'esperienza di tante persone e di tante associazioni si è partiti dal concetto che le idee devono unire gli uomini e non essere usate per dividerli, è per questo motivo che molti dei soggetti, pur di essere partecipi e provare a dare una alternativa ad una politica miope, hanno rinunciato ad una parte dei pensieri ispiratori della loro azione o del loro movimento.
Senza clamore e senza interessi personali da tutelare, hanno fatto tutti un vero “passo indietro” pur di dar vita ad un programma concentrato sull'uomo, sul lavoro, su investimenti e ambiente e sulla partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese.
Faticosamente quindi si è raggiunta una unità ideale, raccolta intorno ad un simbolo accettato e condivisibile perché capace di includere tutti gli scontenti che intendono segnare un taglio netto con una politica che premia il denaro e offende chi lavora.
I problemi però arrivano sempre quando si deve decidere il “come” e soprattutto il “chi”, perché proprio sul metodo avvengono le forzature, all'ultimo momento, per impedire qualsiasi reazione che possa sventare il colpo di mano.
In “Cambiare si può” non si era ancora convinti che Ingroia fosse il candidato ideale per una lista unica tanto innovativa e capace di presentarsi come vera alternativa, ma i tempi elettorali spesso costringono a fare passi troppo lunghi. Ieri infatti alla conferenza stampa in cui Ingroia si è candidato come leader di un movimento politico, si è parlato di democrazia, di rappresentatività e di partecipazione ma, purtroppo, non se ne è tenuto conto. (2)
Stravolto il simbolo e il contenuto proposto da “Cambiare si può”, stravolto il concetto di non votare un leader ma votare solo un programma ed il suo contenuto, stravolta la volontà di non confondersi con la politica che candida sempre le stesse facce da leader …. Si è cercato solo di usare la spontaneità e l’immagine pulita di chi senza salire o scendere, la politica la fa ogni giorno, senza scorte o auto blu, senza stipendi indecenti, ma dividendosi le spese per pagare il locale in cui ci si incontra.
Peccato che ci sia sempre un branco di lupi in agguato e pronto, al minimo tentennamento a confondere la preda, a obbligarla a non seguire il proprio istinto e a spingerla verso un baratro nascosto dietro ai cespugli.
“Cambiare si può” sta chiedendo a tutti i suoi iscritti quale dovrà essere il suo futuro. Ma non ha importanza quale sarà l’esito della consultazione, perché ormai è evidente che il suo percorso dovrà essere ben più lungo e profondo, dovrà far cambiare le coscienze e i principi per formare uomini migliori. E’ stato bello credere, per pochi giorni, che una utopia come “Cambiare si può” potesse diventare possibile, dicendo semplicemente “Cambiare si deve”.
Sono molti quelli che non volevano votare Beppe Grillo e che speravano che l’anno nuovo potesse far tornare il buonsenso in politica, ma nulla si può contro lo strapotere dei media e dei partiti che credono di disporre e poter ancora orientare con le chiacchiere il voto degli italiani.
Forse non si sono ancora resi conto che gli italiani sono migliori (e più intelligenti) di quello che credono loro stessi e di quello che vogliono farci credere, quando si affrettano, tutti in coro, a chiamare qualunquista o populista o anti-politico chiunque sia convinto che “cambiare si può”.




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Comprando titoli di debito che le banche svendono a finanziarie senza scrupoli ricomprano

Un pezzetto di libertà

Occupy Wall Street dà una mano alla gente, non alle banche ed ha creato un vero Giubileo del Debito
23 novembre 2012 -

Ernesto Celestini
Debito privato USA
Negli USA ci sono in giro miliardi di dollari in titoli di debito contratti per pagare spese per l'università, per la sanità, per le carte di credito concesse gratuitamente a tutti, per i mutui delle case e, anche se le banche sanno che non potranno mai incassare questi crediti, resta il peso del debito sulle spalle di chi sa di  non poter pagare e lo sente come una oppressione costante. E sono ancora quelli di Occupy che cominciano a fare qualcosa. Si tratta solo di pochi milioni di dollari, una goccia d'acqua nel mare di debiti creati dal sistema, ma si è dimostrato che il binomio solidarietà e qualità di vita funziona e che il sistema non è completamente impermeabile.
Da una costola di Occupy Wall Street è nato un nuovo movimento chiamato "Rolling Jubilee" che ha cominato a ricomprare debito in sofferenza da società finanziarie.
Ci sono in giro talmente tanti debiti inesigibili che le banche e le loro finanziarie cercano in tutti i modi di disfarsene. Spesso bastano pochi cent per comprare un dollaro, e in questo modo le finanziarie ripuliscono i loro bilanci, sgonfiandoli da inutili certificati di debito che nessuno potrà mai pagare e allo stesso tempo  "Rolling Jubilee" prova ad infilarsi in questo affare miliardario per ricomprare e far cancellare  quote di debito che i mutuatari, finalmente, non dovranno più rimborsare.
Le persone delle quali si riescono a comprare i certificati di debito o le obbligazioni, ricevono subito una lettera raccomandata per informarli che i loro guai sono finiti.
Normalmente le istituzioni finanziarie vendono i crediti per pochi soldi a società terze che prima cercano di recuperarli e poi, se non sono abbastanza convincenti con i debitori, provano a riciclarli, mettendoli a loro volta in vendita creando altri derivati, che a loro volta saranno altra carta straccia.
Ma gli attivisti di Rolling Jubilee stanno comprando il debito per "liberare i debitori” si tratta spesso di persone scelte a caso, solo perché il loro debito è stato incluso in un pacchetto di titoli venduti in blocco. Così, grazie ad una campagna di mutuo soccorso, a tanta buona volontà, e al rifiuto collettivo per questo tipo di finanza si ricompra poco a poco un pezzetto di libertà.

Sono quattro soldi, ma si devono trovare

Rolling Jubilee ha organizzato un concerto di beneficenza a New York ed ha fatto il tutto esaurito per raccogliere fondi per la sua campagna anti-debito. inoltre sono già stati raccolti 129 mila US$ con donazioni on-line e con questo importo si sono potuti acquistare circa 2,5 milioni di dollari di prestiti in sofferenza, dato che ormai questi titoli sono in caduta libera.
Abbiamo un video di Pamela Brown, ricercatrice e sociologa alla New School e una degli organizzatori del Rolling Jubilee che ha partecipato agli sforzi di Occupy Sandy per organizzare i soccorsi locali alle persone colpite dal Superstorm Sandy, che ci spiega come funziona.
Note: Fonte: http://www.democracynow.org/2012/11/15/rolling_jubilee_buying_up_distressed_debt


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Brasile, Mato Grosso do Sul : una tribù Guaranì-Kaiowà minaccia un suicidio di massa

La violenza gentile dei Guaranì

Quando un tribunale brasiliano li condanna ad abbandonare anche le "sacre” terre degli antenati, scelgono di morire piuttosto che abbassare di nuovo la testa dinanzi a un potere che riconosce solo la legge del più forte.
E' una storia normale in tutto il Sud America, che si ripete tutti i giorni da cinquecento anni, da quando cioè abbiamo cominciato a conoscere gli indigeni americani, tanto ignoranti e stupidi da non lamentarsi nemmeno se continuiamo a chiamarli "indiani" o se scherzando con un amico gli diciamo "indio",  per fargli capire che ha fatto una cretinata.
E' una storia normale, ancora oggi che in Argentina, in Ecuador, in Bolivia, in Venezuela e in Brasile sembra che al governo cominci ad arrivare una piccola parte di chi capisce che quegli "ignoranti e stupidi indiani" sono sempre stati molto più vicini ai concetti veri che possono far sentire l'uomo cosciente del proprio ruolo sociale, parte della natura e quindi consapevole che il rispetto per se stesso e per la specie umana passa necessariamente attraverso il rispetto della natura e delle sue regole.
Natura che, né l'economia né le leggi brasiliane o quelle di qualsiasi altro paese "evoluto" vogliono più rispettare nel nome del profitto e della necessità di aumentare esponenzialmente le risorse da dedicare al consumo, natura che è ormai trattata come fattore della produzione e non come madre terra.
Ma cerchiamo di capire cosa ha scatenato la violenza gentile dei Guaranì:

Un bambino della tribù Guarani Kaiowa.
Nella regione di Kurussu Ambà, nel comune di Coronel Sapucaia, nel Mato Grosso do Sul, uno stato meridionale del Brasile,  ha sempre vissuto il popolo Guaranì-Kaiowà, ma oggi questa terra è proprietà di un fazendero che produce canna da zucchero. Più di una volta una piccola comunità Kaiowà ha tentato pacificamente di tornare sulle proprie terre, ma ogni volta la polizia militare ed i paramilitari della fazenda hanno sgomberato la zona e fatto arrestare i leader della protesta.
Pistoleros paramilitari hanno ucciso un capo spirituale e deportato e confinato, a colpi di pistola, tutti gli indigeni in un altro villaggio, dove in seguito ad altre proteste quattro attivisti sono stati arrestati ed un quinto assassinato a sangue freddo.
Ad oggi sono liberi gli assassini e condannati a 17 anni di prigione gli attivisti indigeni.
Ma l'impotenza che genera questa evidente disparità di trattamento giuridico è esasperata da un diffuso terrore che aleggia da troppo tempo tra la popolazione indigena dei Guaranì-Kaiowà per gli stupri alle donne, per gli attentati contro chi prova a reagire e per l'impunità di chi fa loro violenza. Qualcuno ha parlato di un vero e proprio "genocidio" del popolo Guaranì-Kaiowà, che fa tornare alla memoria i massacri compiuti dai colonizzatori europei secoli fa.
"Para nosso povo não é possível esquecer que a terra é o suporte que sustenta toda natureza, toda vida, porque depois que Tupã fez a natureza percebeu que não tinha quem admirasse os rios, a mata e as montanhas. Foi daí que Tupã pensou e criou o Guarani para admirar toda a beleza que fez"
"Per il nostro popolo non è possibile dimenticare che dalla terra nasce tutta la natura, tutta la vita, perché dopo che il nostro Dio creò la natura capì che non c'era nessuno per ammirare i fiumi, i boschi e le montagne. Fu per questo che pensò e creò i Guarani per ammirare tutta la bellezza del creato" 
Di fronte a una serie tanto disarmante di sopraffazioni ed alla impossibilità di essere tutelati da una legge che non risponde a giustizia, la violenza è scoppiata nell'unico modo che può esprimere un popolo orgoglioso della propria identità ma impotente e ormai disperato.
E’ stato quando un giudice ha accolto la petizione del proprietario della fazenda ed ha intimato lo sfratto alla tribù Guaranì, che pur abitando da sempre quella terra non ne ha mai avuto un titolo di proprietà, la tribù  ha perso qualsiasi interesse per la vita e come ultima violenta e pacifica protesta ha  promesso di suicidarsi in massa , perché nessuno postrà lasciare la terra "sacra”.    
Sono cinquanta uomini, cinquanta donne e settanta bambini che rivendicano il loro diritto sul suolo in cui sono sepolti i loro antenati, il luogo in cui i vivi entrano in contatto con il mondo dei morti, il luogo della loro identità, il luogo dove dove venivano prese tutte le decisioni, in armonia con la Madre Terra, perché le culture e le religioni pre-colombiane, di questi popoli indigeni, erano e sono ancora inscindibili dalla natura.
Ormai nessun uomo della tribù ha la forza o l'intenzione di combattere contro la decisione del giudice e tutti hanno deciso che piuttosto che obbedire alla sentenza preferiscono morire su quella stessa terra che li ha fatti vivere e lo hanno scritto al Governo brasiliano, con una lettera che chiede che vengano rispettati i loro desideri: “ Se è successo questo evento storico, noi preferiamo morire ed essere sepolti insieme con i nostri antenati, proprio qui dove siamo ora. Chiediamo, in via definitiva, che il governo decreti la nostra estinzione come tribù e faccia scavare una buca grande dove dovranno essere gettati i nostri cadaveri. Noi tutti abbiamo deciso che non lasceremo questo posto, né vivi né morti.
Le tribù indigene del sud del Brasile ormai da molti anni si battono per il riconoscimento del loro diritto a continuare a vivere nelle loro terre tradizionali, molte delle quali ora sono proprietà di agricoltori e di ricchi fazenderos. Queste tribù vivono della terra e svolgono attività di sussistenza, come caccia, pesca, coltivazioni stagionali, raccolta di frutta e radici, si muovono su grandi territori e questo rende difficile conciliarli con un sistema alla continua ricerca di espansione per nuove zone da dedicare alle coltivazioni bio-agricole e che per questo devono continuamente procedere a nuove distruzioni delle foreste.
Ma a parte tutti i gravissimi problemi ecologici e di inquinamento di aree sempre più ampie di quella che fino a pochi anni fa era la parte sud della foresta amazzonica, si deve anche tenere conto della situazione di forte incertezza e di pessimismo delle popolazioni indigene, che non sono più in grado di pianificare il proprio futuro, che vivono in miseria e spesso sopravvivono solo dei generi di prima necessità che manda il Governo: questa non è miseria è un controsenso della civiltà moderna, perchè questa zona è in una delle regioni più fertili e ricche di risorse naturali.  
Non sarebbe sbagliato osservare attentamente questo fenomeno e compararlo con i danni sociali che sta provocando in Europa, e nei paesi occidentali in genere, la frattura sempre più ampia tra politica/finanza/ economia da un lato e morale/etica/lavoro dall’altro. E' vero, qui stiamo parlando di un problemadei guaranì ma queste situazioni di contrasto tra il rispetto della dignità e dell'etica (dette concetti obsoleti) e le economie neo-liberal (dette impropriamente moderne) si ripetono continuamente, non solo nei paesi del sud America.
Esiste ovunque una sensazione di precarietà e di insicurezza diffusa che sta provocando un preoccupante incremento di problemi di alcolismo, di droga e di conflittualità interna alle stesse tribù, dove si registra anche un notevole incremento nel numero di suicidi,   soprattutto tra i giovani, che non trovano una loro collocazione lavorativa nell'ambito della società in cui dovrebbero inserirsi e contemporaneamente sentono sempre più flebile ogni legame con una cultura indigena sempre più lontana dal mondo reale, dove è tollerata con sufficienza, spesso derisa.l'
Adesso si parla di una situazione di una “gravità eccezionale, estremamente preoccupante” e un deputato brasiliano ha scritto al governo: “Questa tribù è rimasta attaccata alla sua cultura e alle sue terre per secoli. Ora potrebbe restare nella memoria degli uomini come quella tribù che si è cancellata dalla storia con un suicidio collettivo. Dobbiamo prendere le misure necessarie per evitare il peggio.”
Serviva che questa gente arrivasse alla disperazione e che minacciasse un suicidio di massa per far parlare, almeno un poco, dei problemi che affliggono oggi tutta la popolazione mondiale ? Serviva arrivare a questo punto ignominioso in cui l'uomo di oggi sta saccheggiando le riserve naturali, patrimonio di una umanità senza tempo, lasciate solo in uso dall’uomo del passato e solo per essere custodite fino a quando si dovranno lasciare in eredità all’uomo di domani.
Servivano questi indios, trattati senza rispetto non solo dalle oligarchie governative ma anche dalla maggioranza della popolazione borghese dei centri urbani, per ricordarci che quel contratto ideale, che noi uomini del  mondo occidentale insistiamo ad ignorare, tra uomo e natura esiste ancora ed che è un dovere rispettarlo ? O forse questo è un dovere che, solo una incivile cultura india, considera tanto essenziale per la vita umana da assumerlo come principio indiscutibile della sua religione, tanto da prevedere punizioni divine per chiunque lo violi ?
Ma noi occidentali abbiamo dei credo molto più sofisticati di questi "indios" e siamo molto abili nello schivare le frequenti ma non inevitabili punizioni della giustizia, almeno per chi è pratico di parlamenti e di tribunali.
Per noi, uomini della civilissima cultura occidentale, ormai le punizioni divine non sono più cose di questo mondo, in fondo si tratta solo di stupide norme morali.
Note: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2222294/Entire-Indian-tribe-threatens-commit-mass-suicide-Brazil-court-rules-leave-sacred-burial-land.html#ixzz2AOLs9Y00


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Colombia : Zona Nord della regione di Antioquia

Idrotuango : Non chiamiamola guerra

Troppi interessi economici hanno portato altra gente armata, è tornata la guerriglia ad Antioquia, la FARC, i paramilitari e una crescente militarizzazione di tutta la zona intorno al bacino idrografico del progetto idroelettrico di Hidroituango ..... e quelli che non sono ancora scappati
3 settembre 2012 -
Ernesto Celestini
È stato come la devastazione che lascia una valanga: L'inizio dei lavori idroelettrici del progetto idroelettrico di Hidroituango, oltre alla violenza ambientale e sociale la gente si trova improvvisamente in mezzo ad azioni armate, guerriglia, bombe e scoppi e nessuno sa distinguere se arrivino dai lavori per gli sbancamenti del fiume o dai veicoli bruciati, dalle minacce e dalle estorsioni, tutte cose già conosciute in queste terre, ma mai tutte insieme.
Idrotuango
Già molta gente di questa terra meravigliosa e disperata se n'era andata, alla fine degli anni  '90, per gli scontri armati tra guerriglia e militari, quando fu deciso che qui sarebbe sorta la nuova idroelettrica.
Ma per chi ha deciso di restare la vita si sta facendo ogni giorno più dura. La gente ha paura ormai anche di partecipare alla vita sociale e chiedere il rispetto dei propri diritti, perché non sa chi sarà, ogni volta, a reagire con violenza alle sue richieste.
Non sono bastati gli appelli e i comunicati che cercavano di far sapere alla società nazionale ed internazionale che si stavano  violando i diritti umani e che bisognava ricontrollare l'impatto economico finale di un mega progetto, come la nuova diga, sull’ambiente e sulla società di domani,  per i danni che sta causando l'intensificarsi del conflitto armato e per gli sgomberi forzati delle popolazioni native, per il lavoro nelle miniere e per la disoccupazione crescente, per le promesse non mantenute dal governo e per gli abusi e gli inganni della Hidroituango per costruire senza nessun controllo.
Quella stessa gente, che già ha rifiutato e poi dovuto accettare l'imposizione del Governo per un'opera pubblica che avrebbe stravolto la sua cultura e il paesaggio della regione, non si vede  riconosciuto nemmeno il  diritto civile a protestare per essere vittima inconsapevole di una guerra che non ha mai voluto.
Un progetto come quello della Hidroituango, studiato per tanti anni, avrebbe dovuto vedere rafforzate le istituzioni nella zona prima di iniziare i lavori, per far sentire alla popolazione che la presenza dello Stato è garanzia del rispetto della legge e degli impegni presi dalla società idroelettrica con il Governo e con la Popolazione.
Invece lo stato si è limitato ad attendere le prime reazioni dei campesinos, cacciati di casa, per inviare l'esercito e per aprire nuove stazioni militari, come se la protesta di chi sta perdendo casa e lavoro fosse un atto di guerra. Come se l'esercito dovesse intervenire per legittimare una guerra già in atto e schierarsi a tutela degli interessi di una sola delle parti, di quella della “represa”, cioè degli interessi economici che non sono  della gente del posto, perché l'idroelettrica non sarà costruita dalla gente del posto , né darà qualche vantaggio alla gente del posto.
Ituango PanelCome in tutte le guerre più recenti, anche in questa zona si combatte spargendo su tutto l'arma della disinformazione. Infatti dopo una visita delle autorità civili e militari, all'inizio di luglio, la televisione ha riferito che “a causa delle vessazioni  subite negli ultimi due mesi la comunità di Ituango ha chiesto l'invio di altra forza pubblica".
Ma la proposta delle comunità che hanno parlato con le autorità diceva esattamente il contrario:


La soluzione a questa guerra, non è  “portare più guerra", perché è la presenza di troppe armi e di troppe azioni militari, la causa di tante vittime civili.
La minaccia paramilitare cresce nella zona e con questa la paura a pronunciarsi contro il progetto idroelettrico. Si sono cominciati a vedere gruppi di uomini sconosciuti venire da fuori, vestiti con abiti civili ma armati fino ai denti e con una fascia rossa al braccio, con scritto”AUC” che minacciano la popolazione.
Poco fuori dal centro urbano di Ituango, qualche giorno fa un centinaio di uomini hanno montato una rete per bloccare la strada e fermare tutti i contadini che passavano, maltrattandoli e accusandoli di essere fiancheggiatori della FARC. Inutili le proteste del  sindaco che ha chiesto indagini.
In un altro municipio della zona ci sono paramilitari che convocano i leader politici e sindacali per dare istruzioni e qualche candidato alle ultime elezioni ha dichiarato che non era né favorevole né contrario a questo tipo di "convocazioni".
Di fronte a questo sfacelo sociale denunciato dalle popolazioni, il governo continua ad ignorare la gente che chiede  servizi sociali, giustizia, salute pubblica, istruzione, case,  servizi sanitari di base e anche un servizio di polizia che mantenga l’ordine e si limita ad inviare altri militari.
Pur volendo considerare parziali o esagerate le notizie diffuse dal movimento per la difesa del territorio dei municipi antioqueñi di  Ituango, Briceño, Toledo y San Andrés de Cuerquia, non si può non comprendere lo stato di profonda depressione ed abbandono in cui devono sentirsi delle persone semplici, che hanno sempre vissuto nel loro "pueblito" e che, improvvisamente, vedono arrivare, come nuovi padroni sulla propria terra,   ruspe e camion giganteschi che, ignorando la loro esistenza, cominciano a demolire a distruggere case e natura.
Ma ci sono troppi argomenrti più drammatici che vengono  sottovalutati dalla stampa e non ci si deve riferire solo alla versione dell'esercito che parla di atti di guerriglia che vengono "appoggiati" dalla popolazione quanto :
  • La nonchalance con cui si parla di colpi di arma da fuoco sparati in mezzo alla popolazione o di raffiche di mitra, come se queste fossero parte della vita quotidiana.
  • Il non riconoscere la gravità dei danni che la “represa” causerà nell'impatto ambientale con una mistificazione dell'informazione dell'opinione pubblica mettendo in dubbio la legittimità delle proteste di chi reclama il rispetto degli accordi e dei propri diritti.
  • Il non pretendere l'apertura di una inchiesta per sapere se i lavori sono stati iniziati su terreni di popolazioni vittime di " desplazamiento forzado" a causa del conflitto armato, e le cui proprietà dovrebbero essere sotto protezione legale dello Stato e non usate da privati che se appropriano commettendo un grave criminale.
  • Il disinteresse che un incremento delle azioni militari e la continuazione del fenomeno dei paramilitari in questa zona renda impossibile che i settori sociali più deboli partecipino alla vita democratica del territorio.
Ancora una volta siamo stati costretti a parlare di soprusi, di quei soprusi fatti da quegli uomini che credono di poter impunemente disporre delle risorse della natura, della vita sulla terra e del futuro dei loro simili,  senza mettere in conto che saremo tutti insieme a pagare, come genere umano, tutta la violenza e tutto il costo della nostra ignoranza.

Note: http://www.debatehidroituango.blogspot.it/2012/08/preocupacion-ciudadana-por-el.html
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L'insulto più vigliacco che si può subire è

Condiscendenza e commiserazione

oltre ad una dissimulata derisione con cui certi rispettati-delinquenti si permettono di spiegare "come gira il mondo" a chi vive con quattro soldi ma nel rispetto delle leggi, del prossimo e di se stesso.
15 agosto 2012 -

Ernesto Celestini

VorticeSta succedendo qualcosa di strano intorno a noi, è come se ci trovassimo in mezzo a un labirinto incapaci di trovare la via di uscita. Sembra proprio che non si riesca più a fare un ragionamento lineare, normale, spontaneo, perché viviamo in una società matura che perde ogni giorno terreno e teme di non riuscire a raccogliere i frutti del proprio lavoro, a tutelare la propria vecchiaia, è disperata per le insicurezze sul futuro dei propri figli.
Si vive un senso di inquietudine e di impotenza che sente chi sa di essere solo un ingranaggio di un meccanismo del quale non può avere nessun controllo. Si vive un senso di insicurezza perché si è consapevoli che troppe leggi, che regolano rapporti umani ed economia non rispettano la Giustizia e che, sempre più frequentemente, vengono approvate norme che rendono legale uno stato di fatto che, fino a quel momento, era sopportato ma ancora illegale.
C'è poi un malessere generale che, ci si vuole illudere sia solo una fantasticheria, o una illusione di solitudine, di chi crede che certe proprie convinzioni e sensazioni siano un fatto privato, estraneo a tutti gli altri e che non si persuade invece che questo è il sintomo di uno scollamento profondo che già esiste tra governanti e governati e non capisce nemmeno di vivere in un momento storico in cui la democrazia sta svanendo.
Sembra che si stia camminando lungo un viottolo che costeggia una montagna, e mentre si sente il terreno franare sotto i piedi, ci si accorge che si finirà presto in un dirupo, ma è troppo tardi per tornare indietro.
Sembra di sedere a un tavolo di poker dove vince solo chi ha vinto la prima mano, perché poi ha truccato le carte e cambiato le regole del gioco per continuare a vincere, scegliendosi anche quali avversari far sedere al “suo” tavolo.  E anche se ormai ogni mano del gioco è un chiaro "bluff" e tutti i giocatori sanno già chi deve vincere, non c’è scelta il gioco deve continuare il più a lungo possibile.  Almeno per non essere buttati fuori subito a calci e senza soldi.
Ma il malessere arriva in fondo all'anima per la consapevolezza della povertà di spirito di chi non sa reagire con decisione per frenare quell’annientamento progressivo a cui si va incontro e per non voler riconoscere di essere attore e complice del dramma in cui si trova tutta la società.
Attori e complici per la propria pigrizia e per il continuare a voltare la testa dall'altra parte, per non vedere,  pur sapendo che la consapevlezza dell’ignavia dei più è l'unica forza che permette di  far rosicare ogni giorno un pezzettino di giustizia. Lentamente, in modo che ci si abitui ad accettare che i propri diritti siano ogni giorno un po' più piccoli e che pochi prepotenti si facciano riconoscere diritti più ampi, benché iniqui e ingiusti, ma legittimati da una legge scritta.
C'è stata troppa indifferenza nel considerare i soprusi e l'abitudine a ritenere le regole come eccessive complicazioni e nel tollerare la "furbizia di pochi" scambiandola ingenuamente come "saper stare al mondo”.  Ma in fondo tutti, qualche volta siamo stati conniventi compiacendoci nel vedere i nostri figli fare qualche piccola bravata, e pensando che forse, in quel modo, si stavano inserendo, alla pari degli altri, in una società in evoluzione.
Ieri stavo attraversando la strada quando ho sentito un colpo di clacson, timido, appena accennato,  c'era una macchina, poco prima di una curva, bloccata da una moto di grossa cilindrata che, improvvisamente, si era fermata  proprio sotto un semaforo verde e un ragazzotto era sceso per mettere il cavalletto e parcheggiare.  "Ma che non ce l'hai lo sterzo?”  Ha gridato il  motociclista, guardando serio l'uomo in macchina che aveva osato dare un colpetto di clacson, mentre continuava tranquillamente a riporre il casco nel bauletto. Quello al volante dell'auto  strabuzzava gli occhi, avrebbe voluto urlare e inveire o almeno dire qualcosa, per non sembrare lui l'attaccabrighe ma, vedendo che il motociclista lo guardava con occhi di sfida, ha fatto un profondo respiro, ha guardato il cielo e, per evitare di rovinarsi la giornata, ha messo la freccia, si è spostato per non urtare la moto parcheggiata sotto il semaforo e appena tornato verde il semaforo, ha ripreso, un po' più frustrato, la sua strada.
Sembra una nota di colore,  invece questi comportamenti sono normali, quasi una regola. 
Ormai sembra un atto di cortesia se qualcuno cede un posto a sedere ad una donna incinta, e nemmeno ci si permette di redarguire un ragazzino che imbratta un autobus o che scrive sui muri, per non rischiare di essere presi a male parole.  Ci hanno abituati a vedere le più squallide pubblicità a tutte le ore del giorno, possibilmente durante i pasti, si sopporta che le TV di Stato pubblicizzino lotterie con estrazioni quasi ad ogni ora e spieghino quanto sia facile arricchirsi giocando d'azzardo ( ma con moderazione !).
Si bada più al suono delle parole che al loro significato e molto spesso le nostre idee non si formano liberamente, ma sono il prodotto di un martellamento di informazioni di parte o incomplete, non verificate e spesso infondate, che, anche se non “veramente vere”, contribuiscono a forgiare l'opinione pubblica.  Quella che poi viene rilevata dalle statistiche che saranno usate per confezionare programmi politici “democratici” basati  sulla volontà degli elettori.  
E’ grazie a queste manipolazioni che la popolazione continua a sopportare che parlamentari indiziati e strapagati perdano settimane per stabilire se è giusto che il furto, la corruzione, la collusione e  le bugie possano essere considerate reato anche per loro. 
Incredibile la faccia con cui parlano, sembra che a nessuno di loro abbiano mai fatto sapere che la politica è un’arte nobile e che morale, etica e rispetto assoluto della Giustizia siano una prerogativa essenziale per esercitarla.  Ma dire queste parole sembra voler riconoscere ostentatamente solo la propria ingenuità.
Parlare di questi valori, però, non significa essere fuori dal tempo, anzi è una necessità per ricordare a tutta quella gente perbene e silenziosa che lavora e tira avanti una famiglia, che è giusto sentire dentro di sé  questo malessere sociale perché dover vedere che vengono premiati uomini che vivono di abusi e di impunità è un insulto atroce.
Anche se  l'insulto più vigliacco che si può subire è la condiscendenza, la commiserazione e una dissimulata derisione con cui certi rispettati-delinquenti si permettono di spiegare "come gira il mondo" a chi vive con quattro soldi, nel rispetto delle leggi, del prossimo e di se stesso.
È con queste armi meschine che una immutabile classe dominatrice sta tentando di restare avvinghiata al potere, mistificando le informazioni e svilendo il concetto di cultura, sostenuta da supponenti professori, asserviti per convincere la gente della necessità di riscrivere le regole del gioco, di rinegoziare il significato della parola Democrazia, di ridimensionare Diritti e  Libertà.
È grazie alla potente macchina dell'informazione che l'egemonia di pochi si manifesta, ben più violenta della guerra o delle rivoluzioni, con l’uso della speculazione sulle risorse naturali, con l’appropriazione di beni universali inalienabili, con l’inquinamento della terra e dell’aria, con la manipolazione dei generi alimentari, con la disinformazione e con la costrizione di interi popoli a un livello di vita degradato, regolarizzando il tutto con leggi fatte apposta per togliere agli inquieti e agli insicuri un pò della loro libertà.
A questo è servita l'arroganza nella gestione della Giustizia e la  storiella  del  “debito pubblico” architettato  truffaldinamente :  "Oppure ci eravamo illusi di essere arrivati in quel tempo in cui la legge sarebbe stata finalmente uguale per tutti?”

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Pur consapevoli di essere le vittime continuano a commettere

Un peccato di omissione

Sono tutti quei popoli che consentono a pochi potenti lestofanti di opprimerli con la mistificazione dell'informazione, con falsi legislativi, amministrativi e sociali
21 luglio 2012 -

Ernesto Celestini

Ormai seguire una rassegna stampa di un qualsiasi telegiornale, può suscitare forti dubbi sulla propria capacità di intendere.
Forse insistiamo a non volerlo capire, ma deve pur esistere un limite che stabilisce dove finisce l'arroganza, che permette ad alcuni uomini di effettuare scelte insensate, evidentemente dettate da interessi di parte e da profonda malafede, e dove cominci invece la vera ottusità, quella causata dalla presunzione di chi vive fuori dal mondo reale, convinto che il suo “sapere” basti per spiegare come funziona il mondo.
Ma esiste un altro problema ben più grave, perché è conseguenza della nostra scarsa capacità di avvertire e superare tutti gli ostacoli sottintesi e imprevedibili che continuamente ci vengono sbattuti in faccia.
Dimostrazioni di piazza in SpagnaSi, credo che sia molto preoccupante anche il “peccato di omissione" che continuamente viene perpetrato da tutti quei popoli che consentono a pochi potenti lestofanti di opprimerli. Opprimerli con la mistificazione dell'informazione, con falsi legislativi, amministrativi e sociali con cui è stato dirottato il corso della vita e della felicità loro e dei loro figli. 
Non posso fare a meno di chiedermi come mai solo sporadiche minoranze riescano a prendere coscienza che è insensato continuare a non reagire. Eppure si tratta di una massa di persone con una educazione scolastica media o superiore, tutte consapevoli di essere vittime di un sistema economico ormai soggiogato da una finanza speculativa che ha cancellato dai propri obiettivi sia l'importanza della qualità della vita, sia quella del lavoro come mezzo per raggiungerla.
La stessa storia ormai si ripete, sempre uguale da migliaia di anni, e nemmeno la possibilità di usare strumenti come Internet, Skype, Twitter o Facebook riesce a creare una indignazione collettiva capace di esprimere vigorosamente una giusta reazione a comportamenti ingiusti e dannosi, i cui effetti sono già evidenti guardando le immagini di milioni di nuovi poveri che aumentano ogni mese nei "moderni paesi democratici".
Forse siamo stati affascinati per troppi anni dalla potenza che ci infondevano nuove conoscenze come "marketing e psicologia" che hanno permesso a sofisticati ragionamenti commerciali di orientare le scelte dei consumatori e, presi dall'ebbrezza di questo "potere di guidare le masse", abbiamo tollerato che gli stessi strumenti fossero usati anche per conquistare spazi nella gestione della Democrazia.
Abbiamo sottovalutato l'importanza che può assumere la commistione di interessi quando affidiamo la guida di un paese, che continua a definirsi democratico, a "personalità politiche" progettate e lanciate sul mercato, come un qualsiasi prodotto commerciale, con lo scopo di realizzare l'obiettivo per cui sono state create.
Non possiamo pretendere che un buon imprenditore vada contro i propri interessi e non possiamo quindi aspettarci che un "prodotto politico / capo-popolo", eletto con una maggioranza di voti procacciati con le stesse tecniche con cui si conquistano quote di mercato,   prenda  posizione come difensore dei diritti dei cittadini-clienti, che lo hanno eletto.
È proprio qui il divario culturale, ormai incolmabile, che si è creato tra le popolazioni e le caste politiche. Si è stabilito una specie di codice che, anziché unire, serve a divaricare sempre più la distanza tra le parti. Questo codice è costituito dal significato delle parole. Tradizionalmente ogni parola ha un suo significato comunemente accettato da tutti, anche se in qualche momento questa interpretazione può essere estesa o circoscritta.
Ebbene oggi assistiamo costantemente a frequenti e inutili esternazioni di politici (purtroppo non solo italiani) che usano, impunemente, parole nobili per esprimere concetti tanto vili da suonare stridenti alle orecchie di chi ascolta, perché evidentemente travisati e falsi.
Si ricorre spesso a termini come Democrazia o Libertà senza nessuna umiltà e senza nessun rispetto per il costo che esse hanno rappresentato per la conquista dei Diritti Umani. Si invoca il diritto alla libertà per imporre un sistema basato su una deregolamentazione finanziaria e su una speculazione insensata che è ormai prospera e che ha messo tutti contro tutti, in concorrenza feroce, per tutelare i propri interessi personali, indifferenti a qualsiasi conseguenza che questi causano o potrebbero causare alla natura e alla società.
L'abbiamo visto purtroppo con le troppe scelte di "pace" effettuate negli ultimi sessant'anni dai nostri governi occidentali che, con la forza assassina delle armi hanno esportato, millantandoli per democrazia, gli interessi insensati di pochi miopi commercianti.
L'abbiamo visto nei feroci tagli alla spesa pubblica che ha tolto fondi a ospedali, scuole, pensioni e cultura senza nulla togliere alla spesa militare per la difesa del paese, mentre si bombardano paesi a cui non si è dichiarata guerra.
L'abbiamo visto con la grave indifferenza con cui si sta minimizzando la portata dello scandalo LIBOR , del quale esistono tutti gli elementi che già dimostrano che le grandi banche di affari mondiali hanno truffato miliardie miliardi di euro e di dollari manipolando i tassi di interesse ai danni dei loro clienti , sia creditori che debitori.
In virtù del libero mercato, quindi nel rispetto della libertà di tutti, abbiamo dato mandato a pochi miserevoli politici conniventi o corrotti o imbecilli di accettare, legalizzandoli, certi comportamenti che hanno consentito l'avvio di una spirale infinita di conteggi finanziari con cui sono stati ingannati, per piccoli importi, tutti i piccoli clienti delle banche e, con lo stesso meccanismo, per importi vertiginosi, hanno fatto esplodere tutti i debiti pubblici.
Se andiamo ad esaminare infatti la composizione del debito pubblico di una qualsiasi nazione salterà evidente che l'incremento progressivo della quota capitale chiesta in prestito è minima, discontinua o pari a zero, mentre l’aumento degli interessi sul debito pregresso non tende mai a diminuire ed ha una evoluzione scalare.
Se i governi prendessero atto che il tasso di interesse annuo applicato dalle banche è stato ogni anno alterato, perché gli organi di controllo hanno accettato per buoni i documenti falsi prodotti dalle banche e su questi hanno stabilito le regole del mercato, potremmo con serenità renderci conto che tutti i drammi sociali e umani che si stanno vivendo in paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e continuando fino agli Stati Uniti, sono dovuti ad un malinteso che non può restare insoluto: La Libertà esiste solo se integrata dall’Uguaglianza nei diritti e nei doveri per tutti e senza distinzioni. Se così non fosse, si dovrebbe definire prevaricazione o abuso di potere.
Trattandosi di un malinteso e chiarito l’equivoco, non dovrà essere impossibile porre fine alle inutili sofferenze di popolazioni a cui si stanno chiedendo “rinunce sociali e sacrifici economici ” per rimpinguare le casse del tesoro di filibustieri che continuano illegalmente a depredarli con le loro ininterrotte scorribande quotidiane.
Non ci si può più permettere di rispondere con iniziative locali ad una politica che agisce a livello globale, incurante dei piccoli problemi che riesce a risolvere semplicemente ignorandoli o decentrandoli. Si dovrà combattere pensando che esiste un solo popolo e pretendendo che i Diritti Umani siano considerati in blocco come inalienabili, che il nostro pianeta sia considerato un bene di cui si ha solo l'usufrutto e che la qualità della vita dell'uomo sia l'unico obiettivo da perseguire.
La crescita o il risanamento delle finanze sono i falsi problemi con cui ci stanno annebbiando la vista, ma accettarli come unica via percorribile per uscire dalla crisi, ci permette di adagiarci ancora nella nostra indolenza e continuare a vivere con il nostro "Peccato di omissione", senza prendere decisioni e senza affrontare le nostre responsabilità sociali.
Un programma fatto di pochi punti, da realizzare in tutti i paesi e affidato a governanti scelti direttamente dal popolo, non necessariamente menti eccelse, con attestati dei più celebrati istituti universitari, ma solo persone di cultura e buonsenso normali, dotate però di una specchiata, indiscutibile e riconosciuta onestà intellettuale  riuscirebbe a   mettere  in  atto la  più  radicale  e incruenta delle rivoluzioni:
Quella che prevede il rispetto dei diritti dell'uomo e della natura e non tollera abusi fatti in malafede e perpetrati in nome di principi che troppo spesso vengono nominati da persone che non hanno nessun requisito morale, e che non hanno titolo per essere presenti su quelle rassegne stampa e su quei telegiornali che fortunatamente ancora suscitano in molti di noi,forti dubbi sulla loro attendibilità e sulla veridicità delle loro fonti.

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Al Forum "Proposte di pace- Giustizia e pace al tempo delle crisi" del 8-9-10 Giugno a Roma

Vandana Shiva ha parlato di guerre, di armi, di uomini e di pace

La crescita del PIL in India è al 9%, ma non si racconta come vive la gente: negli ultimi anni ci sono stati 250.000 suicidi.
10 giugno 2012 -
Ernesto Celestini
Dr. Vandana ShivaDurante i tre giorni del Forum in cui si sono riuniti i rappresentanti di almeno centoventi associazioni per discutere aspetti e cause delle crisi che viviamo in questi tempi si sono succeduti anche gli interventi di organizzatori e di ospiti previsti, ed imprevisti.
Le conclusioni e le proposte del Forum non erano ancora state presentate quando, con parole semplici e chiare, Vandana Shiva in mezz'ora è riuscita a coinvolgere tutti i presenti nel suo ragionamento che ha espresso, sviluppato e sintetizzato il tema del Forum.
È stata posta una domanda a Vandana Shiva: "Come si costruisce la pace"?
Bisogna cominciare dalle nostre menti - ha cominciato Vandana Shiva - e dimenticare quei paradigmi di guerra che ci hanno insegnato da bambini e che mettono tutti in concorrenza l'uno con l'altro e cosa contro cosa. La cultura attuale ha insegnato all'uomo di dover essere sempre pronto a difendersi in qualsiasi momento e maggiormente in tempi di crisi.
Questo atteggiamento di prevenzione e difesa è sintomo di una violenza latente che può emergere nei modi e nei luoghi più imprevedibili. Per esempio, nel mio paese, l' India, si è lavorato moltissimo per almeno 10 anni per sviluppare l’agricoltura con nuove tecnologie per consentire una produzione più abbondante, un miglior livello di vita per i produttori e raccolti più abbondanti per sfamare la popolazione.
Queste nuove tecnologie, e il modo in cui sono state introdotte, hanno prodotto squilibri sociali e proteste che sono sfociate in reazioni locali e, in una escalation di violenza, hanno determinato l'omicidio di Indira Gandhi. Quindi da un processo messo in atto con buoni propositi di crescita e di pace . è nato un processo di violenza.
È cominciato con l'introduzione dei pesticidi in agricoltura, con gli OGM, con le reazioni di chi non accettava di cambiare le proprie consuetudini e con le pressioni dei gruppi economici che invece volevano imporre i loro prodotti. È’ cominciato un processo, che voleva essenzialmente portare benessere a popolazioni avvezzate a soffrire fame e disagi da sempre, ma che invece è sfuggito di mano ed è diventato un'arma che ha portato alla morte. Morte per l’avvelenamento dei cibi irrorati da pesticidi, morte per gli innumerevoli suicidi dei contadini che hanno visto le loro terre diventare improduttive, e che si sono ammazzati per i troppi debiti che non avebbero mai potuto pagare. Sono tutte attività che si svolgono nei campi più disparati della produzione e che non possono essere definite vere armi da guerra, ma che realmente, con tutta la loro forza di distruzione di massa, possono creare danni ben più gravi e incontrollabili di una guerra dichiarata.
L'agricoltura, che dovrebbe essere un elemento portante di benessere, ormai è soggetta non solo alle intemperie climatiche ma soprattutto alle restrizioni imposte dalle multinazionali che regolano i prezzi, dalle leggi che incentivano o disincentivano le produzioni, dalla criminalità mafiosa che indirizza la scelta delle coltivazioni e si è trasformata in un'arma di guerra tanto, che nel mondo ci sono almeno 2 miliardi di persone che soffrono la fame o che si alimentano con Junk Food.
Un conflitto locale minore spesso viene preso a pretesto per essere trasformato in un conflitto nazionale, sociale, religioso, razziale o viene strumentalizzato per contrastare l'immigrazione.
La primavera araba cominciò casualmente con il ritiro di una permesso da venditore a un ambulante tunisino e da questo piccolo incidente, ha avuto inizio una rivoluzione, che era già nell'aria, ma che aveva bisogno di un pretesto per iniziare. In Egitto tutto è cominciato per l'aumento del prezzo del riso. Il prezzo del riso e del pane hanno causato un effetto domino che ha prodotto l’aumento dei prezzi di tutti alimentari, dei trasporti, delle case, ecc….
Anche in Siria è cominciato tutto con la protesta degli agricoltori che avevano subito danni dai cambiamenti climatici. I poveri contadini, che sono l'anello più debole della catena economica e i più vulnerabili in caso di calamità di qualsiasi genere, come il clima, sono quelli che soffrono sempre di più. Quindi - dice  Vandana Shiva - in un certo senso la ribellione, degenerata fino alla guerra civile, con decine di migliaia di morti è stata scatenata per "colpa del maltempo".
La globalizzazione, attuata senza nessun controllo, non ha portato nessuno dei benefici promessi ma è finita con l'essere il fattore determinante di tutte le crisi che sono più catastrofiche delle guerre dichiarate.
Tornando al mio paese l’India- ha proseguito Vandana Shiva - la crescita del PIL è al 9%, quindi, leggendo i dati, sembrerebbe un paese in espansione dove il benessere è a portata di mano, sembrerebbe che a tutti vada bene, ma non si guarda mai o non si racconta come vive la gente comune. Ad esempio, negli ultimi anni ci sono stati 250.000 suicidi (http://wownews.co.uk/news/638-250000-farmers-commit-suicide-in-india-largest-wave-of-suicides-in-history.html ) tra gli agricoltori che non riuscivano più a raccogliere dai loro campi il necessario per sostenere se stessi e la propria famiglia.
Ad esempio, passa quasi inosservato che un bambino su due non è alimentato quanto basta a sviluppare completamente il proprio corpo e il proprio cervello: è la denutrizione il primo passo che crea povertà ed infermità, che ferma l’educazione e rende l’uomo schiavo di chi ha di più e che, per questo, può sfruttare il prossimo.
Bisogna poi farsi un'altra domanda: ma è veramente così importante il consumismo?
Tutti i cibi che mangiamo e che compriamo in un supermercato devono essere incartati, ricoperti di una pellicola trasparente o di alluminio e spesso venduti in un contenitore di cartone o polistirolo. Tutto questo richiede lavoro e impiego di risorse della terra come petrolio, bauxite, carbone e alberi.  Tutto questo lavoro e questo spreco di risorse naturali è permesso, anzi previsto, dalla legge e per questo motivo si continua a violare e distruggere, senza un reale bisogno, tutte le risorse del pianeta.
E poi è naturale e spontaneo che ci siano delle manifestazioni di protesta che chiedono di riflettere sulla reale utilità di certe leggi che autorizzano l'uso, anzi l’abuso indiscriminato delle risorse naturali. Ma proprio queste proteste costituiscono un pretesto per distruggere anche la democrazia perché, come si è visto in molti paesi contro le proteste di gente che tenta di difendere i propri diritti, i governi inviano le truppe e applicano leggi speciali, antiterrorismo.
C'è stato e continua ad esserci un utilizzo improprio del termine “Green Economy”, dove diventa verde tutto quello che non serve più all'economia, quello che distrugge l'economia, come stanno comunicando i media quando entrano nel tema del rapporto dell’uomo con l’ecologia come si cercherà di imporre anche alla prossima conferenza Rio+20 dove si proverà di nuovo a far credere che la privatizzazione di tutte le risorse ambientali inclusa l’acqua, gli alberi e la possibilità di respirare aria pura è l'unica strada per proteggere veramente la natura.
È questa la vera guerra di oggi è la guerra contro la gente è contro il pianeta. Dopo secoli di lotta i movimenti democratici erano riusciti a tenere separato il potere economico da quello politico ma questo lungo processo è stato spazzato via e distrutto dalla globalizzazione e così gli Stati sono diventati come delle aziende, delle corporation.
Poi Vandana Shiva abbassa la voce e quasi con vergogna, fa un riferimento al Governo italiano che, come altri paesi, deve far quadrare i conti, senza curarsi di come vivono i suoi cittadini, come una qualsiasi azienda, senza poter tenere conto che le finalità di uno Stato non sono le stesse di una impresa commerciale.
Se non interverranno drastici cambi di rotta, imposti dalle proteste popolari o da chi rappresenta i veri interessi delle popolazioni, quando sarà terminata l’emergenza di queste crisi, il modello economico sarà già cambiato ed evoluto tanto che sembrerà spontanea la trasformazzione degli attuali Stati democratici in nuove forme di Stati militari che potranno agire legalmente contro le minoranze che tenteranno di opporsi alle scelte di governi-azienda e nessuno si potrà ribellare per la ridotta libertà dei cittadini, come previsto dalle leggi approvate dal governo per fermare chiunque agisca per ostacolare il profitto delle grandi organizzazioni multinazionali.
Uno dei sistemi che potrebbero rendere l'uomo meno dipendente da questi sistemi, sempre più coercitivi dei governi che devono imporre, per eseguire i compiti assegnati dai veri detentori del potere (quello economico-finanziario) è quello di riavvicinare l'uomo alla terra stringendo nuovamente quel vincolo che in passato  lo aveva sempre tenuto unito alle sue radici, che gli ha permesso di procurarsi direttamente gli alimenti con cui sfamarsi, di restare legato al proprio territorio e ai propri simili con cui ha costituito la società.
È questo come io intendo si possa costruire la pace- termina la sua conferenza la Dr. Vandana Shiva- con la difesa dei beni comuni e delle comunità locali, orientandoci tutti verso una pace che sia dentro di noi e sia reciproca non solo con il prossimo ma anche con la natura.
In questi tempi di crisi "globale" abbiamo una grande opportunità per ridisegnare un futuro differente, senza sprechi, con più rispetto e con una nuova speranza.
Locandina ForumNon possiamo perdere questo treno. 


Dr. Vandana Shiva
Dirige il Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali di Dehra Dun in India. È considerata la teorica più nota di una nuova scienza: l'ecologia sociale ed è una dei leader dell'International Forum on Globalization.    Nata nel 1952 a Dehra Dun, nell'India del nord, da una famiglia progressista. Ha studiato in Inghilterra a Stati Uniti, laureandosi in fisica. Tornata in India al termine degli studi, rimase scioccata nel rivedere l'Himalaya: aveva lasciato una montagna verde e abitata da gente felice, ma dopo l'arrivo dell' "aiuto" della Banca Mondiale per la costruzione di una grande diga, quella parte dell'Himalaya era diventato un posto di miseria, di polvere e smog, dove la  gente si era impoverita non solo materialmente. Abbandonata la fisica nucleare si dedicò all'ecologia.   

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Peccato che abbiano sofferto di una strana sindrome

La CrescitoMania

a pensarci bene per i ragazzi degli anni 50, i “baby-boomers” come li chiamano in America, la vita non è andata poi così male, visto che hanno evitato di andare in guerra, quella che hanno tanto combattuto con le loro idee. Idee predicate e soprattutto cantate durante la "Rivoluzione dei fiori nei cannoni", quando parlavano di pace, di libertà, di uguaglianza, di parità tra i sessi .…. E poi sono stati una generazione che ha lottato poco per difendere un onesto lavoro.
Peccato che vivendo sempre in una realtà con i conti perennemente in rosso, non abbiano capito in tempo che, prima o poi, si tirano le somme e qualcuno paga sempre.
24 maggio 2012 -

Ernesto Celestini
 
Nel periodo di massima espansione dell'economia e delle tecnologie i “baby-boomers” avrebbero potuto veramente cambiare il mondo, ma le idee non hanno mai avuto vita semplice. Come è sempre stato "gli eroi muoiono a 20 anni". E anche loro, come tutti quelli che hanno avuto idee in contrapposizione con il modo di vivere contemporaneo, consolidato e comodo per le oligarchie al governo, non ce l'hanno fatta.
Hanno subito abboccato all'amo delle droghe facili, quelle che improvvisamente   venivano messe in mano ai giovani quando si riunivano per manifestare, nei festival e anche quando intorno a una chitarra si cantava tutti insieme. Era tanto facile entrare in quel giro che nel pensiero comune si è subito associato "pace e droghe", "sesso e violenza". È stato il primo esempio palese di  come si possono manipolare le masse popolari, quando tentano di far guerra contro una classe che  “sta bene dove sta”.
E gli eroi, ad uno ad uno, hanno cambiato pelle, sono entrati nel sistema tanto odiato e si sono distratti, tanto distratti da non accorgersi che nel frattempo il mondo stava cominciando a girare più veloce in quella stessa direzione che loro volevano correggere. Ogni tanto tutti si ritrovavano per celebrare l’ “osso”, costituito da piccole concessioni sociali, che gli avevano buttato e intanto si continuava a bruciare foreste, costruire inutili ponti con finto cemento e a spiegare alla gente quanto fosse meglio vivere con gli OGM o quanto sarebbe giusto esportare la democrazia.
Il mondo continuava a crescere, nel modo più sbagliato e pericoloso possibile, ma il PIL cresceva e tutti pensavano sempre meno. E’ stato allora che è morta la generazione dei “baby-boomers” anche se qualcuno cominciava a scrivere di “decrescita felice”. Ma erano talmente pochi e lontani da qualsiasi convenienza politica che non valeva la pena nemmeno commentare, anzi, si è preferito continuare a parlare di economia. Ma in realtà la era svuotata del suo significato per confonderla con la finanza, che a sua volta è servita per nobilitare la parola speculazione.
Negli affari quando una parte è soddisfatta di come vanno le cose e non vuole fare un nuovo accordo, si dice che si cerca di: "Buttarla in caciara". E infatti mischiando tutti gli elementi e non riconoscendo alle parole il loro vero significato, si riesce più facilmente a confondere l'altra parte (in questo caso la popolazione) che capisce sempre meno ( si sente ignorante) e si distrae e allora, se si è già spiegato che non esistono più le ideologie, la politica può occuparsi dei fatti.
Ma i "fatti" per essere funzionali al progresso del paese devono rientrare in un progetto politico di lungo respiro e, se questo progetto non esiste ancora, si riesce a far passare quelle leggi (fuori da qualsiasi logica politica o sociale) che garantiscono legalità alle operazioni che, di fatto, si sono già realizzate: diventano legali le speculazioni sulla compravendita dei soldi, sulle scommesse e sul valore delle merci di domani, il falso nel bilancio delle aziende, e tutto quanto non è espressamente vietato per legge. Se, poi, si è spiegato anche che chi non gradisce questa “new- economy” è un vecchio rappresentante di una obsoleta “old-economy”, il gioco è fatto.
Il mondo è cresciuto molto negli ultimi sessant'anni, anzi si è ammalato di crescita. La crescita è addirittura diventata una mania, l'unico modo per misurare il benessere, un modo facile da confrontare, che si vede bene anche nei grafici: quando sale tutto va bene, altrimenti tutto va male.
Per crescere basta mettere nel conto qualsiasi voce: posso fare una rapina e comprare delle case, posso tagliare e vendere droga, posso costruire o comprare e vendere armi, posso creare e vendere “titoli tossici”, comunque, se faccio girare denaro contribuisco alla crescita.  Tutto aiuta, come le guerre, la corruzione, la criminalità. È una somma di voci, una addizione e pertanto non fa discriminazioni.
Tutti, politici, finanzieri, economisti oggi ci spiegano che non faremo altra crescita la crisi economica si aggraverà e si perderanno altri posti di lavoro:  questo perché lo stabilisce una formula aritmetica.
A nessuno conviene controllare se i fattori della formula sono giusti. Se si rivelasse che la popolazione mondiale potrebbe continuare a mantenere lo stesso tenore di vita se si spendesse solo la metà del PIL, si rischierebbe di far scoppiare il panico e far inceppare tutto il sistema.
Se il parametro che stabilisce il benessere di un paese è il PIL e se tutti i paesi hanno un debito pubblico è ovvio che una decrescita diminuirebbe anche il valore del PIL, ma il debito pubblico resterebbe invariato, in valore assoluto ma, essenzialmente, aumenterebbe la sua percentuale di incidenza sul PIL. Non cambierebbe nulla, ma ormai è la finanza a governare sui governi e un giudizio negativo sull'affidabilità di uno Stato fa pericolosamente oscillare o crollare le borse.
È tutto come un incubo, non cambia niente nel mondo reale, ma di notte ci si agita, ci si sente oppressi, mancano i punti di appoggio, sembra di morire finché qualcuno ci sveglia, e si vede che è stata solo fantasia.
Moody's, Fitch Ratings e qualsiasi altra agenzia di valutazione non hanno titoli giuridici per giudicare, né per influenzare i mercati e alterare il prezzo delle merci o il rispetto dei diritti umani.
Il debito pubblico è composto in massima parte da interessi imposti da banche e finanza durante lunghi anni di egemonia sulla politica. I deficit reali di tutti i paesi occidentali non esisterebbero più da vari anni se non dovessero includere gli interessi da pagare sul debito pregresso. In Italia servono 70 miliardi ogni anno per pagare gli interessi, è quasi il 10% della spesa pubblica.
Il PIL non indica il livello di benessere o la qualità della vita della popolazione, è solo uno strumento per parametri grafici. La crescita non serve a niente se non è funzionale ad uno sviluppo reale della società.
Pochi anni fa, prima della crisi del 2008, mi trovavo a parlare con alcuni miei giovani collaboratori, quasi tutti laureati alla Bocconi, e chiesi chi di loro avesse “amici che lavoravano”. Non compresero la mia domanda, perché quasi tutti i loro amici avevano un'occupazione (in banca, nelle assicurazioni, nella consulenza, nel marketing, nella comunicazione ecc.) ovviamente nessuno svolgeva un'attività artigianale o manovale, nessuno creava qualcosa di tangibile.
Soffriamo tutti di “crescitomania” e sarebbe arrivato il momento di ragionare, di fare autoanalisi e chiederci se riusciremmo a vivere uscendo da questa spirale di crescita.
Potremmo approfittare di questo momento per riequilibrare il rapporto tra l'uomo, la società e la natura, non sarebbe sbagliato cercare di sostituire tutta quella infrastruttura che si è creata per sostenere una società basata sulla convinzione che le materie prime siano infinite e che il pianeta sia proprietà della specie umana e non un possesso temporaneo della nostra generazione.
Le culture dei popoli precolombiani, gli indiani d'America, sentivano uno strettissimo legame con la madre terra e gli Dei ( quindi la legge dello stato ) concedevano loro “il libero utilizzo di tutti i beni necessari per la loro sopravvivenza, e consideravano peccato ( quindi reato) qualsiasi accumulo (appropriazione indebita) dei beni destinati a garantire la vita alle generazioni future.
Per costruire il futuro, basta guardare al passato ed evitare di ripetere gli errori già commessi. La politica di domani deve sapere che l’uomo vuole lavorare e non si oppone alla mobilità, accetta volentieri di smettere un lavoro inutile, purché si sia già pensato a qual è un lavoro utile per la società e per una miglior qualità della vita. Quello che è giusto non accettare è la mancanza di prospettive di chi comanda e il millantare la propria  incapacità personale per “bisogno di precariato nella vita”.
Note: http://decrescitafelice.it/
http://decrescitafelice.it/maurizio-pallante/
http://www.paea.it/

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L’economia della filibusta

Ci voleva il terremoto per farci vedere la vera faccia di questo paese: è l'immagine di quella torre dimezzata dove il quadrante dell'orologio è spezzato in due. E’ una foto che rende bene tutti i pensieri che ci sono passati per la mente in questi ultimi giorni di crisi finanziaria, democratica, sociale, umana e ambientale.
22 maggio 2012 -
Ernesto Celestini
Terremoto in Emilia
Ci mostra come finiscono i progetti di tutela del suolo, dell'ambiente e dell'arte, tutti studiati frettolosamente, da persone scelte solo perché amiche di amici, inadatte al loro ruolo, che viene svolto con mezzi economici sempre più insufficienti e, per di più, spesi per consentire il solito "lucro" alle solite cricche di amici.
Ci mostra come finiscono i progetti che ignorano i principi per cui esiste uno Stato sociale, quelli che dimenticano che lo Stato è al servizio dei cittadini, e non al servizio del denaro che dovrebbe restare confinato nel suo stretto ruolo di strumento di scambio, che deve rendere la vita più semplice e non deve, in nessun modo, assumere mai un’ importanza e un potere che non possono mai essere attribuiti a un "semplice strumento ".
Malgrado ciò, pochi uomini piccoli che non potranno mai crescere, stanno utilizzando la comunicazione e la psicologia delle masse per convincere tutto il resto della popolazione che non esiste alternativa alla strada tracciata da regole e leggi approvate dai governi nazionali e da istituzioni super-governative (gestite da un potere economico privato e da interessi personali). Qualsiasi altra strada è stata abilmente tenuta nascosta e “Guai” a tutti coloro che dicono di aver saputo che esiste un altro percorso, sono pericolosi populisti infiltrati dalla "antipolitica".
Ma l'immagine più triste che evoca la foto della torre spezzata è il rapporto di fiducia che negli ultimi venti anni ( ma anche nei quaranta precedenti e …. prima e prima ) è stato infranto, deluso, calpestato dai tanti uomini della politica che, con le loro scelte e con i loro comportamenti , si sono trasformati da “ rappresentanti ad antagonisti dei cittadini”.
Molti sono colpevoli per incapacità, paura,  arrivismo personale, ma molti altri, i tanti che si misero onestamente al servizio del paese, sono stati semplicemente fagocitati da un sistema enormemente più potente di loro. Un sistema con una sola regola chiara: essere a favore e avere tutto o essere contrario.
È un sistema antico dove non serve dichiarare da che parte si sta, serve solo rispondere e obbedire quando si viene chiamati.
Solo pochi anni fa, quando cadde il muro di Berlino molti pensarono che il mondo stesse finalmente prendendo la strada giusta, quella senza nemici da combattere, quella che doveva portare finalmente alla pace tra i popoli e alla pace sociale, alla concordia, alla crescita del benessere.  È durata, quest'illusione, un battito d'ala e subito il mondo ha ripreso a correre, nella stessa solita direzione.
Eppure sembra tanto facile prendere in considerazione solo pochi semplici concetti. Sabato abbiamo dovuto subire le angherie di uno dei tanti momenti di tensione, di terrore con cui l'uomo vuole sopraffare i propri simili, vigliaccamente colpendoli nei loro affetti, nelle loro speranze, nel futuro.  I nostri figli e l'attenzione al futuro dovrebbero sempre ispirare qualsiasi progetto non solo quando ci si occupa di politica, di stato sociale, di rispetto dell'uomo o della cultura  ma anche se ci si occupa di “fredda economia".
La vita non è mai stata facile: sono i ricordi di tempi duri che riempiono i libri di storia e di letteratura mentre il ricordo della felicità, che dura un attimo solo, è troppo breve e intimo e si racconta spesso solo con poche poetiche parole. Vediamo invece le lacrime nascoste a fatica nel ricordo di guerre, di fame, di soprusi, di fatica e lunghi viaggi o fughe. I tempi bui che viviamo oggi, non sono più oscuri di quelli già vissuti per tanti millenni.
Ma oggi, tutti sappiamo tutto, sappiamo se le cose vanno bene o se vanno male e perché. E conosciamo anche le cause che hanno ripetutamente portato a tanta sofferenza ed è proprio questa consapevolezza che deve spingerci tutti a comprendere che dobbiamo cambiare le cose per vivere nel rispetto dell'uomo di oggi e di domani. Basta alzare lo sguardo e cercare un orizzonte lontano, quello che vedranno i nostri figli tra cento o mille anni.

                                        Ultimi Filibustieri, disegno
Ultimi Filibustieri, disegnoQuesta “economia della filibusta” che continua a nominare "baronetto" tutti i pirati che
dividono il bottino con i governi che li proteggono è una economia miope è una finanza che “mira all'affaruccio”, all'investimento finanziario che rende lecita l’estorsione e la speculazione fatta sui conti di aziende che producono beni e benessere, costruite con anni di lavoro di migliaia di persone e di tanti imprenditori che hanno passato notti insonni per creare e far diventare grande una loro idea. La finanza che gestisce i nostri soldi non è economia è truffa monetaria ai danni dei contemporanei e  furto delle risorse ai danni dei nostri figli.
Prepariamoci a pretendere che chiunque si candiderà a rappresentare il popolo sia consapevole di dover sempre rispondere delle proprie azioni agli elettori , che avranno non solo il diritto, ma il dovere, di controllare che la loro volontà venga rispettata.   Qui potremmo scrivere parole come dignità, diritti umani, equa ripartizione delle risorse del pianeta e del capitale, ma non vogliamo essere fraintesi e non vogliamo che parole nobili si possano confondere con quelle stesse, ma svuotate del loro vero significato, usate da chi in questo modo ci sta ingannando.
Nemmeno l'evidenza dei fatti o le manifestazioni di una  moltitudine di persone “indignate” riusciranno a ridurre all’impotenza in poco tempo i truffatori-millantatori, infiltrati nella cultura, nell'informazione e nella politica. Sono tanto forti da farsi rispettare e temere dai governanti collusi, ma non potranno fermare la volontà della gente che chiede solo di ricostruire una società degna di fiducia e rispetto.
Quando, vigliaccamente, per uccidere si buttano le bombe alla stazione o davanti a una scuola o quando si muore per un terremoto che demolisce edifici costruiti eludendo la legge, senza remore morali, dovremmo sentirci tutti più vicini per isolare i colpevoli, gli estranei  al nostro sistema, uniti in un sentimento di fratellanza e protetti da uno Stato in cui ci riconosciamo.  Al contrario, sentiamo un incontrollabile fastidio nel sentire parole che ci suonano false se pronunciate da uomini che sentiamo estranei, uomini che non ispirano più né fiducia né stima.
Non possiamo permetterci più di sentirci oppressi dalle nostre istituzioni e non possiamo permetterci di continuare a dubitare che azioni e scelte di chi governa il paese non siano fatte nell'interesse di tutti. Esistono i mezzi per esercitare una democrazia diretta e possiamo cambiare il nostro paese, ma prima dobbiamo convincerci e trovare determinazione e fiducia nelle nostre idee e nelle nostre capacità.

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È questo il ricordo che ci suscitano oggi i politici che commentano i loro disastrosi risultati alle elezioni amministrative.

Il partito di Pasquale

Forse i lettori più giovani, come tutti i nostri politici, non si ricordano un delizioso sketch di Totò, che ogni tanto possiamo rivedere anche in televisione.
9 maggio 2012 -
Ernesto Celestini
È la storia di un sempliciotto di campagna che, arrivato in città, prende botte da tutti quelli che passano e gli dicono: "Pasquale, figlio di un cane, finalmente ti ho trovato". Vediamo il grande comico scompisciarsi dalle risate mentre racconta questa storia ad un suo paesano che, sentendo quanti schiaffi ha preso l'amico, non riesce a capire perché tanto divertimento:
“E che io so’ Pasquale ?” spiegava, ridendo, Totò all'amico che restava incredulo.
ABCÈ proprio questo il ricordo che ci suscitano oggi i politici che commentano i loro disastrosi risultati alle elezioni amministrative. 
Sono anni che tutto il “loro elettorato” si sta agitando sulla rete, manda segnali per chiedere che si adeguino e prendano decisioni di buon senso, che manifesta nelle piazze contro leggi e tasse inique, che dice e scrive chiaramente di non aver più nessuna fiducia e malgrado ciò, continuiamo a trovarli in televisione, sempre lì a pontificare con parole confuse e inutili, per giustificare scelte sbagliate e per di più imposte da altri.
È vero che noi italiani oltre ad essere critici ed intenditori di calcio siamo sempre pronti ad esprimere i nostri preziosi giudizi sulla politica, ma è anche vero che la politica è un gioco sottile,  complicato dove servirebbe conoscere a fondi i problemi e dove bisogna ascoltare tutti per evitare di crearsi nemici, specialmente tra i potenti, capaci di influenzare maggioranza e pubblica opinione anche per il futuro.
Proprio per queste difficoltà, in politica dovrebbero essere chiamati solo i migliori, persone su cui non è possibile dubitare né sulla loro integrità né sulla loro onestà intellettuale e capaci di scegliere nell'interesse assoluto, senza condizionamenti . Che pensino solo al benessere della popolazione ed al futuro del paese.
Ma bastano queste poche parole per dare immediatamente a chiunque la facoltà di tacciarci di "demagogia" ," qualunquismo" e "populismo" , in breve di fare "antipolitica" ed  essere accantonati come una voce non qualificata ed approssimativa , da non prendere in considerazione.
Ora a pensarci bene per fare politica non serve essere troppo intelligenti, non serve essere tecnici esperti nei meccanismi astrusi, imposti da affabulatori per complicare la gestione di affari semplici e che, proprio per questo motivo, potranno essere poi affidati solo a persone "con certe caratteristiche".
Per fare politica, come piacerebbe alle persone che vivono con mille o duemila euro al mese, servirebbe solo essere delle persone normali, che vivono sapendo per esperienza diretta cosa significa “vivere con mille o duemila euro al mese”, servirebbe presentare un programma che dica con poche parole chiare cosa e come si vuol fare ciò per cui si verrà eletti, con l'impegno di farlo con assoluta priorità rispetto a qualsiasi altro evento accidentale che possa accadere.
Per fare politica basterebbe essere persone di cui ci si può fidare, persone che possano dimostrare di essere perbene, che non si sentano sminuite se chi li ha votati pretenderà di sapere quello che hanno fatto finora e come, e quando, porteranno a termine gli impegni presi.
Come si fa in ogni azienda sana, quando il capo ti chiama per controllare se tutto va bene, se ti serve un aiuto, o se necessario, per farti un cazziatone ‘per rimetterti in riga per raggiungere, tutti insieme, gli obiettivi che si sono concordati.
Per fare politica non serve più avere un consulente per l'immagine, non servono discorsi scritti da autori esperti in comunicazione, non serve rispondere a domande fatte da giornalisti pagati dal proprio sponsor, non serve gridare più forte del proprio avversario, non serve aggredire o irridere avversari ed elettori.
Di questi tempi tutti hanno letto qualche libro ed hanno qualche nozione, anche se confusa,  di marketing e quindi si riesce a capire quando un politico è fasullo o se è in buona fede. La bella presenza e la simpatia certo aiutano, ma la prossima volta, speriamo che non bastino più.
Stiamo attraversando un periodo di "sede vacante" e la guida del governo è stata affidata ad un autista che conosce molto bene la strada da percorrere e che sicuramente non farà incidenti, sempre che nessuno disturbi il manovratore. In questo periodo, tutti i parlamentari pagati con stipendi minimi di € 120.000 lordi l'anno stanno godendo di un periodo di mezze ferie e in questo tempo lunghissimo  sono tenuti solo a svolgere un lavoro di normale manutenzione secondo le richieste dal governo.
In tutto questo tempo non vorremmo continuare a vederli giustificare i loro comportamenti, assertivi o asserviti, per mettere in atto una politica che, indipendentemente dal programma per cui sono stati eletti, devono condividere sotto la minaccia di danni maggiori al paese ed a se stessi, vorremmo invece vederli attivi, svegli, in un fermento di idee che producano il programma elettorale che dovrebbero presentare alle prossime elezioni.
Ma non vediamo, almeno nei partiti tradizionali, nessun fervore, nessuna intenzione concreta di cambiare quelle regole e quelle abitudini che hanno portato questo paese, come molti altri dell'Occidente, ad un dissesto finanziario più che economico, causato essenzialmente da ruberie tacitamente tollerate da tutti gli enti dello Stato, da inique leggi finanziarie a tutela di un interesse privato a discapito di quello pubblico, dall'ammirazione e dall'emulazione di persone povere di spirito e di cultura che, contando su amicizie “altolocate”, si possono permettere di ignorare leggi e diritti del prossimo.
I partiti, quelli che pur cambiando nome continuano ad essere sempre gli stessi, credono di poter gestire un “loro elettorato”. Non vogliono accettare che loro non hanno più clienti, o almeno i clienti sono diminuiti notevolmente. Alle prossime elezioni, se le condizioni non cambieranno in fretta, sempre meno gente andrà a votare e invece di preoccuparsene e riconoscere di aver sbagliato con le loro scelte e con la loro arroganza non cercano di rimediare ma solo di procurarsi una bella giustificazione.
Nessuno di loro ha già pronta una paginetta con idee e progetti chiari da realizzare durante la prossima legislatura. Nessuno di loro riconosce di aver contribuito a distruggere il concetto di morale e di aver stravolto il significato dell' etica: ci si permette di dire che possono essere evase le tasse, si fanno entrare inquisiti e condannati in Parlamento, si continua a conferire incarichi e stipendi pubblici multipli alle stesse persone, si lascia in mano a degli Sceriffi di Nottingham l’esazione delle tasse, si parcheggia impunemente l'auto in seconda o terza fila, si scavalcano le file e, soprattutto, nessuno si vergogna di quello che sta facendo.  Anzi chi vive onestamente, senza eludere la legge, non è considerato un cittadino esemplare ma è additato come un poveraccio, un perdente ( qualche tecnico lo ha anche definito "sfigato").
Nessuno di loro vuol riconoscere che i loro privilegi non permettono al paese di essere democratico e che i loro stipendi non gli permettono, umanamente, di immedesimarsi nella quotidianità della gente, perché vivono fuori dal mondo.
Come fa un parlamentare che attraversa la città a bordo di un'auto blu, scortata da altre due auto su una corsia preferenziale senza rispettare i semafori,  a comprendere realmente che significa per una famiglia un aumento di pochi centesimi di accise sulla benzina?
Chiederà di preparargli un conteggio globale e, una volta appreso che le nuove accise incideranno sul PIL solo per una percentuale espressa in decimali, continuerà a non aver capito niente e andrà avanti, più sicuro di sé, per la sua strada che non è la stessa di chi si ferma dal benzinaio.

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La comunicazione è un'arma micidiale se il pubblico non la capisce, può nascondere mistificazione o incapacità a far circolare le idee

La lingua: strumento del potere

Una "élite maledetta ma illuminata" in quasi quarant'anni di lavoro di persuasione, più o meno velata, ma assidua e persistente, è riuscita ad impossessarsi di una parte enorme delle risorse del pianeta
6 maggio 2012 -
Ernesto Celestini
Riescono a farci venire dei dubbi sulle nostre capacità intellettive.
Uccelli di EuroQuando parlano di sport, di gossip o di cronaca, pur non prestando molta attenzione, riusciamo facilmente ad intendere il messaggio che i media vogliono trasmetterci. Ma appena ci si avvicina alla politica il linguaggio diventa più complesso, volutamente meno chiaro: come quando a scuola ci interrogavano e, non avendo studiato la lezione, cercavamo di farfugliare delle parole, senza dire niente, ma il più a lungo possibile. 

A scuola però il professore capiva se c’era la fregatura e ci metteva il voto. A noi invece non viene riconosciuta l'autorità del professore e il voto che diamo ai commentatori politici, non serve a farli studiare di più. Anche perché, in fondo, i politici la lezione non la stanno spiegando bene, perché da anni ormai dicono molto poco e, purtroppo, fanno molto meno.
Questa critica, che i media ed i politici definirebbero immediatamente qualunquista, sterile e populista, non vuole essere negativa, ma solo una presa di coscienza di come si sta comportando l'informazione con il pubblico.   Vorremmo dire pubblico italiano, ma purtroppo il problema non è solo nazionale : L'informazione ormai è un problema globale.
Infatti la difficoltà di comunicazione di argomenti politici è causata dalla pochezza dei contenuti espressi. Tutto diventa ancora più difficile però appena ci si avvicina a temi di "economia" o peggio ancora di "finanza".  Ci fanno sentire troppo piccoli e ignoranti per capire come funzionano certi meccanismi e la nostra frustrazione la manifestiamo accettando, come indiscutibili, quei concetti che non capiamo.
Dai giornali e dalla televisione quasi tutte le informazioni trasmesse sono parziali, cioè  contagiate dagli interessi dell'editore, di un referente politico o dell'autore del servizio, ma le cose non cambiano nemmeno cercando notizie su Internet dove  si può trovare qualche articolo di gente che fa onestamente opera di divulgazione.
Ci sono tanti articoli che cercano di trovare le parole giuste per spiegare quanto sta succedendo nella nostra economia e come la finanza abbia preso il controllo su quelle regole dell’ economia che da sempre hanno permesso all'uomo di lavorare e vivere in pace o in guerra nell'ambito di uno Stato sovrano.
Tutti ci rendiamo conto che oggi il prezzo dei beni e dei servizi necessari alla nostra sopravvivenza non ha più un valore stabilito dal costo del materiale e del lavoro necessario alla  produzione, ma che il prezzo è determinato esclusivamente dal mercato: dalla domanda e dall'offerta, che possono essere però controllate ed indirizzate da fattori esterni (le regole che dicevamo prima).
È facile rendersi conto anche che ormai i beni primari ( quelli necessari per alimentarsi e per ripararsi) costituiscono solo una parte minima dei costi di una famiglia che vive in una "società evoluta".  Quindi se l'uomo di oggi potesse vivere secondo i canoni validi fino a non più di cento anni fa, sicuramente riuscirebbe a soddisfare i propri bisogni con solo il 25% del reddito che produce con il proprio lavoro. Ma è necessario che produca anche il restante 75% che serve, anzi deve aumentare, non solo per un suo maggior benessere, ma essenzialmente per permettere agli Stati di misurarsi in base ad un Prodotto Interno Lordo ed a pagare i debiti contratti per soddisfare dei bisogni, non essenziali, che hanno permesso però ad un sistema fondato sul consumismo, di imporsi come unico e senza alternative.
Così succede che per rispettare gli standard essenziali ed irrinunciabili per un paese civile è cominciata la rincorsa a "guadagnare" sempre di più, per permettere allo Stato di non perdere competitività e per evitare un maggior indebitamento che lo potrebbe far "classificare meno affidabile" e quindi a maggior rischio di insolvenza per i creditori privati che poi sono, ormai per legge, diventati creditori dei cittadini dello Stato, quelli che pagano imposte e tasse.
Questa divagazione potrebbe essere la premessa per una lunghissima dissertazione sul ruolo del consumismo, del neoliberismo, del denaro, delle valute, delle banche, delle speculazioni sugli interessi, in breve della finanza.
Siamo arrivati qui perché qui vogliamo fermarci: Per cominciare a parlare di finanza abbiamo dovuto mettere insieme tanti temi differenti ma necessariamente interconnessi tra di loro, tanto da cominciare a confonderci le idee, a farci sentire impreparati per comprendere temi tanto elevati, tanta scienza.
E' il modo per farci cadere nella rete : abbiamo toccato uno dei fattori che ha contribuito a provocare la crisi finanziaria, l'allontanamento (spontaneo?) di una massa, che si autoesclude dall'élite decisionale.
E' proprio per questo motivo che ogni volta che cominciamo a leggere un libro, una relazione, un articolo che prova a spiegare il funzionamento dei meccanismi con cui la finanza si è impossessata dell'economia e della politica, ci dobbiamo armare di una enorme pazienza per arrivare fino in fondo.   Infatti certi processi non possono essere sintetizzati in poche righe perché ogni operazione finanziaria è esageratamente complessa e complicata.
Per far in modo che certi concetti possano essere spiegati e compresi da una persona di buona volontà e di media intelligenza chi scrive deve riuscire a catturare l’attenzione del lettore che , qualche volta, non riesce a reprimere la noia di dover restare concentrato ad assorbire tante nozioni, spesso sibilline, che tentano di fargli rendere ammissibile un mondo parallelo in cui si apprezza esclusivente l'astuzia, il trucco e la dialettica di abili venditori al servizio del più potente di turno che alla fine del gioco sarà l'unico vincitore.
Ciò non vuol dire che esistono poche persone capaci di comprendere come funziona la finanza, ma solamente che è stata  volutamente creata una complessa rete con cui sottilmente e subdolamente si è riuscito ad ingabbiare l'economia e a renderla succube della finanza per mezzo della politica.
L'allontanamento delle masse dalla gestione dei soldi e dalla partecipazione alle decisioni di politica economica sono due dei fattori che hanno maggiormente contribuito a creare la crisi finanziaria. Durante una crisi c'è chi perde ma per la legge del contrappasso qualcuno guadagna.
A voler essere cinici potremmo dire che stiamo assistendo ad una eccellente prova di abilità fornita da una "élite maledetta ma illuminata" che in quasi quarant'anni di lavoro assiduo e persistente è riuscita a prendere possesso di una parte enorme delle risorse del pianeta.
Questa élite ha utilizzato al meglio tutti i mezzi di informazione disponibili fino a rendere una gran parte della popolazione connivente con le sue scelte, dopo averla convinta che qualsiasi sua decisione anche se contraria agli interessi e ai diritti di chi lavora, è stata presa perché necessaria a rendere meno insopportabile la situazione in cui gli Stati ormai sono caduti.
Come se fosse una situazione causata da un imprevedibile disastro naturale!
Il resto della popolazione che non crede alla casualità degli eventi che sta vivendo e si sente vittima di un gioco premeditato, non riesce però a trovare nessuna formula sociale alternativa, perché non ha idee chiare su come stanno veramente le cose, la gente resta disorientata e non si crea una coscienza sociale comune capace di reagire alle trame dell’élite maledetta ma efficiente.
Stiamo assistendo ad una delle tante repliche di una storia che abbiamo già letto mille volte sui libri ma, anche se conosciamo già il finale, è sempre avvincente seguirla, perché non sappiamo ancora quale sarà la trama che l'autore ha pensato di mettere in scena questa volta.
Sappiamo solo che il biglietto del teatro sarà veramente molto caro.

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Per guadagnare un milione ci vuole una vita.

Ma quanto costa il Bilancio Pubblico !

Per il Bilancio dello Stato bisogna spendere tanti di quei miliardi che è difficile comprendere di quanti soldi stiamo parlando. Proviamo a capirlo con qualche esempio.
19 marzo 2012 -
Ernesto Celestini
Non credo che oggi la politica sia gestita da uomini peggiori di quelli di ieri, perché non sono mai stati molti i politici di alta statura morale, in genere sono  persone  ambiziose e abbastanza mediocri che danno un prezzo e negoziano qualsiasi valore,  nel nome del re o del popolo.
Credo però che la politica sia uno specchio fedele dei tempi che attraversa e che il rispetto dei diritti, dei codice e delle leggi dell'economia subiscano fortemente l'impatto del livello o del degrado della morale e della cultura in cui vive la popolazione.
Non mi rivolgo, pertanto, solo alla politica italiana o europea ma vorrei ragionare sul motivo per cui in certi momenti storici la arroganza, l'ignoranza e il culto del denaro riescono più facilmente che in altri momenti a prendere il sopravvento sui valori della vita, sul rispetto del prossimo, della cultura e del lavoro.
Infatti, non è facile comprendere come certe scelte industriali e certe speculazioni finanziarie, che costano miliardi di euro o di dollari possono essere decise, approvate e gestite da una sparuta minoranza di uomini interessati solo alla tutela di certi interessi e senza nessun riguardo per i bisogni reali di uno stato che direttamente o indirettamente rappresentano.
Il cittadino è ormai assimilato alla figura del consumatore, a cui si deve vendere un prodotto, sia questo un oggetto o un’idea. È proprio su questo principio che questa eruditissima minoranza ha fondato il proprio potere economico, sostenuto da una profonda conoscenza del marketing e della mente umana, che può essere manipolata grazie al controllo di gran parte dei media che informano o disinformano, a seconda della necessità, per ottenere o bloccare l'appoggio o l'opposizione a certe scelte politiche, a certi uomini di Stato.
La calata dei barbari fu un cambiamento storico, sociale e culturale determinante nella storia del mondo occidentale, che lasciò le popolazioni invase in uno stato di prostrazione e di incapacità a organizzare qualsiasi reazione, tanto da accettare, quasi senza reagire, l'avvento di un nuovo sistema sociale, di un nuovo regime, di nuovi valori, di una nuova arte e di un nuovo modo di intendere la religione.
Così pure accadde con la “scoperta” dell'America. Anche lì la reazione dei popoli aggiogati da un nuovo regime, fu minima per uno shock talmente forte prodotto dall’introduzione di una nuova religione e di un nuovo re che improvvisamente si persero tutti i riferimenti su cui poggiava la vita e lo spirito di quei popoli pre-colombiani.
Questi precedenti storici hanno insegnato che, non con la forza ma solo provocando una profonda prostrazione e abulia nella popolazione, si possono programmare e realizzare svolte violente nella storia, nell'economia e nella civiltà.
La popolazione era, ma forse lo è anche oggi, troppo distratta e incredula per comprendere che qualcuno sta ordendo come portare un cambiamento nella qualità della sua vita, che si stanno insidiando i diritti suoi e dei suoi figli e che, con il pretesto dell’emergenza, si stanno studiando leggi che nessun essere umano, se in possesso delle proprie normali capacità cognitive, avrebbe potuto tollerare, perché contrarie a ogni forma di rispetto e democrazia.
Ma tornando alla realtà di oggi, ignoriamo i casi di politici che si sono fatti eleggere in malafede, ignoriamo l'esistenza della corruzione e consideriamo che in Parlamento siedano persone che fanno il loro lavoro con la diligenza di una persona qualsiasi. Uomini normali.
E spostiamo il nostro ragionamento da un piano soggettivo (l'utilizzo di denaro pubblico per fini che non porteranno benefici alla cittadinanza) ad un piano oggettivo.    
Il motivo per cui il significato e il contenuto di quanto viene comunicato dai politici e quanto viene recepito dalla popolazione non coincidono.
Il motivo può essere individuato nel mondo ovattato in cui vive un uomo politico (particolarmente in Italia).  Quando un politico viene eletto a qualsiasi carica pubblica, locale o nazionale, comincia a godere di un trattamento sociale ed economico che gli assicura la serenità necessaria per maturare le scelte giuste, per il bene del paese. Ritengo che questo principio non possa e non debba essere messo in discussione.
Il problema sorge però quando l'abitudine maturata in decenni di abusi e di eccessivi privilegi, rispetto al cittadino comune, rendono gli uomini politici estranei al resto del paese.
Questo elemento comporta due effetti negativi.
Il primo è l'astrazione dalla realtà, l'incapacità del politico a rendersi conto dei problemi economici e sociali che vive il resto del paese: abbiamo troppo spesso verificato che un politico non conosce il prezzo del pane, della benzina, dei servizi sociali e non utilizza mezzi pubblici.  Sicuramente contribuisce a questa astrazione la quantità di denaro che percepisce ogni mese, come stipendio o altro contributo  che è eccessiva per farlo restare con i piedi per terra e comprendere se il paese che amministra, sia soddisfatto del suo operato e se gli obiettivi suoi, e del suo partito, coincidano con quelli che chiede la popolazione.
Il secondo elemento è meramente lessicale, proviamo a scrivere delle cifre e proviamo a comprenderne il loro valore: per gestire un paese di 60 milioni di abitanti ogni anno si spendono poco più di €. 720 miliardi, per pagare le pensioni servono almeno €. 170 miliardi, per comprare e far volare 90 cacciabombardieri F 35 servono circa €. 40 miliardi.  Per costruire un asilo nido servono  330 mila euro.
Queste le cifre vengono disinvoltamente snocciolate nelle conversazioni di economia che ascoltiamo quotidianamente dai nostri parlamentari, ma come possiamo comprendere di quanti soldi stiamo veramente parlando? L'ISTAT ci conferma che siamo abituati a gestire uno stipendio che solo qualche mese arriva a duemila euro.
Proviamo a fare un “ giochetto” per cercare di spiegarci meglio : Secondo le statistiche ufficiali, in Italia una persona che lavora, guadagna in media € 25.000 lordi l’anno ed ha una speranza lavorativa di 42 anni.Facendo uno di quei calcoli statistici improbabili ma verosimili, possiamo dire che un italiano medio in tutta la sua vita potrà guadagnare poco più di un milione.
Adesso esprimiamo le stesse cifre in modo differente: Per pagare le spese correnti italiane ogni anno dovrebbero cominciare e continuare a lavorare per tutta la vita 720 mila persone, per pagare le pensioni servirebbero 170.000 persone, per comprare gli aerei basterebbero solo 40.000 persone.
Invece con il lavoro di una sola persona si potrebbero costruire ben tre asili nido.
Tutte queste cifre ovviamente non tengono conto né dell'inflazione, né degli oneri sociali, né delle imposte, né di qualsiasi altro evento perché "per la legge dei grandi numeri" questi fattori si dovrebbero compensare tra loro.
In questo modo grossolano ma efficace, dovremmo almeno evitare di confondere i miliardi con i milioni, dato che non siamo abituati a maneggiarli. Dovremmo anche comprendere meglio quanto ci costano, concretamente, certe scelte, fatte per obbedire o compiacere gli interessi di qualche influente società o gruppo di potere, che non vengono mai spiegate con un linguaggio comprensibile e chiaro, visto che poi, alla fine, il conto dovranno pagarlo proprio loro.   
Quelli che non avevano capito ma si erano fidati.

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Dalla diga del Quimbo alla Val di Susa

Una morale di impaccio al buongoverno ?

Una tolleranza di facciata consente a governi e a comunità locali di proseguire una guerra verbale tra sordi dominata da pregiudizi, arroganza del potere e interessi privati senza badare ai costi sociali che dovrà pagare una società in cui la morale e la dignità delle persone hanno ceduto il passo ai piccoli interessi immediati dell'economia.
6 marzo 2012 -
Ernesto Celestini


Se si vuole essere leali con se stessi, bisogna essere convinti delle proprie idee ed essere coerenti nelle proprie scelte nella vita, in economia e nella politica. Non è detto che non si possa cambiare idea quando cambiano le condizioni che hanno determinato certe scelte ma è essenziale restare sempre onesti con se stessi.
Con questa presunzione si deve mettere l'uomo al centro di ogni interesse e considerare che tutte le attività che possono produrre un miglioramento della qualità della vita debbano essere valutate con occhio benevolo perché, anche se appaiono ambiziose e gravose, possono indicare la strada giusta per un miglior futuro per gli uomini di oggi e per quelli di domani.
È per questo che è sbagliato  valutare  "i pro e i contro" di un comportamento o di un progetto, con una pregiudiziale ideologica (anche se, non si può negare, non è facile).
Mi sembra normale pertanto che se una comunità viene coinvolta in un progetto, che potrà cambiare le sue condizioni di vita, questa non debba sentirsi preventivamente oltraggiata, tanto da respingere immediatamente qualsiasi iniziativa, che invece deve essere valutata attentamente e, possibilmente, essere criticata per essere corretta con lo spirito costruttivo tipico di un popolo integrato nello Stato in cui vive e che tende al miglioramento delle condizioni della vita propria, dei propri figli e della comunità in cui vivono.
Mi sembra altresì del tutto normale che se un governo fa una scelta che può cambiare l'indirizzo dell'economia, l'occupazione e la qualità della vita dei suoi cittadini, debba dichiararsi ed essere anche disponibile ad accettare suggerimenti e critiche da chi dovrà realmente sopportare gli effetti finali del progetto.
Purtroppo certe situazioni antitetiche si verificano sempre più frequentemente tra i popoli e i loro governi, ma questo significa che stiamo perdendo tutti:
L'economia perde e diventa meno liberista perché non accetta più le regole del mercato ma le fa aggiustate da governi compiacenti;  ma non è neanche socialista perché non si propone per la realizzazione di opere che non creino utile economico;
La democrazia perde perché non è più perfetta e i politici gestiscono la cosa pubblica come un'azienda, che tende all'utile o al pareggio di bilancio, e sono soggetti a tutte le regole del mercato che li vincola nelle loro scelte senza poter (voler) dare priorità ai bisogni sociali, ma agendo come dei veri capi azienda, determinati nelle loro azioni e tanto sicuri della bontà delle proprie scelte, da considerare qualsiasi contestazione come un inutile ostacolo da superare e ogni manifestazione provocata dall'incapacità a comprendere e seguire la retta via.
Ma il problema non è tecnico, economico o democratico, il problema vero sta nelle regole che oggi sono fondate su un comportamento spacciato per "morale", che tutela solo gli interessi di una parte e che quindi morale non può più essere.
Il problema vero è l'uso improprio delle parole che tendono a mascherare il contenuto di certi comportamenti abbellendoli, impadronendosene ed utilizzando impropriamente termini che all'origine avevano una valenza differente, ma che suonano bene all'orecchio di un pubblico ormai abituato a sollecitazioni continue che scambiano contenuti e significati per farlo diventare sempre più consumatore è sempre più pronto ad accettare nuovi codici di comunicazione.
Il problema vero è la scarsa attenzione al valore dell'ambiente e di ciò che comporterà per la società la trasformazione o la scomparsa di piccole comunità, che improvvisamente e inaspettatamente si troveranno sradicate dalla loro terra da un ciclone che  le proietterà in una realtà tanto differente dalla loro per abbandonarle subito dopo, in preda a mille frustrazioni e alla ricerca di nuove radici e di altre prospettive di vita.
Due fatti analoghi e simultanei stanno occupando le pagine dei giornali da molto tempo :  i lavori della TAV, in Val di Susa la costruzione della diga del Quimbo, in Colombia.
Senza cercare inutili parallelismi in entrambi i casi troviamo un muro contro muro.
Da un lato i governi dichiarano di essere certi dei vantaggi che le loro scelte porteranno all'economia e vedono come un ostacolo la minoranza che si ribella e che non ha né capacità né conoscenza per intendere quale sia il vero bene comune che va privilegiato rispetto al bene particolare.
Dall'altro lato le comunità locali che difendono il loro focolare e non accettano l'idea di essere gli unici a pagare il conto, mentre nessuno le ascolta e le loro manifestazioni vengono minimizzate e contrastate, anche con la forza, dai governi che non vogliono accettare giudizi o ridiscutere la realizzazione dei loro progetti oltre che dall'indifferenza di chi non è interessato a capire.
Si tratta di preconcetti dei governi che si ritengono depositari della "conoscenza" e che considerano, i cittadini "presbiti ed intransigenti " e di una minoranza che considera  il governo “miope ed egocentrico”.
Ma questa è una storia infinita, vissuta mille altre volte in passato, perché le grandi imprese trovano sempre il modo di spingere i governi ad imbarcarsi in progetti da cui potranno ricavare tanti soldi e che, qualche volta, porteranno anche gloria ai politici, mentre  poche centinaia o migliaia di cittadini  dovranno rassegnarsi a subire la legge del più forte. In passato però i governi non pretendevano di definirsi "democratici" e certe scelte discutibili, almeno formalmente, erano coerenti con il sistema, oggi però non esistono più governi "antidemocratici". non va più di moda, ma è più facile cercare consensi e maggioranza truccando il gioco e gridando forte che il baro è quello che perde. Peccato che non si riesca ad avere il pregiudizio di una sana morale, basata su principi che nessuno osa mettere in dubbio. Ma anche così ci sarebbero gli integralisti, i talebani della giustizia ....  ne usciremo mai ?
Oggi è una bella giornata di sole e non credevo proprio che avrei passato il pomeriggio a scrivere queste righe, ma non sono riuscito a farne a meno perché troppe cose non mi stanno piacendo, perché non ci sarà nessun referendum sulla TAV, perché non servirà a niente nemmeno un altro "cretinetti” (è così che ha scritto un piccolo giornalaio) disperato che si arrampica sui tralicci dell'alta tensione e perché dalla Colombia mi arrivano immagini troppo tristi di contadini della valle dell'alto Rio Maddalena, che presto sarà sommersa dalla diga del Quimbo.
Non avrei mai voluto vedere quelle immagini e meglio sarebbe stato non scrivere queste righe, ma il pugno che mi è arrivato alla bocca dello stomaco è stato troppo forte e devo rialzare la testa.
Note: Il video è commentato in spagnolo, non ha sottotitoli e propone immagini del mese scorso quando i contadini furono cacciati, a schioppettate, da militari e paramilitari e obbligati a lasciare le terre che dovranno essere sommerse dalla diga del Quimbo, voluta dal governo colombiano e appaltata alla società ENDESA, costituita con capitali di Banche nazionali e con una compartecipazione dell'ENEL.
Fino ad oggi però la deviazione delle acque non è stata possibile perché, come scrive il Movimento “Rios Vivos” il Pacha Mama (la madre-terra) e il Rio Magdalena si sono opposti al progetto, infatti dopo il tentativo di deviazione delle acque del 3 marzo, il fiume è tornato a scorrere nel suo letto naturale. Forse è un segnale della natura o degli spiriti o dell'inefficienza dei tecnici, comunque le proteste per la difesa dei diritti e per la dignità delle popolazioni indigene del Rio Magdalena continueranno anche all'estero con manifestazioni in Europa ed in tutti i paesi dell'America Latina. 
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Tra pochi giorni il Rio Madgalena, nel Sud della Colombia, inonderà 8.500 ettari di terre espropriate ai campesiños che coltivano caffé

L'ENEL e la diga "El Quimbo" contro la Cacicca Gaitana.

I lavori di una multinazionale a partecipazione ENEL sono stati fermati da uno sciopero dei contadini che lottano per non perdere le loro case, ma il 20 febbraio potrebbe arrivare il corpo antisommossa dell’esercito ......
12 febbraio 2012 -
Ernesto Celestini
Nelle scuole colombianne si racconta ai ragazzi della conquista spagnola delle terre dell’Huila, il Dipartimento che si trova nella parte meridionale delle Ande Colombiane lungo le valli dei fiumi Magdalena e Paez, tra le montagne in cui oggi si trova il Parco Archeologico di San Agustin.
In queste terre vivevano le più orgogliose tra le tribù indigene che si opposero, fino alla loro fine, alla conquista, in un'epoca che vide nascere il mito della Cacicca Gaitana, la madre guerriera che vide ucciso il figlio, che guidò il suo popolo fino a vincere una battaglia e vendicarlo trucidando gli invasori ma che perse la guerra con la storia, perché  il suo popolo dovette cedere alle angherie del più forte, che non ha mai avuto remore nell’imporsi usando qualsiasi mezzo, pur di ottenere denaro e potere.
Produce una  tristezza immensa pensare che la Natura parla, mentre la razza umana non la ascolta ! L' Huila è una regione della Colombia in cui è difficile arrivare come turista, malgrado la bellezza del paesaggio e l'interesse dei siti archeologici, perché questa zona è infestata da squadre di guerriglieri/narcotrafficanti che hanno causato, come in numerose altre zone del paese, il fenomeno dei "desplazados", campesiños che, per le minacce ricevute, hanno dovuto lasciare le loro terre per cercare una nuova vita nelle baracche alla periferia delle grandi città.

Ma questi problemi non sono i soli ad affliggere la povera gente dell'Huila.  Dopo aver sopportato i disagi creati alla popolazione, negli ultimi trent'anni, dalla diga di Betania che era stata costruita dando tutte le garanzie per il rispetto dei diritti dell'ambiente e della popolazione, da quattro anni sono di nuovo in lotta contro la decisione del governo che ha autorizzato la costruzione di una nuova diga per un nuovo progetto idroelettrico. Il progetto idroelettrico “El Quimbo” si trova a sud della provincia di Huila, tra la Cordigliera Centrale e quella Orientale, a circa 69 km a sud della città di Neiva, sulla strada per Gigante, a circa 1.300 metri dalla confluenza del Rio Paez nel Rio Magdalena. L’opera è stata inaugurata il 25 febbraio 2011 in presenza del Presidente Juan Manuel Santos.
Il progetto di Emgesa- Impregilo, prevede la costruzione di una grande diga a 150 metri sul livello del mare lunga 635 metri e alta 66 metri e profonda in tutto 410 metri con un bacino idrico di 8250 ha, che dovrebbe generare a pieno regime una energia media di 2.216 GWh / anno utile a fornire circa l'8% del fabbisogno energetico colombiano fino al 2034 o a vendere l'energia prodotta anche fuori dal paese.
Il capitale dalla società appaltatrice Emgesa è formato per il 37,5% da Empresa de Energia de Bogotà, per il 26,9% da Empresa Nacional de Electricidad e per il 21,6% da Endesa, la multinazionale spagnola dell’energia acquisita nel 2008 dall’Enel. L’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) è per il 31% di proprietà dello Stato italiano, nettamente azionista di maggioranza visto che il secondo azionista, la banca BNP Paribas, non arriva al 3,5% delle azioni.
L’investimento della Emgesa sarà di circa 250 milioni di euro ed il valore finale dell’opera sarà di US$ 837 milioni (€.615 milioni).
Dopo quattro anni di proteste e di lotta, il 19 gennaio scorso è stato sospeso uno sciopero regionale proclamato dai sindacati del Huila per dimostrare contro l'impresa Impregilo, appaltatrice per EMGESA, della costruzione di una centrale idroelettrica che sorgerà in una zona espropriata della riserva naturale del Rio de la Magdalena. Questi lavori hanno già provocato, direttamente o indirettamente, la distruzione del ponte El Paso del Colegio che metteva in comunicazione la zona con il resto del paese, anche se EMGESA in un suo comunicato nega ogni collegamento a questo crollo ed ha messo a disposizione dei fondi per la ricostruzione. Ma la situazione è stata aggravata anche dal crollo dell'unico altro ponte della zona che è classificata ad alta sismicità, come tutto il resto della regione.
Ni se inunda ...Lo sciopero è stato sospeso per dar spazio a negoziati senza pregiudiziali per tentare di raggiungere un accordo tra i rappresentanti del governo dell'Huila, i ministri dello Stato, i funzionari di controllo e i rappresentanti delle comunità che hanno subito l'esproprio di terreni.
Sulla stampa locale e sui maggiori quotidiani della capitale esiste ampia documentazione sulle difficoltà vissute dalle oltre 800 famiglie di operai e contadini che hanno dovuto lasciare le loro case e le loro terre per consentire l'inizio dei lavori della EMGESA che, con l'aiuto della polizia tiene lontani i contadini che vogliono tornare alle loro vecchie case, perché con le loro case hanno perso anche il loro lavoro nei campi con cui si procuravano il necessario per sopravvivere.
Secondo i movimenti regionali per la difesa del territorio il vero motivo scatenante dello sciopero non è un'opposizione preconcetta allo sviluppo della regione ma è da ricercare nella politica mineraria energetica proposta dal governo che non si preoccupa di realizzare uno sviluppo sostenibile, non si cura dei problemi sociali a cui vanno incontro le comunità locali, né dei danni culturali derivanti dalle variazioni ambientali e dalla scomparsa degli ultimi discendenti di antiche civiltà indigene. Il piano del governo ha concesso alle multinazionali straniere, inizialmente spagnole e poi italiane, di aprire un cantiere dopo aver espropriato delle terre coltivate a caffè, malgrado le lunghe proteste dei cittadini che difendono il loro territorio e la loro indipendenza economica.
Quest'opera porterà come beneficio immediato  3000 posti di lavoro per il periodo della costruzione della diga e poi non più di 40 posti di lavoro che serviranno per la manutenzione durante i successivi 20 anni. Come succede in tutti i paesi del mondo per opere di questo livello sono le multinazionali che ottengono la fetta grossa della torta su avallo del governo che tenta di ignorare i problemi sociali derivanti dall’allontanamento forzoso di 800 famiglie dalle loro terre e dai costi sociali che questo comporterà per tutta la comunità locale.
Come già detto questa è un'area altamente sismica, sottratta ad una riserva forestale protetta e quindi, oltre all'impatto sociale, agricolo ed economico a cui saranno soggetti i campesiños si dovrà tenere conto anche dell'impatto ambientale di lungo termine sulla flora, sugli animali e sulle tribù indigene che potranno sopravvivere solo se l'assetto idro-geologico dell'intera area riuscirà a restare pressoché uguale al passato. Ad oggi si può solo immaginare ma non  quantificare il reale danno che subirà l'uomo e la natura. Gli unici dati immediatamente quantificabili sono la perdita di impiego di tutti i contadini della zona e la chiusura di almeno 25 aziende agricole, dedite principalmente alla coltivazione del caffè, già sfrattate dalle loro terre, senza aver ancora né definito né ricevuto il previsto indennizzo  e la  drastica riduzione del pescato nel Rio Magdalena, dopo l'apertura del cantiere.
Nel Huila nel 1988 era già stata autorizzata un'altra multinazionale petrolifera, la “Emerald Energy”, all'esplorazione della zona del Matambo ma l'unico risultato prodotto da questa attività per l'economia locale è stata la rovina economica: non sono stati rispettati né i vincoli previsti dai piani ambientali né si è proceduto al recupero delle foreste, né si è potuto evitare il “ desplazamiento” della popolazione o la distruzione delle lagune come quella di “el Encanto” a Miraflores, le cui acque sono state utilizzate senza nessun controllo né autorizzazione provocando così una sua progressiva  devastazione, accelerata dalla faglia geologica che rende più fragile tutto l'ecosistema della regione.
Il problema sociale è veramente grave non solo per la disoccupazione provocata da questo progetto ma perché a questa seguirà la disperazione per un tessuto sociale distrutto e irrecuperabile. E questo sarà il vero prezzo pagato per quest'opera.
La popolazione ha chiesto una audizione pubblica sulla questione ambientale che metta in trasparenza e chiarezza ogni caso di violazione dei diritti dei popoli indigeni previsti dalla commissione interamericana dei diritti umani. L'avvocato che segue gli interessi delle multinazionali ha affermato che l'audizione non può essere pretesa in quanto contesta la legalità della concessione della licenza e non il mancato rispetto delle norme previste dalla licenza stessa.
Un altro punto essenziale di controversia è la richiesta di una sospensione cautelare dei lavori per evitare che, una volta deviate le acque del fiume, il danno ambientale dell'opera divenga in ogni caso irreversibile, perché in base ai documenti prodotti finora dal governo non trovano garanzie sufficienti alla sicurezza ambientale. Ma questa non è ovviamente l'opinione del governo e delle multinazionali.
Poster de El QuimboEmgesa, la compagnia partecipata da Enel, sta tentando di trovare un accordo diretto con la comunità purché si firmi un documento che permetta di rispettare il programma dei lavori che prevede la deviazione delle acque del Rio Magdalena il prossimo 20 febbraio.   Per  arrivare ad un accordo in tempo utile per decidere se i lavori alla diga dovranno essere sospesi sono stati aperti sette tavoli di trattativa :
1. su pesca
2. su agricoltura
3. su trasporto e della popolazione locale
4. sull'archeologia
5. sulla geologia
6. sugli impatti sociali economici e culturali
7. su come saranno eseguiti i lavori

Quindi, secondo il calendario di Emgesa, entro il 14 Febbraio dovrà essere trovato un accordo con le popolazioni locali che dia soddisfazione ai dimostranti e che permetta di continuare il lavoro nei cantieri. Il problema diverrà molto serio se non ci sarà nessun accordo e allora potebbe anche essere richiesto l'intervento del corpo antisommossa dell'esercito colombiano.
Sarebbe il dramma dei soldati contro il loro stesso popolo, situazione vissuta già altre volte purtroppo in sud America e non per motivi politici ma solo per tutelare gli interessi di una parte, quella più forte.  Ma questo è il solito prezzo che sono use pagare, da cinquecento anni, le  popolazioni indigene ogni volta che il governo fa progetti per un futuro che sarà migliore, solo per chi viene da lontano.

Il 4 feb. 2012 è stata aperta una petizione popolare : http://www.thepetitionsite.com/1/stop-the-el-quimbo-dam-in-colombia/  che ha raccolto 600 firme.


Note: NO ALLA DIGA ENEL ! – un video delle comunità in lotta ( con sottotitoli in italiano ) http://www.youtube.com/watch?v=PmURWcTPmYw&feature=youtu.be
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/02/enel-endesa-saga.shtml?uuid=5f6d2472-01b1-11de-89ed-8ebb1d7fcff6&DocRulesView=Libero
http://comitatocarlosfonseca.noblogs.org/post/2011/12/14/il-grido-di-matambo/
http://comitatocarlosfonseca.noblogs.org/post/2011/09/29/la-cattiva-energia-del-quimbo-i/
http://comitatocarlosfonseca.noblogs.org/post/2011/09/30/la-cattiva-energia-del-quimbo-ii/
http://www.emgesa.com.co/eContent/newsDetail.asp?id=411
http://www.emgesa.com.co/econtent/Library/Images/2010%20Results-EMG_COD-%20English.pdf
http://www.proyectoelquimboemgesa.com.co/site/

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Un gruppo di indios incontattato nel Parco Nazionale del Manu, in Perù, è stato fotografato in una zona turistica.

Amazzonia : una tribù che aveva scelto di rimanere isolata

Survival International di Lima ha pubblicato alcune foto di una famigliola composta da adulti e bambini, seminudi, sulle rive di un fiume. Sono i Mashco Piro una delle ultime 15 tribù che vivono isolate dal resto del mondo, come altre 67 tribù, oltre il confine, nell'Amazzonia brasiliana.
2 febbraio 2012 -
Ernesto Celestini
La notizia arriva da una zona del Perù dove, oltre a una quindicina di tribù che vivono da sempre isolate e chiuse nella loro cultura della foresta, esistono anche moltissime specie animali e vegetali uniche al mondo. Village indigène dsns le Parc du Manu, au Perou
Ma proprio in questi territori, spesso all’interno di Parchi Nazionali Protetti, negli ultimi anni si sono insediate almeno 180  imprese per la ricerca di gas naturale e   petrolio. Naturalmente dopo aver ottenuto regolari concessioni firmate da governi che permettono lo sfruttamento di quei territori che dovrebbero essere di proprietà dei gruppi nativi e che sono stati per secoli abitati da questi popoli. Foresta del Parco Nazionale del Manu

Speriamo che l’avvistamento di questa famigliola della tribù Mashco Piro sia solo una casualità dovuta a un eccesso di curiosità che li ha portati tanto lontano dai loro abituali territori. Speranza però che potrebbe svanire se si considerano le gravi modifiche ambientali che provoca il loro lavoro di disboscamento delle società minerarie che hanno già spinto in passato molti altri popoli indigeni a lasciare le loro terre e le loro usanze per trasferirsi nelle città, e diventare “desplazados”, uomini fuori luogo sempre, sia nell'ambiente urbano dove sono costretti a vivere, sia nella cultura differente di cui non comprendono né le regole né i principi.
Dal 2004 ad oggi in Perù sono arrivate 64 imprese per la ricerca e l'estrazione di gas e petrolio, malgrado le rivolte indigene insorte contro le violenze subite per non aver abbandonato le loro terre come imposto dalle imprese e previsto dalla legge (che evidentemente nessuna persona che vive in una civiltà incompatibile con quella dominante può conoscere, comprendere o accettare) .
Nel 2006, in Perù è stata approvata la “Legge per la protezione dei popoli incontaminati in isolamento volontario” (Legge 28736). Ma già un anno dopo il presidente, Alan Garcia, emise un decreto in cui affermava che le zone riservate alle tribù indigene in "isolamento volontario" (cioè non-ancora-contattate o estremamente isolate) potevano essere sfruttate se vi fossero state individuate risorse naturali. Si trattava ovviamente di una "furbata", per permettere alle società petrolifere l'estrazione di petrolio e gas in violazione dei diritti indigeni.
E' proprio per questi comportamenti comuni a tutti i governi dei paesi amazzonici che, entro due anni dai primi contatti con il mondo "evoluto" quasi la metà degli indigeni muore, perché la natura che li circonda perde il suo equilibrio e non si trova più cibo. Gli indigeni non sanno trovare un atro modo di vivere, non hanno protezioni e sono estremamente sensibili a contrarre malattie che in questa regione non sono mai esistite e non hanno nessuna resistenza ai virus più comuni, come il raffreddore.
Lo scorso Agosto 2011 è stata approvata la “Ley de Consulta Previa” che ratifica che i popoli indigeni o originari potranno chiedere di essere consultati sulle misure legali, progetti e programmi che potranno incidere direttamente sui loro diritti, siano essi fisici , di identità, della qualità della vita o dello sviluppo.
Ma le multinazionali continuano a occupare terre, applicando le loro leggi e ignorando, spesso per l'ignavia dei governi, le leggi nazionali, tanto che alcuni gruppi per la tutela dell'ambiente e dei diritti umani hanno individuato nella impresa mineraria “Vale” , che opera nell’Amazzonia brasiliana, poco distante dal Parco Nazionale del Manu, come la peggior multinazionale del mondo e, lo scorso 27 gennaio, durante il Forum Economico Mondiale di Davos, le è stato ufficialmente consegnato il premio Public Eye Award
Foresta dell'Amazzonia peruanaLeggendo però quanto dichiarato a "El Tiempo" questa volta l’avvistamento dei Mashco Piro non sembra dovuto a problemi di convivenza con le multinazionali petrolifere. Carlos Soria, del Servizio Nazionale delle Aree Naturali Protette (Sernanp), ha dichiarato che normalmente queste popolazioni vivono sulle rive del Rio Pinque, all'interno del Parco Nazionale del Manu, che si trova tra le regioni di Cuzco e di Madre de Dios, nella zona sud est del Perù. 


Negli ultimi mesi però sono aumentati di avvistamenti di questi popoli indigeni che si sono spinti fino a zone dove transitano molte barche di passeggeri e turisti.      Potrebbero essersi spinti tanto lontano per la necessità di procurarsi armi o che siano alla ricerca di nuovi posti per raccogliere uova di tartaruga o per pescare.      
Tutti questi popoli indigeni che vivono lontano dalla "civiltà occidentale" non sono violenti, a meno che non si sentano minacciati come avvenne nel novembre scorso quando, sembra, un gruppo di Mashco Piro uccise Nicola 'Shaco'  Flores, un uomo di 65 anni che parlava la loro lingua, che da anni lasciava loro qualche macete o vestiti da vendere, regalare o scambiare.
Questa gente non ha mai intenzione di aggredire, sono abituati a guardare da lontano, ad osservare per capire e assicurarsi che non vengano attaccati o minacciati ma restano sempre nascosti nell'ombra, tra gli alberi. Sono popoli che hanno una concezione dei valori, del tempo e della vita estremamente lontana da quella del mondo "occidentale -evoluto" e il loro avvicinamento non è un sintomo delle difficoltà a continuare a vivere nel loro isolamento o la mancanza di cibo causato dal disboscamento di zone vicine o dall'estinzione di alcune specie animali.
Preferiamo pensare, come che sia vero quello che racconta il funzionario del Sernanp nella sua intervista ed accettare le sue raccomandazioni turistiche : "Non è mai consigliabile cercare di prendere contatti con queste comunità, che si sforzano di continuare a vivere fuori dal mondo esterno. Altro danno che può essere recato, senza volerlo, è lasciare cibi, oggetti, vestiti in regalo, come fanno tante volte turisti del luogo o stranieri con l'intento di avvicinarli o di dare un aiuto."
"La volontà degli Indiani di essere lasciati soli deve essere rispettata"  ha scritto Survival International. Sicuramente la rispetteranno i turisti sarà molto più difficile farla rispettare anche alle multinazionali che si arricchiscono con i loro alberi ed il loro petrolio.

Map o River Madre de DiosIl Parco Nazionale del Manù

                                                 Map o River Madre de Dios

Lago Salvador, Parque Nacionale del Manu    Il Parco Nazionale del Manù, si trova nella zona sud est del Perù nelle province di Manu e Paucartambo tra le regioni di Cuzco e di Madre de Dios, ha una superficie di oltre 1 milione e mezzo di ettari e una vegetazione che varia da 150 m a 4200 m sul livello del mare. 

Lago Salvador, Parque Nacionale del Manu

In basso c'è la foresta tropicale dove vive una varietà impareggiabile di specie animali e vegetali dove sono state identificate almeno 850 specie di uccelli rari e altre forme animali come la lontra gigante e l'armadillo gigante che sono stati spesso avvistati nel parco.
Il Parco comprende le terre alle pendici orientali delle Ande e l'Amazzonia peruviana all'interno del bacino del Rio delle Amazzoni e protegge quasi tutto lo spartiacque tra il Rio Manù e la maggior parte degli affluenti del Rio Alto Madre de Dios. Lungo i fiumi si sono formate delle pianure alluvionali che si alternano alle colline che danno vita ad un paesaggio ondulato, che copre gran parte del parco. Data l'estensione del parco si possono incontrare diversi tipi di clima e vegetazione che determinano le "foreste pluviali tropicali"- le " foreste pluviali tropicali di montagna”- le “Praterie (Puna)”. 

Malgrado le tante specie vegetali che esistono in questo parco la flora non è stata ancora completamente classificata, infatti negli ultimi 10 anni sono state identificate ben 1.147 specie di nuove piante  . Si possono vedere almeno 200 diverse specie di alberi e le liane pendono in tutta la foresta ma altra cosa sorprendente di queste foreste è l'abbondanza di Ficus, di cui si contano almeno 18 specie. Le conoscenze scientifiche nella zona dove si trova il Parco sono ancora limitate e non è possibile stimare quali e quante siano le specie vegetali soggette a reali rischi di estinzione .
Sono stati identificati almeno 800 specie di uccelli che si possono avvistare in tre zone differenti nelle pianure della zona sud del parco. Ci sono poi almeno 200 specie di mammiferi tra cui 13 specie di scimmie, oltre 100 specie di pipistrelli, 12 specie di rettili, oltre 77 specie di anfibi.
Nel Parco vivono quattro diversi gruppi indigeni: i Machiguenga, i Mascho-Piro, i Yaminahua e gli Amahuaca e in maggioranza appartengono ai gruppi linguistici delle famiglie: Arawak e Pano. Ragazza Yamunahua, Parco Nazionale del Manu
Il gruppo più numeroso è composto dai Machiguenga, che vivono in tribù sparse in tutta l'area (eccetto che sugli altipiani e le parti superiori del Rio Manu) mentre la tribù di Mashco Piro che vive nella selva è formata da 800 a 1000 persone. Gli indios della foresta sono nomadi, ed vivono di un'economia di sussistenza basata sulla raccolta delle radici che crescono nei terreni alluvionali lungo le sponde dei fiumi e dei laghi, sulla caccia che praticano lungo i corsi d'acqua e nella foresta, sulla pesca e sulla raccolta di uova di tartaruga.  In agricoltura si utilizza la tecnica dell'incendio di un pezzo di foresta o di un villaggio abbandonato, per coltivare il terreno al massimo tre volte e poi lasciarlo incolto per almeno cinque anni prima di essere coltivato di nuovo. In questo modo gli indios riescono a ridurre il consumo della foresta al minimo e per questo comportamento sono una parte essenziale del sistema naturale del parco, dove possono utilizzare liberamente tutte le risorse naturali, essendo il loro stile di vita perfettamente compatibile con gli obiettivi di protezione del sistema ecologico del parco.  La maggior parte dei 70.000 abitanti del parco sono indios, non ci sono città e la popolazione di lingua quechua è raggruppata in 30 comunità rurali che vivono nella zona alta delle Ande, al confine con la provincia di Paucartambo.
Note: Fonte: UNESCO / CLT / WHC
http://www.eltiempo.com/mundo/latinoamerica/indigenas-en-peru-que-nunca-han-sido-contactados_11042201-4

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Per uscire dalla crisi economica e creare occupazione basterebbe investire in welfare quello che oggi si spende per le spese militari.

Nani di Carta e Giganti d'Argilla

Per quanto ancora quei nani, che travisano i fatti e mischiano le carte sul tavolo della politica, ignoreranno la volontà delle masse per far prosperare gli affari di quei giganti di argilla che li proteggono ma che, con i primi temporali, inevitabilmente torneranno fango?
20 gennaio 2012 -

Ernesto Celestini
A dir la verità il termine pacifista non è sempre ben visto dai grandi imprenditori e negli ambienti della finanza e dell'industria; il pacifista è, come l'ambientalista, una persona sempre pronta a spiegare come accade che, se una delle parti si procura un guadagno, da qualche altra parte qualcuno deve perdere qualcosa. Si può perdere denaro, ma anche il rispetto di un simbolo, di un'idea, di una speranza, o della qualità della vita, dell’ambiente e dell’uomo, di oggi o di domani. La giustizia e l'equità 
Gli intransigenti di qualsiasi fede non mi sono mai piaciuti, perché forti delle loro convinzioni, predicano senza più pensare, ma proprio perché credo che oggi sia necessario ricominciare a dare più spazio al pensiero, forse è giunto il momento di osare e di tirar fuori tutti un pizzico di un "sana intransigenza".   Solo quel tanto che serve per non perdere di vista i diritti civili, quelli per cui hanno lottato tanti uomini che ci hanno preceduto, quei Diritti che, solo grazie alla loro perseveranza,  sono riconosciuti dal diritto scritto, ma appartengono ormai al patrimonio culturale dell'Uomo.
Con questa ottica bisogna guardare dove vogliono portarci l'economia e la finanza che stanno governando il mondo. Bisogna guardare con un occhio meno approssimativo, più critico, un po' più saggio; per intenderci, con l'occhio di un padre di famiglia che lavora per crescere i figli, pensando al loro avvenire e al loro bene … 
Perché il mondo che sarà, già lo stiamo vedendo, ci si presenta con un volto più maligno, più scuro di quello che ci mostrava solo pochi anni fa. Una terra, una natura, un'infinità di esseri umani che stanno improvvisamente cambiando, adattandosi ad un ambiente naturale più ostile, che forse sta reagendo all’aggressione fattagli, con un uso improprio della scienza, da un uomo che crede di essere il padrone di una casa in cui è solo ospite, per un tempo brevissimo.
Per decine di migliaia di anni l’uomo ha vissuto in simbiosi con la natura, prendendo a prestito solo quello di cui aveva bisogno per la sua esistenza, senza uccidere senza motivo, senza trasformare la natura per addomesticarla. Si riconosceva suddito e debitore della Dea Terra, del Sole o della Luna, che non trascurava mai di ringraziare con riti propiziatori.
Senza mitizzare il “buon selvaggio” e ricordando sempre quanti benefici ha portato lo sviluppo dell'economia per migliorare la vita della gente, si deve però notare che negli ultimi anni l' umanità ha subito una  trasformazione tanto rapida che la mente dell'uomo non è stata capace di accompagnare con un'evoluzione del pensiero altrettanto lucida e veloce.
Ci vigliono Mille anni per veder crescere una foresta, ma bastano pochi giorni per distruggere tutto un ecosistemaGli ultimi secoli sono un tempo brevissimo durante il quale, su tutte le altre, ha preso il sopravvento un solo tipo di cultura, basata essenzialmente sul valore del denaro e sull’ esigenza di una progressiva evoluzione dell'uomo, inteso come individuo, che vuole ottenere sempre e subito il massimo vantaggio personale.
È proprio il sistema usato per raggiungere rapidamente un vantaggio personale che, in questi ultimi decenni, ha fatto impazzire l'economia mondiale, che si è piegata alla " voglia di fare soldi subito" con una speculazione finanziaria virtuale, piuttosto che impiegare anni di ricerca e di lavoro per arrivare ad una miglior ripartizione della ricchezza e delle risorse. La speculazione finanziaria si è tutta accentrata, così, nelle mani di una piccola casta, che possiede le maggiori imprese di tutti i settori della produzione, a cominciare dalle banche, per continuare con le fabbriche di armi, le industrie farmaceutiche, le industrie petrolifere e si potrebbe continuare fino ad arrivare al consolidamento e alla distribuzione di prodotti dei piccoli coltivatori della terra. 
Per massimo vantaggio personale questa casta intende la realizzazione di un guadagno immediato e non ha importanza se questo guadagno è generato da un depauperamento delle risorse della terra o dell'uomo. Tanto è vera questa affermazione che si agisce contro la volontà manifesta di tante popolazioni facendo proliferare conflitti armati, deforestazioni e devastazioni ambientali, sovvenzionate da operazioni bancarie, spesso fallimentari, i cui costi vengono disinvolamente fatti ricadere dai governi sulle stesse popolazioni colpite, convinte dai media di dover rispondere, loro stesse, dei debiti e degli interessi accumulati.
Per rendere più chiare queste parole basti pensare che le spese militari globali del 2010, secondo quanto registrato dal SIPRI, Istituto Internazionale di Ricerche per la Pace di Stoccolma, ammontarono a 1.630 miliardi di dollari, poco più dell’anno precedente, malgrado la gravissima crisi economica già in atto. 
Per avere un'idea di quanti soldi stiamo parlando, diciamo che, grosso modo, equivale al 70 % del PIL dell 'Italia ( che vale circa 1.800 miliardi di Euro).
Possiamo dire anche che secondo una ricerca dell'Università del Massachusetts ogni miliardo di dollari investito per spese militari produce 11.000 posti di lavoro. Gli Stati Uniti nel 2010 hanno speso 700 miliardi di dollari per spese militari che hanno prodotto circa 7,7 milioni di posti di lavoro.
F35 Se gli stessi 700 miliardi fossero stati investiti in energia rinnovabile o in spese per l'istruzione avrebbero potuto creare rispettivamente 14 milioni o 20 milioni di posti di lavoro.  Quindi non ci  sarebbe stata nessuna crisi occupazionale. 
F35 

Libia contrasti di fuocoNello stesso 2010 in Europa le spese militari sono state di 376 miliardi ed in Italia di circa 37 miliardi di dollari: Queste sono state le uniche spese che nessun governo, nemmeno dopo il declassamenti di Standard & Poors ha voluto o potuto, finora, ridurre.  

                
Per capire meglio il valore dei soldi:
con 37 miliardi di dollari in Italia sosteniamo un esercito di 180 mila uomini e donne che garantiscono la nostra sicurezza in tempo di pace,  circa 7 mila persone  sono in missioni di pace all'estero. Ipotesi per assurdo: se fossero validi anche in Italia i criteri di calcolo degli Stati Uniti, stornando solo il 30% delle spese militari, con la stessa spesa pubblica attuale, potremmo creare da 2 a 3 milioni di posti di lavoro. Vediamo quindi che le spese militari comportano un rischio non solo di vite umane ma, molto più freddamente, non permettono di creare quei posti di lavoro che gli stessi investimenti avrebbero prodotto se utilizzati in altri campi.
Ma non solo: Il  “Global Index of Peace”, elaborato dall’omonimo Istituto australiano, ha calcolato che, in un 2010 senza guerre, l'economia globale sarebbe cresciuta di 8.000 miliardi di dollari : Due miliardi e mezzo sarebbero stati generati dall'impiego pacifico della spesa militare, come abbiamo detto sopra, ma ben cinque miliardi e mezzo sarebbero stati prodotti da un'economia che in tempo di pace tende ad una  espansione spontanea.
Ma torniamo al nostro paese e alle effimere considerazioni che può fare quel buon padre di famiglia  (che trovavamo sui nostri libri di economia del liceo e di cui nessuno ormai parla più) che fino a  ieri vedeva milioni di persone che soffrivano fame e sete in tutto il terzo mondo e che oggi vede anche quella piccola parte di mondo ricco, dove vive, divisa nettamente: Pochissimi ricchi che hanno sempre più privilegi, una classe borghese ormai in declino, perchè molta gente non ha più lavoro e va ad aggiungersi ad una quantità di poveri sempre più grande. I numeri del Rapporto sulla povertà in Italia. - luglio 2009
Benché sui media se se ne parli poco, si riesce con una certa facilità a capire che movimenti del tipo “Occupy Wall Street” o degli indignati  sono l'espressione più evidente di una disapprovazione del popolo per le scelte politiche effettuate da tutti i governi occidentali. Lo scorso novembre c'è stato un convegno a Milano in cui quattro premi Nobel hanno spiegato che per uscire dalla crisi economica mondiale basterebbe convertire le spese militari in welfare.
Proprio perché non vogliono o non possono prendere atto del buon senso del popolo e dei suggerimenti di economisti imparziali, tutti i capi di Stato soffrono una profonda crisi di credibilità. Non prendono misure idonee a reagire agli attacchi della speculazione finanziaria contro l'economia reale e conto il livello di vita dei cittadini, si rendono complici dell'aumento della disoccupazione, del potere di acquisto dei redditi, dei risparmi e dei servizi sociali e, per far quadrare i conti, aumentano le tasse.
Sembra impossibile che idee di buon senso, incontestabili e condivise da quasi ogni essere umano, possano restare inascoltate da tutti i politici. Tanto che credo che non serva neppure ricordare che basterebbero la metà dei fondi destinati alla guerra per ridurre della metà, in pochi anni,  la povertà del mondo , né fare esempi che rendamo possibile capire l'enormità della spesa destinata a fare le guerre o a finanziare le banche.
Esiste una vera potente macchina che serve a mantenere il potere economico-finanziario, usata ormai come un normale strumento di marketing: si crea inquietudine, si crea il bisogno, si propone un prodotto e si vende, appena cala la domanda, si ricomincia il ciclo.
Il nuovo prodotto sarà un'altra guerra o un altro paese da devastare direttamente o indirettamente.
La tecnica è sperimentata, non sbaglia più ormai e agisce, oltre che con le guerre, con l’acqua, con l’energia, con le costruzioni o con i prodotti finanziari; ormai è facile capire come costruire il consenso o l'opposizione delle masse e prevedere le reazioni dell’uomo in ogni latitudine.
Chi osa parlare ancora di "morale" o di "etica professionale" viene immediatamente tacciato di essere un reazionario, legato alla vecchia economia, e di essere un ostacolo alla crescita economica. Così continueremo ad essere governati da nani, incollati alla poltrona, che travisano i fatti e mischiano le carte della politica, ignorando la volontà delle masse pur di far prosperare gli affari di quei giganti di argilla che li proteggono ma che con i primi temporali, si dovranno sciogliere come fango sotto la violenza dell'acqua.
Ma i primi temporali arriveranno solo quando si tornerà a dare alle parole il loro vero significato. Solo allora potremo tornare a sentir pronunciare la parola "Democrazia" con il giusto rispetto per la libertà dei cittadini e la loro uguaglianza di fronte alla legge e non si permetterà più che parole tanto nobili vengano usate  impunemente  per dare giustificazione a scempiaggini che offendono la vera "Democrazia".
Fino a quel tempo splenderà il sole sui giganti di argilla che resteranno solidi a proteggere i loro nani che all'ombra continueranno a fare una bella vita, raccontando che la bella stagione non finirà mai.
Note: Nel 2012 in ITALIA è prevista una spesa militare di €.3,9 miliardi, con un incremento di 471,4 milioni sul 2011.
Con la stessa cifra (equivalente alla spesa mondiale di un giorno per mantenere gli apparati militari) si potrebbe in alternativa:
• Evitare il blocco del pagamento dell’inflazione alle pensioni degli italiani che guadagnano più di €. 1.400 lordi.
• Sostenere le spese di un anno di prevenzione della malaria ( un milione di morti ogni anno) e di cura delle 7,5 milioni di madri sieropositive.

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La “ Commissione Trilaterale” e il prestigio internazionale di Papademos e di Monti

Banchieri, finanzieri, uomini d'affari, intellettuali, professori universitari e politici discutono, con molta discrezione, sul futuro dell'economia
17 novembre 2011 -

Ernesto Celestini
“ Il destino degli elettori è di essere informati di tutto e di essere condannati a non capire nulla, per poi  doversi chiedere  se è vero … ”
MoneyLucas Papademos e Mario Monti, i nuovi Primi Ministri eletti in Grecia e Italia sono due membri di spicco della Commissione Trilaterale, un'organizzazione creata nel 1973  da David Rockefeller, uno dei leader del capitalismo americano, per favorire la cooperazione tra Europa, Stati Uniti e Giappone. La commissione si riunisce più volte ogni anno, con molta discrezione, con banchieri, finanzieri, uomini d'affari, intellettuali, professori universitari e politici.
L’inizio dell’attività di questo gruppo di uomini di cultura, prestigio e potere, selezionati da tutti i paesi del mondo, coincide con l’inizio di un periodo di incertezza e turbolenza della politica mondiale. Senza voler riconoscere meriti particolari o voler addebitare responsabilità a questa nuova organizzazione,  a partire dalla seconda metà degli anni settanta, è un dato storico, il controllo dell'economia internazionale comincia a sfuggire di mano ai governi dei paesi ricchi. In Europa le forze della sinistra diventano più attive e si avvertono i primi effetti sociali di una economia che sta cambiando, mentre cominciano a scricchiolare i primi governi comunisti dell’Europa dell’Est .
Successivamente si sviluppano teorie di nuovi modelli economici e, di fatto, tutte le grandi compagnie non guardano più ai loro concorrenti come avversari ma come possibili partners con cui creare sinergie per ridurre i costi, scambiarsi informazioni, dividersi i mercati e creare opportunità di lavoro solo dove le regole sono più vantaggiose per le imprese. Si comincia a parlare di fusioni, di mercati allargati: di oligopoli.
Negli anni novanta le grandi banche nazionali si accorpano e poi si associano con altri grandi gruppi stranieri, così come le Assicurazioni, le compagnie aeree, i petrolieri, le industrie, la distribuzione .... e le piccole aziende che non reggono il passo cominciano ad uscire dal mercato, spesso vengono fagocitate dai grandi gruppi.
Con l'avvento di questi oligopoli il punto di riferimento politico per le multinazionali non può più identificarsi con un singolo governo nazionale ma si deve cercare una entità di respiro supernazionale che sia la voce di tutte le grandi potenze.
Così  la Commissione Trilaterale presto diventa un importante strumento di conciliazione, che si occupa di tutelare gli interessi delle grandi  holding e che, con le sue analisi e le sue relazioni che prospettano il futuro dell'economia globale, " suggerisce"  quali dovranno essere  le scelte politiche.
La Commissione Trilaterale è una piccola élite di “esperti” che si  riunisce per volontà di una minoranza di potenti, è quindi, per definizione, una oligarchia che a volte può trovare ostacoli nelle leggi locali o nelle regole previste dagli stati democratici.  Questa situazione può verificarsi quando si devono stabilire nuovi criteri per una "buona governance internazionale",  che può essere realizzata solo coinvolgendo, senza clamore, più gruppi di aziende che operano in campi e paesi differenti e quindi soggette a differenti legislazioni.
Mario MontiL'autorevolezza dei suggerimenti proposti dalla Commissione è garantita dai dotti documenti promulgati dai tecnocrati, la cui competenza ed esperienza non può essere facilmente compresa dall'uomo della strada ma  è assolutamente apprezzata e condivisa dai governi e dalle istituzioni pubbliche e private.
Le linee guida lungo le quali agisce la “Commissione Trilaterale” si articolano su due idee fondamentali che in questi ultimi anni sono state continuamente sostenute dagli uomini politici.          La prima è la necessità di un "nuovo ordine internazionale". Il quadro nazionale è troppo stretto per poter  risolvere questioni globali  la cui "complessità" e "interdipendenza" richiedono un confronto con poteri di più ampio respiro. Con questa analisi si giustifica e si  legittima  l'attività della Commissione, al tempo stesso  relatore e critico della nuova architettura internazionale.
La seconda idea di base, che deriva dalla prima, è il ruolo tutelare dei paesi della Triade, in particolare degli Stati Uniti, nella riforma del sistema internazionale. I governi dei paesi ricchi sono spinti a unire i loro sforzi e ad esprimersi con una sola voce per realizzare  la "stabilità del pianeta", grazie alla esportazione del modello economico dominante.
Il potere mediato esercitato dai governi delle democrazie liberali sostiene il concetto di  globalizzazione e di liberalizzazione economica, ribadendo i criteri della Commissione trilaterale, per lo sviluppo del commercio internazionale e per migliorare le condizioni di vita di molti popoli.
Per realizzare questi obiettivi a volte è stata messa in discussione anche la sovranità nazionale dei popoli o richiesta la rimozione di misure protezionistiche a salvaguardia dello stato sociale per la tutela del lavoro e dell'economia interna. Una valutazione sull'impatto sociale di questo "credo neoliberista" che rappresenta essenzialmente gli interessi dei potenti e tende a modellare leggi e governi secondo le opportunità del mercato, può essere argomento di dibattito. A volte la Commissione Trilaterale è rappresentata come il “mostro di Lochness” e qualcuno ha anche evocato una "teoria della cospirazione", ma nonostante qualche lecito dubbio, alimentato dalla riservatezza con cui agisce, la Commissione è un istituto altamente consultato e rispettato dai governi, che successivamente avallano gli accordi, spesso segreti, con decisioni politiche che adeguano la legislazione sulla materia dell'accordo.
Emerge così un potere quasi impercettibile, di cui si sa molto poco, che tesse le sue tele in  circoli esclusivi frequentati sempre dagli stessi trecento protagonisti, che elaborano e  presentano le analisi e le conclusioni dei loro studi e che spesso si trasformano in progetti che influiranno sulla vita di milioni di uomini. La Commissione Trilaterale serve  per creare o rinvigorire le alleanze tra le multinazionali e tra le multinazionali con la finanza e la politica, mettendo in  moto una rete di influenze, le cui ramificazioni si estendono a tutti i settori chiave della società.
Fin qui non c’è nulla di nuovo  se non quanto conosciuto  già da tempo negli  ambienti finanziari, imprenditoriali e politici.  Oggi però  c’è qualcosa di nuovo in politica.   
Lucas PapademosAngela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno insistito con la stessa determinazione  su Grecia e  Italia perché rispettino «l'obbligo improrogabile» preso dai loro governi con lettere e memorandum presentati all’UE.  Hanno fatto capire che solo l'adempimento di questi impegni consentiranno di restare tra i paesi dell'Euro. Questa forte pressione fatta sui due paesi, motivata dalla preoccupazione che i crediti delle loro banche nazionali, che comprendono anche debito pubblico straniero, diventino inesigibili, voleva in qualsiasi modo contrastare i violenti attacchi della speculazione internazionale sulla borsa e sul valore dei debiti pubblici.
 
Un interlocutore come il precedente governo italiano (e greco) era assolutamente inadeguato, sia per credibilità che per competenza e l'iniziativa per un nuovo esecutivo è stata subito vista come un segnale positivo sia dalla UE che dalle Banche europee. Quindi in questi ultimi mesi del 2011, vediamo che due membri della Commissione Trilaterale sono a capo di due nuovi Governi in Europa. Lucas Papademos in Grecia e Mario Monti in Italia.
Possiamo interpretare queste scelte secondo due ottiche diverse: la prima vede esattori delle Banche creditrici del debito pubblico, alla guida del governo; la seconda vede i massimi esperti delle strategie economiche internazionali che mettono a disposizione tutto il loro patrimonio tecnico e culturale nell’interesse esclusivo della Nazione, dopo aver giurato sulla Costituzione di servirla fedelmente.  
In un momento in cui nessuno può quantificare quale sarà il reale impatto finale del debito pubblico pregresso sulla vita di moltissimi europei, qualche perplessità sui nuovi governi è lecita. Certamente non per la loro capacità tecnica di affrontare e, speriamo, risolvere i gravi problemi sociali e finanziari ma per la loro impostazione aliena alla politica che riflette molto la freddezza dei Consigli di Amministrazione che, in nome del massimo profitto, approvano solo i fattori economici, mentre il fattore umano e culturale della società, che non è quantificabile, in un bilancio e non vale niente.
Abbiamo sicuramente una grande occasione: per qualche tempo stampa e televisione dovranno dare meno evidenza all'arroganza e al degrado morale e verbale che il popolo italiano ha dovuto subire da persone che siedono, indegnamente, su poltrone troppo grandi per loro.
Il nuovo Governo avrà presto l'opportunità di dimostrare di essere schierato dalla parte giusta. Non ricordo dove ho letto che “ il destino degli elettori è di essere informati di tutto e di essere condannati a non capire nulla, per poi  doversi chiedere  se è vero … ”
Note: http://www.trilateral.org/
http://www.trilateral.org/download/file/TC_list_10-11_2.pdf
http://www.disinformazione.it/trilaterale.htm
http://www.francocenerelli.com/antologia/trilateral.htm
Siti sulla Commissione Trilaterale ed elenco dei membri 

Favoletta leggera leggera con piccole riflessioni e morale
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Tremonti & il Carrozziere

“Sabato prossimo andiamo fuori con i miei amici e con quella macchina abbozzata io non ci voglio andare, cerca di farla riparare in settimana. Ciao ci vediamo stasera”.
12 ottobre 2011 -
Ernesto Celestini
Così mi ha detto mia moglie stamattina, quando l’ho lasciata alla stazione del treno per andare in ufficio. In effetti sabato scorso, facendo retromarcia ho preso un muretto, e l’auto si è ammaccata un po’ sull’angolo dietro, si è storto il paraurti, ma non mi pare una cosa importante. Così oggi cerco un carrozziere, ne scelgo uno un po’ fuori mano, sperando che la ripari in fretta senza spendere troppo.
Ne trovo uno lungo una in una strada parallela al raccordo e con un parcheggio grande, dove mi viene incontro un bel signore sui sessanta anni vestito con un camice blu, deve essere il capo e mi sembra una persona per bene, anche se appena comincio a spiegare quello che mi è successo, prima di vedere il danno alla macchina, esclama : “ Ma all’anima della bottarella! Questo è un lavoraccio, il paraurti si deve cambiare perché questi non si aggiustano mai e poi si sono rotti i sostegni qui sotto e sull’angolo la lamiera della carrozzeria è doppia e per aprire, ribattere e richiudere ci vuole il tempo che ci vuole! Anche il portellone è storto, ma quello lo sistemo io. Se vuole un preventivo, si accomodi in ufficio e mi dia il libretto di circolazione.”
Entro in ufficio, mi sembra decoroso e professionale per essere sul retro di un’officina di carrozzeria. C’è un ragazzo che lavora con un PC in rete e, appena inseriti due riferimenti presi dal libretto di circolazione, sentenzia: “Pezzi di ricambio 250 euro.” Allora interviene il capo che pensando alla mia macchina dice: “Aggiungi allora solo 90 euro per la vernice, perché rivernicio solo la parte danneggiata, poi almeno 750 per la manodopera, che è il minimo perché il lavoro è tanto, c’è pure il cofano posteriore da ritoccare!”. Allora il ragazzo al computer fa la somma e dice : “ Sono 1090 euro!” ma l’altro interviene subito : “Si, però senza IVA e senza fattura.” Mi guarda e cerca di capire la mia reazione, che però manca, dato che la cifra che ho sentito era assolutamente inimmaginabile fino a un secondo prima. Allora prendo tempo e dico: “Beh, mi ci faccia pensare perché da qui devo organizzarmi per tornare a casa senza macchina, comunque quando potrei lasciarla?” e l’altro: “Guardi, se le serve la faccio riaccompagnare, comunque me la deve lasciare lunedì mattina, prima delle undici, perché se viene dopo non la prendo.   Ma scusi lei non ce l’ha qualcuno che fa una denuncia all’assicurazione ?”
Ho preferito sorridere ebetemente, senza rispondere e me ne sono andato.  Proprio per la loro assurdità queste situazioni non si prendono sul serio, infatti anche non volendo la mente si abbandona a qualche considerazione più o meno profonda:
La macchina ha ormai sei anni e anche se non ha mai avuto nessun guasto ormai non vale più di tremila euro ma comunque mi serviranno mille euro per continuare a farne lo stesso uso di prima.  Poi penso che una macchina nuova si compra con 9 mila euro e dando indietro la mia mi scaleranno almeno duemila euro. Quindi con settemila euro posso averne una nuova con cinque anni di garanzia.  Tutto sommato, aggiungendo ai mille euro, che devo spendere, altri seimila euro, un’auto nuova non costa molto.
Sempre che io abbia settemila euro o che mi voglia indebitare per settemila euro, se le finanziarie mi reputeranno degno di un prestito.
Altra soluzione sarebbe tenersi l’auto come è adesso, in buone condizioni anche se con bottarella e  tirare avanti come se niente fosse successo.   Ma c’è mia moglie e  sabato ci  sono i suoi amici.
Sono interessanti questi fatterelli perché stimolano il cervello e fanno venire in mente dei paragoni con quello che succede oggi nel mondo dell’economia e della finanza. Anche se le cifre hanno molti zeri in più, i dubbi su come comportarsi sono gli stessi.
Allora : se ho soldi, con una spesa non eccessiva ottengo il massimo risultato. Posso cioè accedere a tutti i vantaggi che l’economia e la finanza offrono al consumatore perché le catene di produzione continuano a funzionare e perché non cambierà nulla nell’organizzazione delle cose e delle persone (essenzialmente di quelle che partecipano alla divisione degli utili). Persone che sono contente se faccio un buon affare comprando un’auto nuova, se mando allo sfascio quella vecchia ( ancora funzionante !) e si congratuleranno con me perché do il mio contributo al rilancio dell’economia.
Potremmo paragonare questo primo caso ad uno Stato che ha capacità di espandere il suo Prodotto Interno Lordo e quindi può trovare facilmente dei finanziamenti per fare nuovi investimenti (anche qui sarebbero contenti quelli che decidono come e cosa produrre e il prezzo di vendita, oltre alle banche che vendono soldi e quei politici che sostengono tutto il sistema).
Se invece soldi non ce ne sono abbastanza, allora cominciano i problemi, perché se voglio uscire con gli amici di mia moglie sabato prossimo devo trovare subito almeno quei millecento euro e quindi devo lavorare di più, ma non posso, oppure devo ritardare a pagare qualche bolletta, il condominio o il mutuo, ma poi ci saranno maggiori interessi, devo vendere qualche oggetto d’oro di mia moglie ( ma lo pagheranno poco e poi sono ricordi) oppure devo cercare un amico che mi presti mille euro fino al prossimo stipendio, ma non è detto che sia facile trovarne uno.
Questo secondo caso lo potremmo paragonare a quello che succede in uno dei tanti Stati che hanno un PIL che non cresce e non riescono a trovare nemmeno i soldi per pagare gli interessi sui debiti degli anni passati e a cui le banche non fanno credito, perché non si fidano.
Questi Stati non sanno come uscire da questa situazione perché senza soldi non possono fare nuovi investimenti e, non possono nemmeno vendere a un giusto prezzo il loro patrimonio, perché gli unici compratori sarebbero le banche e i grossi gruppi finanziari che stabiliscono il valore dei beni e le regole del gioco.
Poi c’è un terzo caso : Cerco un altro modo per riparare l’auto. Infatti se mi rimbocco le maniche e smonto il paraurti levando qualche vite e staccando qualche ribattino e comprando qualche attrezzo, magari aiutato da un amico e da un buon martello riuscirò a riparare la macchina da solo. Forse la macchina non sarà pronta per sabato, forse la vernice non sarà perfetta e forse qualche bozzetto non riuscirò a coprirlo, ma almeno non sarò costretto a pagare una cifra irragionevole a un signore arrogante che stabilisce da solo quanto vale il suo lavoro, che per abitudine e sfacciatamente dichiara di non pagare le tasse, facendomi intendere che, siccome sono un fesso, dovrei ringraziarlo per non emettere la fattura e che si permette di anche di sobillarmi a fare dichiarazioni false alle assicurazioni.
Però in questo modo non contribuirei al rilancio dell'economia perché non spenderei né settemila né mille e novanta euro e nessuno si complimenterebbe con me. Anzi mi dovrei giustificare con mia moglie perché sabato prossimo per andare dagli amici dovrò chiedere in prestito la macchina a mio fratello, se proprio non vuole andare con la nostra!
Anche questo terzo caso, molto più complicato può essere confrontato con la situazione economica e finanziaria del mondo. Di fronte ad un sistema che non funziona la gente onesta lo rigetta. Decide di cambiare le regole del gioco. È quello che viene in mente a qualsiasi persona per bene quando viene oppressa da un sistema ingiusto, che non produce benessere all’uomo ma vuole pagare solo chi assegna il suo denaro, secondo convenienza, in virtù della sua appartenenza ad una piccolissima élite di persone che sfruttando l’abilità dei tanti Azzeccagarbugli che proliferano in tutto il mondo si sono impossessasi di banche  e industrie che usano come strumenti strategici con cui decidono chi deve vivere nel lusso e chi deve morire di fame, chi deve governare e chi non deve avere voce : possono decidere oggi (e anche per domani) il prezzo di una tonnellata di grano o un barile di petrolio o gli interessi da pagare - o non pagare- sui grandi e piccoli capitali o quanto vale una giornata di lavoro in Germania o in Cina o se sia legale dare o non dare una informazione al pubblico, o se si abbia diritto di manifestare in un paese piuttosto che in un altro o far accettare agli stati che i governi debbano garantire il buon esito dei debiti fatti da banchieri/filibustieri con i soldi di tutti i contribuenti.
Quei ragazzi, gli " Indignati", che ormai hanno trenta o quarant'anni, a cui nessuno ha mai detto che sarà del loro futuro e che, per disperazione, scendono sulle strade di tutto il mondo, non sono rivoluzionari o sovversivi ma cercano di far capire ai banchieri/filibustieri che per trent'anni hanno fatto troppi danni agli uomini e alla natura e che esiste una alternativa al loro sistema. Forse sarebbe utile se provassero a studiare la lingua nuova che si sta parlando nelle strade e della quale, in nessun palazzo delle finanza o della politica, nessuno vuol ancora sentire nemmeno il tono.
A questo punto qualcuno si domanderà: ma Tremonti che centra? Niente, risponderanno i più attenti, infatti abbiamo parlato di economia e di politica.
Note: http://www.truth-out.org/why-elites-are-trouble/1318252392
http://www.youphil.com/fr/article/04440-faire-face-a-la-fatalite-de-l-insecurite-alimentaire?ypcli=ano
http://www.peacelink.it/sociale/a/34806.html

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Lettera aperta al Prof. Monti
6 dicembre 2011 · Roma ·

Mi sarebbe piaciuto poterla ringraziare per il suo atteggiamento convincente di persona garbata che ragiona su argomenti che ben conosce e per la sua capacità di comprendere che in un momento così drammatico sarebbe stato utile un gesto gentile, dichiarando di rinunciare ad un emolumento che avrebbe duplicato la sua retribuzione da Senatore a vita o di ex Rettore, o di ex-consulente bancario.
Certo è che non è più in uso, da tempo, in questa Italia, un comportamento tanto nobile, per questo avrei voluto ringraziarla. Mi spiace non poterlo fare perché la Manovra SALVA ITALIA, come da lei denominata, non è come l'avremmo voluto né io né la maggioranza dei pensionati, dei dipendenti, dei piccoli artigiani, degli imprenditori onesti e di tutti quelli che pagano le tasse e che erano e sono disponibili a grossi sacrifici. Sacrifici non dissimili da quelli che lei ha proposto, perché in momenti gravi bisogna prendere decisioni gravi, e Lei ha trovato il coraggio per fare una Manovra forte, ma non tanto da renderla equilibrata.
Per equilibrio avremmo inteso una ripartizione imparziale degli sforzi, degli oneri, dei sacrifici tra tutti i cittadini. Comprendo lo sfogo della Sig.ra Ministro che non è riuscita a trattenere una lacrima quando, contrariamente a qualsiasi principio di giustizia, ha dovuto scippare, in nome dell’approvazione della manovra del governo, una decina di euro ai più indifesi.
E questo solo per assecondare giochi politici e per non istituire una tassa patrimoniale, tassa altrettanto iniqua, ma almeno pagata con un affanno minore pur se sempre dai soliti noti, ovviamente, perché chi evade le tasse non ha né problemi di soldi, né di scrupoli.
Ho avuto un moto di orgoglio, Sig. Primo Ministro, quando ho sentito che il suo Governo non deve essere miope come i precedenti e per questo ho atteso, con speranza, un suo cenno su interventi radicali sulle spese militari ( 30 miliardi l’anno) o che avrebbe proposto all’Europa la creazione di un esercito unico o che menzionasse le esenzioni fiscali degli immobili del Vaticano o comunque avrebbe tentato di contenere, fin da oggi, quei tanti automatismi di spesa, che nella sanità, nella politica e con le banche affliggono la nostra bilancia dei pagamenti per centinaia di miliardi ogni anno.
E poi Sig. Presidente, mi sarebbe tanto piaciuto un atto di buona volontà: le pensioni le blocchiamo subito per almeno due anni ma allo stesso tempo manteniamo bonifici da venti, trenta mila euro a parlamentari e ex parlamentari che, solo in virtù di certe norme di legge, non di giustizia, godono di privilegi ingiustificati. In momenti di sacrifici venti o trenta mila euro di stipendio o di pensione mensile, non permettono ad un governante di comprendere lucidamente i motivi della protesta o le condizioni di vita di chi vive con una pensione minima o con un dignitoso stipendio da mille e duecento euro mensili e nemmeno quelli dei fortunati che guadagnano più di 1500 euro al mese. Nessun uomo in buona fede si sarebbe opposto se Lei avesse introdotto un tetto massimo a chi percepisce più di cinque o dieci mila euro di pensione, senza aver prodotto versamenti che la giustifichino.
Ma vorrei tornare ad una parola triste: fortunato. Ero convinto che il mio lavoro non fosse pagato abbastanza perché avevo un ruolo attivo e potevo quantificare la mia produzione per l'azienda per cui lavoravo con passione. Poi, come altre migliaia di colleghi, sono diventato un “esubero” perché per molte grandi aziende investire nella finanza rende utili più alti che investire e creare occupazione.
Beh ... solo quando sono entrato in cassa integrazione ho preso coscienza che il mio modesto stipendio era ed è un miraggio per i tanti ragazzi che non riescono a trovare un lavoro fisso o che ormai hanno accettato una vita da precario.
Non avrei mai pensato di terminare la mia carriera come "esubero", ma meno che mai avrei voluto iniziare la mia nuova vita da pensionato vedendo crollare tutti i parametri su cui avevo basato la mia vita. Sapevo di poter andare in pensione dopo trentacinque anni di lavoro e con quaranta avrei raggiunto il miglior trattamento, invece dopo aver versato contributi per 41 anni e 8 mesi mi sembra di approfittare di un trattamento privilegiato, perché già domani nessuno potrà più ricevere la pensione con meno di 42 o 43 anni di versamenti.
Come me, tanti che sanno di aver fatto interamente il loro dovere nel lavoro e verso lo stato ma sentono, ingiustificatamente, un senso di disagio, perché non possono e vogliono raccontare il loro passato, perché non vogliono e non devono giustificarsi quando presto qualcuno li guarderà, come dei fortunati, che vivono alle spalle dello stato grazie a circostanze favorevoli e bisognerà sopportarli come un peso per le nuove generazioni.
Caro professore, lei ha parlato di patto generazionale e di opportunità di lavoro da creare per i giovani, ha parlato di meritocrazia, si preoccupi, in buona fede, solo di questo. Ai problemi di qualche migliaio di vecchi, anche se con qualche anno meno di lei, non ci pensi più, per favore.
Ricordi che oggi ha un’opportunità per essere ricordato come uno statista …. oppure come uno che ha fatto bene i compiti a casa ma nessuno ricorderà a che sono serviti.
Ormai Lei è una personalità già apprezzata in Europa, torni ad essere un po’ più italiano ed usi la fantasia in economia ma se non glielo permettono, per favore, controlli che nessuno sbagli le proporzioni , ci accontenteremo.

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